«Uniamo le Fondazioni, Chieti ha bisogno di aiuto»

2 Dicembre 2015

Appello del presidente di Fondazione Carispaq ai colleghi di Pescara e Teramo «Basta campanilismi, serve un ente regionale che conti nel risiko bancario»

L’AQUILA. «Noi potremmo starcene tranquilli a guardarci l’ombelico, visto che il nostro patrimonio ormai sfiora i 170 milioni, con un rendimento annuo superiore ai 6 milioni, ma non crediamo che sia questo lo spirito delle Fondazioni: guardare avanti significa anche dare una mano a chi si trova in difficoltà». Marco Fanfani, presidente dell’aquilana Fondazione Carispaq, ha deciso di venire allo scoperto con un messaggio molto preciso: non si può abbandonare al suo destino la Fondazione Carichieti, entrata in crisi con l’azzeramento del capitale dell’omonima banca, con un’unica proprietà (Palazzo de’ Majo) difficilmente vendibile e un debito di 5 milioni di euro che si prospetta insostenibile.

Che cosa intende fare, presidente?

«Per prima cosa ho chiesto una convocazione urgente della Consulta che riunisce le quattro fondazioni abruzzesi di origine bancaria. Non le nascondo che il mio obiettivo, nel medio periodo, sarebbe di dar vita a un’unica fondazione regionale, con un patrimonio di tutto rispetto. Ma mi rendo conto che i tempi potrebbero non essere brevi».

Già, mentre a Chieti i tempi sono stretti...

«Sì, la situazione rischia di sfuggire di mano e non solo per quel che riguarda la Fondazione. Ci sono almeno 500 risparmiatori che hanno visto azzerarsi il capitale che avevano investito nelle obbligazioni subordinate della banca. E’ un fatto grave, davanti al quale non possiamo voltarci dall’altra parte. La stessa politica dovrebbe intervenire per tutelare persone che vedono sfumare il frutto del lavoro di una vita».

Lei parla di una fusione tra le fondazioni, ma sa bene quante resistenze di campanile ci siano per questo tipo di operazioni.

«Sì, ma si tratta di argomenti anacronistici, superati ed è la stessa Acri, la nostra Associazione di categoria, a consigliare di andare verso le aggregazioni. Certo, si potrebbero scegliere delle tappe intermedie: noi per esempio, potremmo unirci a Teramo e lo stesso potrebbe fare Pescarabruzzo con Chieti. Presto ne parlerò con la nuova presidente della Fondazione Tercas, Enrica Salvatore, e spero che la Consulta regionale venga convocata quanto prima, già nella prossima settimana».

Che vantaggi avrebbe Pescara, che risulta essere piuttosto solida, a unirsi con Carichieti?

«Guardi, gli ultimi anni sono stati duri per tutti e anche la Fondazione Pescarabruzzo mi risulta che abbia subito qualche perdita con il commissariamento del gruppo Tercas-Caripe, di cui era azionista. Ma resta comunque un ente molto solido e potrebbe dare una mano alla Fondazione Carichieti, creando un unico ente per la grande area metropolitana che unisce queste due città. Non sta accadendo la stessa cosa per Confindustria e per le Camere di Commercio? Ma il fine ultimo, insisto, dev’essere la Fondazione unica abruzzese, che potrebbe recuperare un suo ruolo anche nel mondo bancario».

Nel quale, però, ormai avete un ruolo marginale, dopo che a suo tempo vendeste l’ex Cassa di risparmio dell’Aquila, la Carispaq, alla BPER, la Popolare dell’Emilia Romagna.

«Le cose stanno cambiando velocemente anche su quel fronte e la trasformazione in società per azioni della BPER ha ridato valore al nostro pacchetto, che è pari allo 0,6%, per un valore di 16 milioni di euro. Finora vigeva il principio “una testa un voto”, ma ora le azioni si cominciano a contare e noi abbiamo un patto di consultazione con altre due fondazioni socie, quella del Banco di Sardegna e quella della Banca del Monte di Foggia. Insieme arriviamo al 3% e in un capitale così frazionato è la quota più rilevante. E abbiamo la liquidità per salire ancora, tanto più che gli amici di Sassari potrebbero ricevere altre azioni nel concambio per la cessione della loro quota residua nel Banco di Sardegna».

Dunque una Fondazione unica potrebbe sire la sua anche su partite come questa.

«Certo, per esempio diventando il socio importante di una grande banca, in grado di ancorarla alla realtà abruzzese, facendo sì che il cliente lo si guardi in faccia e venga trattato come una persona, non come un semplice numero. A Modena, dove la BPER ha sede, ho visto accadere proprio questo».

E dovrebbe accadere anche in Abruzzo, quindi.

«I rapporti con il management della banca sono ottimi. Si potrebbe andare a un azionariato che comprenda tre “noccioli duri”: uno potrebbe essere quello degli azionisti emiliano-romagnoli, uno quello dei soci meridionali, uno quello delle fondazioni, di cui noi faremmo parte. Vediamo».

Potreste essere interessati anche al riassetto delle Banche di credito cooperativo?».

«Non credo proprio. Con tutto il rispetto, hanno ereditato il buon e il cattivo delle vecche casse di risparmio e assorbire il cattivo non sarà facile».

Ma anche la gestione delle ex casse di risparmio è stata un disastro.

«Sì, ma anche la Banca d’Italia non è stata esente da pecche. A Chieti è intervenuta nel 2014 sostenendo che c’era un problema di governance, per poi dirci un anno dopo che c’erano anche 500 milioni di crediti deteriorati. E a suo tempo ha autorizzato la Tercas a comprare la Caripe, che poi sono crollate. E non si capisce perché le modalità d’intervento autorizzate per Teramo non sono state ritenute valide per Chieti, che rischia un ingiusto impoverimento di tutta l’economia provinciale».

Ormai i buoi sono scappati, presidente...

«La Fondazione Carichieti ha bisogno di un cavaliere bianco, rinnovo l’appello ai miei colleghi: troviamo insieme la soluzione».

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