Addio a Maria Rita Parsi, quell’aneddoto sul colibrì è il suo testamento morale

3 Febbraio 2026

Una vita per i bambini, lei che i figli non li aveva voluti: il nostro incontro a Roma. I nonni originari di Sulmona, l’ultima visita in Abruzzo alla convention della Lega

La prima cosa che mi aveva colpito di lei era stata la voce. Giovane, squillante, piena di energia. L’eco di un vulcano di idee sempre in attività che avevo sentito anche qualche giorno fa, alla kermesse della Lega a Rivisondoli, a cui aveva deciso di partecipare perché avrebbe potuto parlare dei due temi a lei più cari: la scuola e i bambini. Per questo sapere che Maria Rita Parsi, 78 anni, se ne sia andata così ieri mattina, a Roma, all’improvviso, dopo un malore avuto nella serata di domenica, mi ha lasciato spiazzato, senza parole. Con la sua morte l’Italia perde una delle più note psicopedagogiste del Paese (conosciuta anche all’estero), il Centro una firma che i lettori avevano conosciuto e apprezzato, in particolare nei mesi scorsi. Quando le abbiamo proposto di dare il suo contributo al nostro giornale, lei ha risposto in maniera entusiasta. D’altra parte, ogni occasione per parlare dei più piccoli – sempre a titolo gratuito, come le sue apparizioni in televisione – per lei significava offrire un «servizio pubblico». Un modo anche per riavvicinarsi alle sue radici abruzzesi – i nonni materni erano originari di Sulmona – di cui mi aveva raccontato la prima volta che ci siamo visti, nella sua casa romana, che era abitazione e studio allo stesso tempo. Un incontro che mi è rimasto impresso sulla pelle e che oggi, a 8 mesi di distanza, mi rassicura su come lei se ne sia andata. Ma di questo vorrei raccontarvi dopo.

Prima bisogna presentare Maria Rita. Nata a Roma il 5 agosto 1947, ha avuto una lunga carriera come docente, psicopedagogista e psicoterapeuta, con più di 100 pubblicazioni all’attivo. Non si è laureata in psicologia, ma in lettere e filosofia, perché allora la facoltà non esisteva. Questo la dice lunga su quanto sia stata una pioniera nel suo campo. Il fiore all’occhiello della sua ricerca è sicuramente la psicoanimazione, una metodologia da lei elaborata e applicata in ambito psicologico, pedagogico e terapeutico, attraverso cui ha lasciato un segno indelebile. Nel 1992 fondò l’Associazione onlus “Movimento per, con e dei bambini”, che dal 2005 è diventata la Fondazione Movimento Bambino Onlus. Sotto la sua guida, la fondazione si è affermata come centro di riferimento nella diffusione della cultura dell’infanzia e dell’adolescenza, combattendo abusi e maltrattamenti e promuovendo la tutela giuridica e sociale dei bambini. La sua visione era chiara: ascoltare i più piccoli, capirne i bisogni e garantire loro strumenti concreti di protezione. Per portare avanti il suo lavoro ha raccontato la propria esperienza anche sul piccolo schermo, partecipando a trasmissioni in qualità di esperta e conducendo programmi come Junior Tv.

Non meno importante il suo impegno istituzionale: dal 2021 era componente del Gruppo di lavoro del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali dedicato alla Child Guarantee, iniziativa europea per contrastare povertà ed esclusione sociale tra bambini e adolescenti. Dal 2020 era parte dell’Osservatorio per l’infanzia e l’adolescenza del Dipartimento per le politiche della famiglia. Il grande riconoscimento internazionale arrivò nel 2012, quando fu eletta al Comitato Onu per i Diritti del fanciullo, con sede a Ginevra, organismo che vigila sull’adozione e il rispetto della Convenzione internazionale sui diritti dei minorenni. Tantissimi i testi pubblicati nel suo mezzo secolo di attività, come “Le mani sui bambini” (Mondadori, 1998), “Maladolescenza. Quello che i figli non dicono” (Piemme, 2014) o il suo ultimo dal titolo “La scuola al tempo del virtuale” (Armando Curcio Editore). Tanti anche i premi. Tutti tasselli che tracciano il percorso di una vita intera dedicata alla difesa di chi non ha gli strumenti per difendersi, dei figli degli altri.

Lei infatti non ha mai voluto essere madre. Quando me lo ha detto, durante il nostro incontro a Roma, sono rimasto stupito: anni e anni di riflessioni, studio e ricerca sul significato della genitorialità e il suo impatto sulla crescita dei bimbi per poi non vivere quella stessa esperienza. Perché mai investire così tanto su qualcosa che si sceglie personalmente di non condividere? Mi sembrava una contraddizione. Per lei non lo era. Era stato proprio il suo lavoro sul campo, iniziato nel 1976 nelle scuole delle borgate romane, ad averle dato uno sguardo disincantato sul mondo.

«La vita non è necessariamente un dono», mi ha detto, «ma un impegno e soprattutto una questione di fortuna. È una grossa fortuna se si nasce nel contesto adeguato, ma una grossa sfortuna se si nasce nel posto sbagliato». In un mondo che considerava invaso dalla «stupidità umana», diventare madre era una responsabilità che non voleva prendersi. «Meglio cercare di rendere il mondo un posto migliore. Più di questo, nel poco tempo che ci è concesso, che altro vuoi?». «Ma non ha paura di morire da sola?», ho replicato, forse in maniera un po’ sfrontata. Lei mi ha spiazzato un’altra volta. «Ma quale paura, a me della morte non frega niente. Anzi, è un sollievo». Poi ha aggiunto: «Se qualcuno dopo che me ne sono andata prova a riportarmi giù sulla Terra, lo meno!». Ha riso.

E io non capivo: diffidenza per il mondo e poca fiducia nella vita. Perché usare la propria al servizio degli altri? Lei ha riso di nuovo: «Conosci la leggenda africana del colibrì?». «No, cosa è?», le ho risposto ancora. «La foresta è in preda alle fiamme. Tutti gli animali stanno scappando tranne il colibrì, che corre verso l’incendio. Il leone lo ferma e gli chiede perché stia andando a rischiare la sua vita. L’uccello spiega di avere una goccia d’acqua nel becco e che va a provare a spegnere il fuoco. Quella ha e quella andrà a buttare. Se gli altri animali lo seguissero forse domerebbero l’incendio. Altrimenti lui avrà comunque fatto la sua parte: ecco, io sono quel colibrì». Lei ha fatto il suo ultimo volo, l’incendio è ancora lì. Ora sta a noi. È questa la sua eredità?

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