Sciotti: la regione verde può avere un futuro bio

16 Ottobre 2016

PESCARA. Il biologico, quello vero, è un concetto di qualità, salubrità, valore aggiunto di un prodotto. Basta crederci e avere gli strumenti per mettere in pratica concretamente un ciclo produttivo...

PESCARA. Il biologico, quello vero, è un concetto di qualità, salubrità, valore aggiunto di un prodotto. Basta crederci e avere gli strumenti per mettere in pratica concretamente un ciclo produttivo “bio”. A raccontare le potenzialità di una impostazione biologica quale opportunità per pensare allo sviluppo della nostra regione in chiave agroalimentare, è Valentino Sciotti, presidente e amministratore delegato del Farnese Group, un colosso del vino del sud Italia, con matrice e sede in Abruzzo, nel Castello Caldora di Ortona, che si occupa di vitivinicoltura anche in Puglia, Basilicata, Campania e Sicilia, e raggiunge 70 Paesi nel mondo con le proprie etichette, per il 99% provenienti da vitigni autoctoni. Sciotti crede molto nei territori del sud e i numeri del gruppo, con un fatturato che ormai supera di gran lunga i 50 milioni di euro, gli danno ragione. L'impostazione bio, secondo l'ad di Farnese, è una delle patenti di affidabilità per la crescita all'estero.

Biologico è ormai sinonimo di bontà del prodotto, ma no sempre questo concetto passa.

«Si parla tanto di produzione bio, spesso però oggi “biologico” è anzitutto, quando non solo, un trend commerciale. Io lo vorrei intendere soprattutto come uno strumento di rispetto per l'ambiente e per i consumatori».

In ambito vitivinicolo, quali sono rischi e pregi di una produzione biologica?

«Rischi non ce ne sono, il biologico comporta però costi più alti e la necessità di elevare il livello di professionalità dei contadini in materia. Forse occorrerebbero ulteriori corsi di formazione nei quali coinvolgere anche esperti del settore medico che aiutino a capire che produrre “bio” significa, per un contadino, per i suoi figli e i suoi nipoti, non respirare più quei veleni che oggi vengono liberati nell'aria in modo incontrollato e che colpiscono chi ha a che fare con i trattamenti più di chi consuma e utilizza i prodotti. Quanto ai vantaggi, possono essere enormi, ma è possibile ragionarci su solo se si fa sistema, tutti insieme, quanto a colture biologiche».

La sua azienda come ha affrontato il biologico?

«Ci muoviamo in questa direzione da tanto. I nostri vigneti di proprietà sono tutti a coltura biologica da molti anni ma, a differenza di quella che è la tendenza di mercato, solo lo scorso anno abbiamo deciso di presentare come bio l’espressione più alta del nostro Montepulciano d’Abruzzo, l’Opi, un Colline Teramane Docg Riserva».

Perché avete atteso quasi 10 anni dalla certificazione per l'esordio sul mercato?

«Perché la certificazione biologica è stata associata troppo spesso a prodotti di livello qualitativo inferiore ma con prezzi più alti. Credo che il bio può avere un futuro solo se associato a vini di alta qualità e non ai vini di prima fascia, vini che ai contadini non portano reddito proporzionato ai maggiori costi che sostengono».

Crede ancora che l’Abruzzo debba diventare la regione bio, oltre che verde, d'Europa?

«Sono stato il primo, forse ancora l'unico, a dire che l'Abruzzo avrà un futuro di rapido successo, sia per i suoi prodotti agricoli che per il turismo, solo se verrà dichiarata bio nella sua interezza. Potremmo essere la prima regione al mondo ad attirare i favori delle centinaia di milioni di persone del pianeta che abbracciano uno stile di vita più “green”. Trasmettere questo messaggio nella regione più verde d'Europa, con i nostri numerosi Parchi, sarebbe un veicolo pubblicitario di forza dirompente, che potrebbe farci guadagnare almeno 50 anni nella crescita economica. L'idea resta buona, ma bisogna bruciare tutti gli altri sui tempi».

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