Rosy e quel lungo viaggio verso la terra promessa

Uno, dieci, cento storie di abruzzesi che hanno fatto fortuna oltreoceano All’Aquila la tre giorni del Cram con cinquanta emigrati e la loro nostalgia
L’AQUILA. «Il viaggio di mia madre con mio fratello di soli due anni di vita attraverso l’Oceano avvenne a bordo di una nave mercantile, durò due mesi. Era il 1956, non c’erano telefonini, non c’erano mail. L’unico appiglio di speranza, era il pensiero di mio padre che li aspettava dall’altra parte del mare». Rosy (Rosa Maria) Colamarino scava nella sua memoria per cercare di ricostruire i ricordi dell’avventura di migranti dei suoi genitori, partiti da Furci, in provincia di Chieti, in cerca di una “terra promessa”. La guerra era finita da diversi anni, con un sacco sulle spalle e pochi spiccioli il padre di Rosy partì alla ricerca di un altro mondo. Pezzo dopo pezzo, terreno dopo terreno, producendo canna zucchero e ortaggi dai semi primitivi portati da Chieti, la famiglia Colamarino passò da una condizione di difficoltà e povertà a una vita diversa.
Oggi Rosy gestisce un’azienda agricola ed è azionista di due delle fattorie più grandi delle 7 presenti in Bolivia. Una storia simile a quella di tanti altri abruzzesi che hanno lasciato le loro famiglie per l’Europa e l’America, comunità che restano ancora oggi legate ai dialetti, alle tradizioni, alla storia dell’Abruzzo. Per tre giorni Rosy è stata in Abruzzo, all’Aquila, per partecipare insieme a una cinquantina di altri consiglieri al Consiglio regionale degli abruzzesi nel mondo, l’assemblea (diretta dal presidente del Cram, Antonio Innaurato e di cui fanno parte anche Lorenzo Beradinetti, Pietro Smargiassi e Luciano Monticelli) che una volta l’anno si riunisce per discutere del presente e del futuro delle comunità degli abruzzesi fuori dall’Italia: sono 155 le associazioni di abruzzesi che fanno parte del Cram, tutti i continenti sono rappresentati con oltre 1,8 milioni di corregionali.
Tre giorni di lavoro – aperti dal presidente Giuseppe Di Pangrazio – che terminano oggi, in cui è stato avviato un dibattito a tratti anche acceso sul nuovo ruolo che dovrà assumere l’associazionismo abruzzese. Come sviluppare il “turismo di ritorno”?
E come coinvolgere le giovani generazioni, molte delle quali stanno perdendo il legame con l’Italia? Un dibattito con spunti di riflessione su cui dovrà confrontarsi il Cram, come quelli emersi nell’intervento di uno dei consiglieri più giovani, Christopher Chiaravalli (da Detroit) 22enne neolaureato in Ingegneria, originario di Gagliano Aterno, il paese da cui partirono i suoi bisnonni e i nonni per raggiungere la Pennsylvania. Il Cram deve diventare «una guida concreta», ha esortato, «dovremmo parlare meno del passato e avere una visione del futuro», ha aggiunto, proponendo un ricambio generazionale nel Consiglio degli abruzzesi nel mondo, che in effetti è rappresentato da generazioni con età media abbastanza alta.
Parla un italiano perfetto grazie alla pignoleria di suo nonno la vicepresidente del Cram, Angela Di Benedetto. Notaia di 38 anni, vive a Montreal, in Canada, madre originaria di Rocca Casale, vicino Sulmona, e padre di Salle, in provincia di Pescara.
Angela ritiene che il Cram rinforzi l’identità degli abruzzesi nel mondo. Ne è convinta anche Lia Elodia Bonifazi, classe 1947, oggi presidente della Società italiana di mutuo soccorso in Paraguay, Paese in cui il 40% della popolazione ha radici italiane, e direttrice del relativo ospedale.
Nella vita Lia è una chirurga maxillofacciale, ma quando arrivò in Paraguay, ad appena sei anni e mezzo, per lei fu un trauma e non ha mai smesso di sentirsi italiana. «Mio padre non credette nella promessa di rinascita dell’Europa nel Dopoguerra», racconta, «e lasciò Teramo in cerca di opportunità». Oggi i lavori del Cram riprenderanno nel pomeriggio al Castello di Capestrano.

