«Terremotati in hotel come a casa mia, poi lo Stato mi ha tradito»

Per due anni ha ospitato 400 aquilani nel suo albergo Ora fa il macellaio, perché i conti non sono stati pagati
MONTESILVANO. Cercare un supermercato in cui comprare pane e fettine di vitello di domenica sulla Nazionale può essere impresa ardua. Ma quando stai ormai per rassegnarti spunta la piccola macelleria profumata di spezie arabe di Mohamed Alì. Da un anno o poco più ha tolto la cravatta di direttore di hotel quattro stelle - Abruzzo Marina di Silvi Marina - si è rimboccato le maniche ed è passato "dall'altro lato", dietro al bancone, come un Cassius Clay che caduto sul ring si ralza a testa alta e ricomincia a lottare. Sono lontane le grane che derivarono dalla sua decisione di aprire le stanze dell'elegante hotel della riviera adriatica ai terremotati dell'Aquila, coloro che per quasi due anni sono stati i suoi unici “clienti”. Una decisione che gli è costata circa mezzo milione di euro di debiti causati dall'insolvenza dello Stato, che non ha rimborsato tutte le spese per l'ospitalità degli sfollati. Alì ha perso tutti i risparmi, ha venduto le sue auto per pagare il personale, abbandonando uno stile di vita «elevato» per uno «più low profile» (ma anche «più vero e ricco di affetti»); ma alla fine, è arrivato il fallimento della struttura.
L'Abruzzo Marina esiste ancora, è tornato sotto la gestione del proprietario, la cui prima azione quando Alì si è arreso allo Stato è consistita nel mandare via i terremotati. Oltre 300mila euro la somma mai pagata dal Dipartimento di Protezione civile della Regione, contravvenendo alle legge che impone alla Pubblica amministrazione di farlo entro 60 giorni. E questa è, infatti, una storia double face: di solidarietà che si scontra con l'inefficienza statale. Mohamed non è l’unico a essere incappato in questa situazione. Come lui ci sono altri albergatori della costa e della montagna.
Nel 2009 Alì è il direttore dell'hotel sul lungomare, al civico 197. Apre completamente la sua struttura agli sfollati. Stanze, pulizia, colazioni, pranzi e cene, spiaggia: ogni cosa a sue spese, oltre a tutta una serie di servizi non quantificabili in denaro, ma ricompresa nella sfera dell’umana solidarietà. Come la reception sino al settembre 2010 si è occupata di raccogliere le ricette mediche dei suoi “inquilini”. «La prima coppia di terremotati è arrivata alle 18 del 6 aprile. Arrivò con la propria macchina in condizioni pietose, senza scarpe», racconta Alì. Dev’essere stata questa scena a fare scattare nell’albergatore egiziano, 46 anni, originario del Cairo e specializzato in gestione di attività ricettive e dal 1991 in Italia, la volontà di aprire le sue stanze soltanto ai terremotati. Da quel giorno ne sono arrivati 400, oltre 1.200 pasti al giorno, per un costo di 50-60 euro a persona a carico della Protezione civile. In sostanza, una colazione, un pranzo e una cena, il pernottamento e la pulizia. L'extra sulle spalle della società alberghiera. E l’hotel è diventato un condominio. Solo che, dopo la prima fattura pagata per il rimborso delle spese per un ammontare di circa 250mila euro, poi non è arrivato più nulla. E i debiti si sono accumulati. Il consumo elettrico era altissimo. A un certo punto il fornitore dell’energia elettrica comunicò l'imminente distacco del servizio. Stop, niente più proroga alla maxi bolletta. «Mandai un fax ai carabinieri di Silvi, alla Regione e alla Protezione civile per chiedere aiuto. Si fece vivo soltanto il comandante dei carabinieri. Ma cosa può fare un comandante dei carabinieri…?». Intanto nell’hotel trasformato in condominio, dove gli inquilini si “appropriarono” persino dei tavoli della hall, sono nati dai bambini, quattro coppie si sono sposate. Per quelle con maggiori difficoltà economiche Alì mise a disposizione l’auto e il pranzo, mentre i commercianti locali si fecero carico degli abiti.
L’Abruzzo Marina era diventato il quartier generale dei terremotati e della Protezione civile. E di politici «che venivano spesso in hotel». Solo che, quando Alì ha consumato anche il suo ultimo centesimo («sono uscito dall’hotel senza più nulla in tasca»), di tutti questi signori si sono perse le tracce. Oggi Alì si è spostato, ha due bimbi e ha potuto aprire la sua macelleria dai profumi di verbena marocchina, curcuma indiana, acqua di rosa e peperone piccante sott'olio dall'Egitto, aperta grazie all’aiuto della famiglia (in Marocco) della moglie. Una bottega dalla clientela soprattutto straniera, «ma cresce quella locale», racconta orgoglioso Alì. «Resta la ferita profonda di non essere riuscito a recuperare da solo dallo Stato i soldi che mi spettavano». C’è riuscito, invece, il curatore fallimentare, che cinque mesi fa ha recuperato 300mila euro più 50mila di attrezzature alberghiere.
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