«Una strategia unitaria per il vino abruzzese»

7 Marzo 2015

Lanciano, problemi e potenzialità del settore nel dibattito “Vinc.o” Di Campli (Citra): abbiamo la stessa qualità di Veneto e Piemonte ma meno forza

LANCIANO. L'Abruzzo è la quinta regione italiana produttrice di vino e pesa sulla produzione nazionale per oltre il 7%. Eppure questo “peso”, quando si tratta di etichette Dop e Igp in circolazione sul mercato italiano, cala drasticamente: riusciamo a vendere solo un misero 40% di vini di denominazione, tutto il resto è vino da tavola, poco esportabile e con un valore specifico impercettibile sui mercati esteri. Ancora, se nell'export l'Abruzzo è riuscito a confermare un più 10%, la regione dei parchi conta sullo scacchiere nazionale delle esportazioni solo per il 2,5% del totale in Italia. Quel pur positivo trend in salita, che conforta con i dati ad esempio del Veneto (+3,4% nel 3 trimestre 2014), in realtà va letto guardando alla potenzialità economica. Il 3,4% del Veneto significa uno spostamento in avanti di quasi 39milioni di euro, mentre il 9,8% abruzzese conta solo 8,5milioni di euro. Perché? E fino a quando l'Abruzzo sarà destinato a guardarsi l'ombelico nel più totale anonimato? Sono queste le questioni che hanno animato il lungo dibattito di “Vinc.0”, assemblea delle cantine sociali abruzzesi organizzata dal Consorzio Codice Citra che per il nome del convegno ha scelto un acronimo che mette insieme le parole cardine di una rivoluzione tutta ancora da percorrere: vino, cooperative e il punto zero dell'era moderna e digitale.

Ieri, nei padiglioni della fiera regionale d'Abruzzo a Lanciano, erano riuniti coltivatori, produttori, agronomi, presidenti di cantine sociali, giornalisti gastronomici, esperti. Tutti con lo stesso identico sogno: contare di più. E nell'anno dell'Expo di Milano, quando la globalità sembra prendere tutti per mano e ammiccare scintillante da centinaia di padiglioni, il sogno segreto dei viticoltori abruzzesi sembra finalmente prendere forma. Bisogna fare qualcosa e subito. Per Valentino Di Campli, presidente del consorzio Codice Citra, il più grande d'Abruzzo che riunisce ben 9 cooperative vitivinicole, la sfida è tutelare e valorizzare le produzioni autoctone e aumentare la capacità commerciale delle cantine sociali. Come? Prendendo ad esempio gli storici e minacciosi competitor come Veneto, Piemonte e Trentino. Bisogna capire come mai queste regioni, a parità di terreni vitati, di qualità e quantità di uve e di professionalità, fanno meglio.

LE CANTINE. L'Abruzzo conta 15mila viticoltori di cui 225 viticoltori e il resto soci vignaioli delle 35 cooperative vitivinicole che rappresentano l'82% della produzione regionale. Questa estrema polverizzazione dell'offerta vitivinicola in tante piccole e medie cantine con fatturato inferiore ai 10milioni di euro significa una cosa sola: una ridotta, e spesso nulla, propensione all'export. C'è poi anche il problema del ricambio generazionale che, sommato al fatto che di tutto il vino prodotto in Abruzzo solo il 20% è imbottigliato in regione e il restante 80% “vola” in altri territori, spesso concorrenti, determina il perché in fatto di vino l'Abruzzo abbia moltissimo da insegnare, ma è relegato agli ultimi banchi.

IL VINO SFUSO. Il vino cosiddetto indifferenziato («come un rifiuto!» ha protestato un coltivatore di Ortona) o da tavola rappresenta l'80% della produzione regionale. Gestire le vendite unitariamente in enopoli o consorzi piuttosto che cooperative, porterebbe invece non solo a migliorare il rapporto con gli operatori del mercato per le produzioni di ottima qualità come vini Dop e Igp, ma anche a creare un brand comune con una organizzazione produttiva e commerciale unitaria e associativa. La pensa così, in ottica Expo, anche Domenico Pasetti, presidente regionale di Coldiretti e produttore: «Non dobbiamo ambire a portare ognuno la propria azienda ai padiglioni di Milano, perché il messaggio altrimenti passerà diluito. Dobbiamo portare l'Abruzzo, non le etichette».

LE TENDENZE. Come si spostano i consum in giro per il mondo? Lo illustra Denis Pantini, direttore per Nomisma per agricoltura e industria alimentare: «L'Europa consuma sempre meno vino rispetto a dieci anni fa. Oggi chi consuma più vino sono Stati Uniti e Asia. Negli Stati Uniti, dove sta andando fortissimo il prosecco, chi beve vino sono i giovani che, diventando adulti, passano dalla birra al vino, un mercato dunque in ascesa. In Italia invece, e più generalmente in Europa, consumano vino le fasce più anziane. Altro discorso va fatto per la Cina che, se è vero che consuma poco più di un litro di vino all'anno pro capite, può comunque contare su una popolazione di oltre un miliardo e 300 milioni di persone». Sono questi dati da tenere bene a mente per il prossimo futuro. Il vino, considerato la “Ferrari” delle bevande, va fatto conoscere, in termini di qualità, a chi non l'ha mai bevuto. La rapida urbanizzazione della popolazione delle economie emergenti inoltre, cambierà gli stili e le abitudini di consumo. Ma va disegnata una strategia che è poi da sempre anche la spina nel fianco dell'industrioso e infaticabile Abruzzo, ancora sconosciuto al resto del mondo: l'unione fa la forza. Bando ai campanili, il vino abruzzese può conquistare il mondo, basta solo esserne consapevoli.

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