«Spiego ai ragazzi che cos’è il cosmo»

Astrofisico per formazione, prof a Pescara per necessità ha lavorato al progetto Virgo: l’Italia sciupa i suoi talenti
L'AQUILA. Scegliere tra la ricerca scientifica e l'insegnamento non è stato facile per Andrea Conte, giovane astrofisico di Pescara con alle spalle cinque anni di collaborazione con Virgo, l'interferometro di Cascina (Pisa) che fa parte del progetto Grawiton, nell'ambito del quale l'omologo americano Ligo ha rilevato per la prima volta nella storia le onde gravitazionali. Non è stato facile scegliere di mettere in “stand by” la passione per la ricerca dopo anni di studio, decine di pubblicazioni scientifiche sulle onde gravitazionali e tanti viaggi nel mondo. Fare la carriera con una vita precaria o dedicarsi alla famiglia? Un dubbio amletico difficile da sciogliere. Un Paese come l’Italia non consente di far coincidere le due cose (e non solo nel contesto della ricerca scientifica). D’altra parte non è uno scherzo girare il mondo per fare ricerca, formarsi, tenersi sempre aggiornati, pagarsi le spese della vita quotidiana, restando perennemente lontani da casa, con 1.400 euro di un assegno da post doc o 1.000 per una borsa di dottorato.
Dopo tanti anni di vita da scienziato, Andrea ancora si emoziona all’idea che un buco nero è il residuo di un'enorme stella che, morendo, subisce un collasso. La gravità rende impossibile l'uscita di qualsiasi segnale, persino della luce che noi non vediamo, ma all’interno del nucleo la luce c’è. Un amore quello per l'astrofisica, che non si smorzerà mai. E se poi a quello per la scienza si aggiunge anche l'amore per una persona?
Andrea è uno dei tanti ricercatori italiani che ha vissuto il dilemma del restare o partire: i “cervelli in fuga” in Italia - Paese che spende una fetta bassissima di Pil rispetto al nord Europa per la ricerca scientifica - sono una percentuale altissima. «Su 35 colleghi con cui ho condiviso gli anni di studio e di ricerca», racconta Conte, «solo in due sono rimasti in Italia. Uno di loro sono io».
Un sistema che costringe gli scienziati a “campare” con un assegno a vita, in quando il contratto a tempo indeterminato praticamente non esiste più. E così le nostre intelligenze emigrano all’estero, dove vengono pagate (e valorizzate) di più, mentre l’Italia s’impoverisce di menti. Dall'altro lato, però, la perdita non viene compensata con una “mobilità attiva” proveniente dall’estero, perché nessun ricercatore tedesco o svedese accetterebbe di venire in un Paese che lo paga 1.400 euro al mese. «I ricercatori italiani sono abituati a essere malpagati, perché tanto tutto funziona così», dice Andrea. Ci si abitua a fare una vita semplice senza la pretesa di un giusto riconscimento economico e sociale. Fino a quando si resite, poi si va via. Da quest'anno la vita di Andrea è cambiata, insegna a 200 ragazzi dell’Istituto tecnico commerciale “Manthonè” di Pescara (sempre da precario). «Il ricercatore fa il suo lavoro per passione e non per soldi», dice, «ma la ricerca è solo una fetta della propria vita; poi c’è tutto il resto. E così, o si trova la strada in altri Paesi, oppure ci si adatta e si molla. A quel punto a rimetterci è il Paese, che perde persone valide la cui preparazione viene, invece, riconosciuta in tutto il mondo, persone per la cui formazione lo Stato italiano ha speso risorse». Andrea, alla fine, ha scelto l’amore per la famiglia. Ma la sua non è una resa. «All'inizio del 2011 entrai a far parte del gruppo di gravitazione sperimentale della Sapienza di Roma. Nel frattempo io e mia moglie avevamo chiesto un mutuo, ma le banche continuavano a rifiutarci per la mia condizione di precarietà lavorativa. Abbiamo vissuto un anno e mezzo a Roma con un affitto da capogiro. A luglio del 2012 sarebbe nata Marta», racconta, «e siamo tornati a Pescara per avere il supporto delle nostre famiglie. Da quel momento è iniziata la mia vita da pendolare: più di cinque ore di pullman al giorno per poter svolgere la mia attività di ricerca e per tornare ogni sera a casa e rivedere la mia famiglia, che nel frattempo si è allargata con l'arrivo di Davide. Tutto questo è durato quattro anni. Per continuare la ricerca avrei dovuto lasciare il Paese e sperare un giorno di rimetterci piede».
Invece la scelta è stata quella di insegnare: «Io credo in questo Paese e ho deciso di dare il mio piccolo contributo per cambiarlo ripartendo dalle basi della società: l'istruzione. Formare le nuove generazioni significa formare persone nuove che governeranno con saggezza, onestà e passione. Credo che sia pura ignoranza lasciare che ragazzi che ricevono una formazione in Italia debbano lasciarla per fare crescere altri Paesi che li hanno accolti e gratificati. Io però non mi arrendo, resto pur sempre un astrofisico e in futuro si vedrà».
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