Troppi fuori corso? Le Università corrono ai ripari

6 Ottobre 2014

I rettori correggono le cifre dell’Anvur, ma il problema esiste. Le cause? Post-sisma, lavoro, crisi economica

L'AQUILA. Studente fuori corso: questo “strano” individuo, guardato dall'alto in basso dai colleghi in regola con gli esami universitari e additato come responsabile di molti mali del sistema universitario italiano. Mancava la classifica pubblicata dal Sole 24 Ore qualche giorno fa e basata sul rapporto Anvur (l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario) su dati del 2013 a metterlo alla gogna. Ma in un panorama nazionale con 700mila iscritti che non rispettano la durata del corso di studi, gli atenei abruzzesi - che nella graduatoria non brillano per efficienza - non ci stanno. E pur riconoscendo che «il problema esiste», mostrano le azioni messe in campo negli ultimi due-tre anni per contrastare i ritardi. Incentivi ad essere «attivi», sostegno per gli esami più complessi e sconti per gli anni successivi se si è in regola, suddivisione delle prove in più tranche per alleggerire il carico, premialità: sono soltanto alcuni degli strumenti adottati dalle università di Chieti-Pescara (nella graduatoria è 30esima con 40,7% di fuori corso), Teramo (16esima con il 45,8%) e L'Aquila (è prima, insieme all'università di Potenza, con il 53,3% dei fuori corso). E mentre il ministero pensa a un nuovo sistema di finanziamento che prevede l'arrivo del «costo standard» per studente per contrastare gli sprechi, le università abruzzesi analizzano dall'interno una realtà dalle tante sfumature. Il metodo di calcolo dei fuori corso adottato dall'Anvur, a loro dire, non è esattamente appropriato.

IL CALCOLO. Tanto per cominciare, l'Anvur ha ricevuto dal Cineca (il centro di calcolo del Consorzio interuniversitario) per ciascun corso di studi italiano il numero degli studenti iscritti, l'anno di prima immatricolazione e la durata legale dei corsi. Il risultato è il calcolo della differenza tra anno di prima immatricolazione e anno di riferimento, rapportato alla durata reale del corso. Per cui, chi eccedeva, era fuori corso. In questo modo, però, il risultato è falsato. «L'anno di prima immatricolazione non permette di calcolare da quanti anni è iscritto uno studente al corso, ma soltanto da quanto è iscritto al sistema universitario». A spiegarlo è il responsabile dell'Ufficio statistico dell'ateneo dell'Aquila, Ciro Marziliano. Uno studente che, per esempio, si è iscritto all'università nel 2004 e si è laureato tre anni dopo, e che poi ha ripreso la carriera universitaria nel 2012, viene considerato dall'Anvur fuori corso perché parte dall'anno della prima immatricolazione. Questo sistema di calcolo “sballa” i risultati: per esempio con le seconde lauree. «Considerando i dati dell'Anagrafe degli studenti», chiarisce Marziliano, «a noi risulta un valore di fuori corso al di sotto del 40%». Quanto all'ateneo di Chieti-Pescara, per il rettore Carmine Di Ilio «abbiamo fuori corso il 30% degli studenti»: il 10,7% in meno rispetto alla fotografia dell'Anvur. Per quanto riguarda Teramo, invece, i dati assoluti dell'a.a. 2013/2014 parlano di 2.055 fuori corso su 7mila iscritti, con un trend del 17,7% in meno di “irregolari” rispetto al 2012/2013.

L'IDENTIKIT DEL FUORI CORSO. L'immaginario collettivo vorrebbe nel fuori corso uno studente sfaticato o poco motivato. Invece le ragioni che stanno alla base di un ritardo sulla tabella di marcia possono essere tanti. All'Aquila, per esempio, il sistema è stato viziato dalla scelta post-sisma di eliminare indiscriminatamente le tasse. Questo ha comportato che «molti studenti hanno scelto di fare la seconda laurea da noi», spiega la rettrice Paola Inverardi. C'è poi la questione del numero aperto a tutti i corsi, «che ha finito per attirare anche persone non motivate»: il cosiddetto fenomeno del parcheggio che mentre in altre università si va affievolendo all'Aquila si è esasperato. Un trend che cambierà «con la reintroduzione delle tasse e il numero chiuso in alcuni corsi». Il maggior numero di irregolari all'Aquila nel 2013/2014 si registra nei corsi di Filosofia e comunicazione, Matematica e Ingegneria. «Oltre a questi vi sono circa 5mila studenti fuori corso iscritti a corsi non più attivi», fa notare Marziliano. A Teramo gli irregolari si concentrano soprattutto nei corsi scientifici. «C'è un carico eccessivo ad esempio a Veterinaria», spiega il rettore Luciano D'Amico, «caso emblematico in Italia con una commissione ministeriale che sta cercando di allungare il corso rispetto agli attuali cinque anni. Poi vengono quelli umanistici». Sono tanti gli studenti lavoratori o quelli che si iscrivono per una seconda laurea. Da tre anni D'Amico ha dichiarato guerra al problema dei fuori corso con il “Patto dello studente”: il corsista s'impegna a studiare ed essere attivo, l'ateneo lo premia con strumenti e sconti. «Gli esami si fanno a febbraio», spiega il rettore, «non vogliamo che a marzo ci sia qualcuno che non ne ha sostenuto nemmeno uno». Per il rettore della D'Annunzio di Chieti-Pescara Di Ilio «il dato dei fuori corso dipende dalla difficile situazione economica in cui si trovano le famiglie, con studenti che non possono pagare le tasse e di conseguenza non fanno gli esami. Poi ci sono molti ragazzi che lavorano: a chi si vuole dare la colpa? All'università?».

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