Un “pescarese d’adozione” nella battaglia sul fine vita

Vittorio Manes, docente di diritto penale a Bologna, è l’avvocato che ha difeso Cappato nella vicenda Dj Fabo. E su prescrizione e piccoli tribunali dice...
PESCARA. Il 22 novembre scorso la Corte Costituzionale ha depositato la sentenza n. 242 sul fine vita, nella quale si chiarisce quando l’aiuto al suicidio non è punibile. L’intervento della Consulta è scaturito dal processo a Marco Cappato relativo all’aiuto al suicidio prestato a Dj Fabo. A sostenere le ragioni di Cappato nel corso dell’udienza pubblica davanti alla Consulta è stato il professor Vittorio Manes, docente di diritto all’università di Bologna, molto legato all’Abruzzo e a Pescara, dove ha frequentato lo scientifico Leonardo Da Vinci prima di tornare a Bologna per continuare gli studi.
Professor Manes, la sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato-Dj Fabo mette l’accento sul vuoto di disciplina che riguarda il fine vita e l’aiuto al suicidio. Come dobbiamo interpretare le parole della Consulta? E quali riflessi possono avere su altri casi analoghi in assenza di intervento del legislatore?
«E’ bene anzitutto chiarire che la Corte costituzionale non ha riconosciuto alcuna indiscriminata libertà di suicidio, né ha affermato alcun lugubre diritto di morire. Ha affrontato, piuttosto, il tema della possibilità da parte del malato di chiedere un “aiuto a morire”, in situazioni del tutto peculiari di malattia irreversibile accompagnata da gravi sofferenze fisiche o psicologiche, dove tuttavia il malato è pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, e la sua esistenza è protratta grazie a sostegni vitali. In questi casi, si è ritenuto illegittimo sottoporre a sanzione penale colui che – per solidarietà o compassione - accetta di prestare aiuto al malato a congedarsi dalla vita, ossia agevola l’esecuzione del proposito del suicidio autonomamente e liberamente formatosi: sempre che le condizioni del malato, la sua libera scelta, e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. Quanto ai fatti successivi alla sentenza, se si rispettano queste condizioni tassative, l’aiuto al suicidio non sarà più punibile».
Come dovrebbe muoversi il parlamento?
«L’intervento del Parlamento è urgente, e la stessa Corte ha ribadito “con vigore l’auspicio che la materia formi oggetto di sollecita e compiuta disciplina da parte del legislatore”. Si potrebbe infatti disciplinare specificamente la “procedura medicalizzata” di accertamento delle condizioni accennate, disciplinare gli spazi da riconoscere – doverosamente – all’obiezione di coscienza, chiarire alcuni concetti che possono prestarsi ad ambiguità interpretative, come la stessa nozione di “patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche”.
Professore, in queste settimane si discute molto di riforma della prescrizione. Qual è il nodo di questa riforma e quali effetti potrebbe avere sui processi?
«Lo dico con chiarezza: la riforma che, di fatto, elimina la prescrizione del reato, nelle condizioni in cui attualmente versa la giustizia penale in Italia – con una durata media dei processi penali irragionevolmente ed insopportabilmente lunga – è una riforma illiberale ed indegna di un paese civile, ed è per questo che l’Unione delle Camere penali italiane ha indetto una manifestazione di protesta forse senza precedenti».
Perché riforma illiberale?
«Per comprendere la gravità del problema basta muovere da due principi, che sono saldamente ancorati alla Costituzione: il diritto ad avere un processo di durata ragionevolmente contenuta, perché la stessa sottoposizione al processo penale implica una sofferenza gravosissima; e la presunzione di innocenza, in base alla quale chi è sottoposto a procedimento penale si considera innocente sino a sentenza definitiva di condanna».
Sulla durata ragionevole, siamo lontani...
