«Sveglia, la sanità cambia Deve uscire dall’ospedale»

L’accusa: in Abruzzo troppi reparti inefficienti e ricoveri che andrebbero evitati «In Veneto collaboro con le Asl per ridurre i tempi di attesa, qui manca la regìa»
di MAURO TEDESCHINI
Forse è un segno dei tempi che, con gli scandali che investono il mondo delle quattro ruote sulla bocca di tutti, a Pescara sulla vecchia Tiburtina Valeria chiuda una concessionaria di auto e apra un poliambulatorio specialistico. Di sicuro per Nicola Petruzzi è un ritorno a casa: fallito il tentativo di rilevare Villa Pini, l’imprenditore pescarese si era concentrato sugli altri interessi che possiede nel campo della sanità: un Policlinico con tanto di Pronto Soccorso e un migliaio di dipendenti ad Abano Terme, nel Veneto; una casa di cura nel centro di Padova, la Diaz e un’altra struttura polispecialistica ad Ancona, Villa Igea. Il tutto per un fatturato di gruppo di circa 100 milioni di euro per Petruzzi, che a tutti gli effetti può essere considerato un figlio d’arte: è il terzo dei cinque figli di Leonardo, il medico che fondò la casa di cura Villa Serena, a Città Sant’Angelo, nonché un pioniere nella cura delle malattie psichiche già negli anni ’50.
Meglio fare sanità in Veneto o in Abruzzo, dottor Petruzzi?
«La risposta è scontata e le posso dire che non è una questione di uomini. Anzi, qui gli infermieri hanno una carica umana maggiore, si prendono cura delle persone, mentre al nord devono addirittura fare dei corsi per renderli meno asettici nel rapporto col paziente».
Dove sta il problema, allora?
«Non è un caso che si parli di “ Sistema Sanitario”, perché deve funzionare con un collegamento tra tutte le forze in campo. Dove ci sono regioni con governatori che pensano una vera politica sanitaria, le cose funzionano bene; dove invece la politica va per conto suo e la sanità è delegata solo a qualche medico, i risultati sono modesti, come purtroppo avviene in Abruzzo».
Ci faccia capire meglio.
«Si continua a vivere la sanità come un continuo conflitto tra primari, senza una guida, lasciando che certi reparti specialistici si moltiplichino senza ragione. E assistiamo a episodi che al nord sarebbero incomprensibili».
Ci faccia qualche esempio.
«Le faccio io una domanda: le sembra possibile che in un grande ospedale come Pescara si rompano attrezzature fondamentali come la radioterapia e non si sia in grado di dare una riposta efficiente ai pazienti per settimane e settimane? Non si poteva prevedere che un macchinario obsoleto prima o poi avrebbe dato dei problemi?»
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«Le racconto che cosa è accaduto a noi ad Abano: abbiamo deciso di investire tre milioni e mezzo di euro per acquistare la macchina per la radioterapia. Quando l’Asl locale lo ha saputo, ci ha convocato e ci ha detto: all’Istituto Oncologico Veneto abbiamo in media 250 pazienti in lista d’attesa, dovete aiutarci a smaltire questa coda. Abbiamo fatto un accordo e quell’elenco si è subito alleggerito di cinquanta unità. Questo si chiama lavorare per risolvere i problemi, sfruttando tutte le risorse a disposizione. E poi qui c’è un altro problemone».
Quale?
«Il territorio viene considerato zero, tutti i ragionamenti sono concentrati sugli ospedali, mentre il mondo sta andando verso un’altra direzione, gli ospedali sono destinati a perdere post. i letto. Ma è fuori dalle corsie che si possono fare un sacco di cose utilissime per i pazienti. Faccio un esempio: se una persona ha avuto un ictus, dopo la fase acuta ha bisogno di essere preso in carico da qualcuno che gli assicuri continuità nel percorso terapeutico, magari presso una RSA specialistica. Qui questo qualcuno manca e per le famiglie è un grave disagio».
Dal quadro che lei disegna sembra che ci sia più attenzione ai problemi dei sanitari che dei pazienti. E’ così?
«Io so che non sempre una persona ha bisogno di essere ricoverata: più spesso ha solo bisogno di cure ambulatoriali, tanto più che la degenza in ospedale costa. Ma qui i ricoveri inappropriati sembrano essere la norma, mentre altrove vengono sanzionati addirittura con inchieste giudiziarie. Al San Raffaele di Milano è accaduto. Poi c’è un problema di efficienza di certi reparti: non possiamo far finta che il mondo non sia cambiato e che non sono stati fissati standard internazionali: è giusto che il ministero della Salute intervenga su coloro che non solo non li raggiungono, ma ne sono lontanissimi».
Qualche esempio?
«Abbiamo dei reparti di emodinamica che non vanno al di là degli 80 pazienti, mentre il minimo stabilito è di almeno 400, ma l’optimum sarebbe addirittura di 800. Non è un solo un problema economico, c’è anche un tema di qualificazione di chi ci lavora. Da questo punto di vista giudico sacrosanta la chiusura dei piccoli punti-nascita, a patto che la si accompagni con un’efficiente rete dell’emergenza per le donne che devono partorire. Potrei continuare, parlare della rete del 118 che è da rivedere, del fatto che non c’è una regia unica per la cura dei tumori...»
Mi viene da chiederle: ma se le cose stanno così, perché torna ad investire in Abruzzo?
«Me lo chiedo anch’io, a volte. E’ che sono pescarese e sento il richiamo della mia città, mi è rimasto il desiderio di fare qualcosa qui. Questo non è un grande investimento, parliamo di un paio di milioni di euro, ma va nella direzione in cui si sta muovendo la sanità: una struttura molto flessibile, che colga le opportunità che si creano nel nostro mondo per cure molto specifiche e per piccola chirurgia, a cui il pubblico stenta a dare delle risposte».
Le è rimasto il rimpianto di non essere riuscito ad acquistare Villa Pini, dopo il periodo dell’affitto?
«Con il senno di poi posso dire di no, alle condizioni in cui è stata venduta all’asta mi è andata bene, a quei valori non aveva logica comprare. Poi ci sono cose che si fa fatica a comprendere».
Tipo?
«Beh, io avevo messo in preventivo un piano di investimenti economici importanti, anche per adeguare le strutture. Vedo che adesso non si fa nulla di tutto questo, evidentemente ci sono interessi diversi. Certo che quando Villa Pini la gestivo io subivamo continuamente dei controlli, adesso non sento più dire nulla».
Nella proprietà, oltre a Luigi Pierangeli, c’è sua sorella Titti, che è anche la proprietaria di Villa Serena: non è che torna per lanciare un po’ di concorrenza in famiglia?
«Ma no, non mi piacciono questi discorsi tipo Dinasty».
Si può fare un mestiere come il suo solo per denaro, come un imprenditore qualsiasi, o lei pensa che sia indispensabile avere senso etico?
«Senta, ho cominciato a fare questo lavoro a 23 anni, ne sono passati 33 e le dico che è impossibile prendersi cura di persone terze senza avere un senso etico. In questo mestiere fare i rapaci non paga, meglio dedicarsi ad altro».
Ci tolga un’ultima curiosità: com’è nato l’acquisto del Policlinico di Abano?
«Io andai in Veneto come manager, per conto di un fondo di investimento che aveva acquistato la struttura. Poi la proprietà passò al San Paolo e quando Abano fu nuovamente messo in vendita decisi di fare un’offerta dall’interno, quello che tecnicamente si chiama “management buy out”, che fu accettata. Era il 2002 e da allora abbiamo potuto fare un grande lavoro».
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