«Oggi la durata media dei processi in Italia è intollerabilmente lunga, e la prescrizione è l’unico limite che garantisce all’imputato - passato un determinato lasso di tempo, certo non breve – di non rimanere in balìa del potere dello Stato per sempre, senza un termine massimo. Se entrerà in vigore questa riforma, prima che sia assicurata la celerità del processo penale con una riforma organica di cui ancora non si vede traccia, avremo creato la categoria dell’“imputato per sempre”, consegnando chiunque ha la sventura di finire sotto procedimento penale ad una sorta di “ergastolo processuale”: anche chi potrebbe essere poi assolto e persino chi - questo è un ulteriore paradosso – sia stato assolto in primo grado.
In questo modo, le lungaggini processuali, i tempi morti, i rinvii che per le ragioni più diverse spesso segnano l’iter del procedimento, ricadranno sulle spalle dell’imputato, annichilendo la presunzione di innocenza: e passeremo così dal principio aureo dell’in dubio pro reo – tanto caro agli illuministi e a Beccaria, ed alla nostra Costituzione – al principio in dubio pro republica, ossia il canone vagheggiato sotto i regimi totalitari. Peraltro - e questo è il dato più bizzarro e direi “tragicomico” - questa riforma non risolverà affatto il problema della prescrizione, visto che – dicono le statistiche – la gran parte dei processi (più del 70 %) si prescrivono entro il primo grado, e in gran parte nella fase delle indagini preliminari; cosicché la riforma che dovrebbe entrare in vigore il 1 gennaio 2020 prende di mira un bersaglio semplicemente sbagliato, ed avrà l’unico effetto certo di gettare ogni imputato nella posizione di poter rimanere “in attesa di giudizio” per tutta la vita. Con l’ulteriore effetto collaterale di lasciare insoddisfatta senza limiti di tempo la domanda di giustizia delle vittime».
Qual è il primo provvedimento che prenderebbe se fosse ministro della giustizia?
«La domanda mi fa francamente sorridere, ed ogni risposta mi appare davvero inadeguata. Credo però che sarebbe doveroso prendere ogni provvedimento in grado di garantire una significativa riduzione del numero dei reati – che oggi ammonta alla cifra abnorme di diverse decine di migliaia – e ogni misura in grado di assicurare una giustizia penale celere, affidabile, che riduca il più possibile spazi di arbitrio e possibili “errori giudiziari” e che al contempo offra una protezione sicura per le vittime specie di fronte ai reati che destano maggiore allarme sociale. In Italia si punisce molto, in astratto, e si persegue troppo, in concreto, e ormai finire sotto procedimento penale – spesso per reati bagatellari – è una eventualità che capita troppo spesso, a chiunque, nel corso della vita: spesso anche a persone che non meriterebbero affatto di entrare nella morsa della giustizia penale. Ridotto fortemente il numero dei reati, bisognerebbe poi adottare ogni modifica volta a garantire una pena meno afflittiva e più effettiva. Ma è chiaro che per rispondere a questo interrogativo vertiginoso servirebbe molto più spazio».
In Abruzzo, e non solo, c’è una mobilitazione di sindaci e avvocati contro la chiusura dei piccoli tribunali. È una riforma che aiuta l’amministrazione della giustizia?
«Quello dei piccoli tribunali non è un problema solo abruzzese, purtroppo, ed è diviso tra due esigenze contrapposte: da un lato, assicurare prossimità anche territoriale alla giustizia, e alla comunità sulla quale opera una certa giurisdizione; dall’altro organizzare il “servizio giustizia” secondo assetti che razionalizzino le risorse e assicurino anche una specializzazione delle competenze. Ogni risposta sul punto, dunque, deve considerare il singolo caso».
Qual è il suo legame oggi con la regione e con Pescara dove ha studiato?
«Il legame è molto forte, anche se le visite si sono purtroppo diradate, nel tempo. Ma torno sempre in estate, e conservo ricordi bellissimi degli anni del liceo scientifico Da Vinci, e rapporti di amicizia familiari e personali ancora vivissimi e preziosi: in generale, gli abruzzesi sono persone straordinarie, di rara autenticità e umanità, e con una punta di orgoglio dico che in fondo – pur essendo bolognese di nascita - mi sento sempre un pescarese adottivo».
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