Sarebbe facile ridurre la storia di Amendolara a una faccenda di immigrazione: caporali pakistani uccidono braccianti pakistani e afghani. Una questione interna alla comunità migrante. Problemi loro. Ma non è così, e non è neanche una storia soltanto di immigrazione.
La verità è che l’Italia assomiglia sempre di più al Sud degli Stati Uniti ai tempi della Guerra di secessione, cioè una società la cui economia si fonda sugli schiavi.
Oppure, se si vuole cercare un paragone più contemporaneo, l’Italia non è poi così diversa da Israele: nello stesso territorio convivono persone che hanno pieni diritti di cittadinanza e altri costretti in stato di inferiorità e illegalità permanente, di minorità. Ai quali si applica anche una giustizia diversa, brutale, spietata.
La violenza – che sia lo sterminio dei palestinesi o il rogo dei lavoratori pakistani – è la conseguenza della segregazione. È la distinzione tra esseri umani con diritti e tutele e altri che ne sono privi a rendere possibile la tragedia.
I fatti sono noti: lunedì alle 12.45 due caporali pakistani arrivano con un minivan in una stazione di servizio a Roseto, provincia di Cosenza. Fanno scorrere la benzina e danno fuoco.
Dentro ci sono quattro uomini, quattro lavoratori arrivati dall’Afghanistan e dal Pakistan che bruciano vivi: Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad. Un quinto, afghano, si è salvato.
A quanto si apprende, la loro colpa era essersi ribellati: non volevano più pagare gran parte del loro misero salario per la raccolta delle fragole – intorno ai 40 euro al giorno – ai loro sfruttatori che li taglieggiavano, chiedendo soldi per andare sui campi, per tornare, per dormire, per mangiare.
L’empatia e l’indignazione per una simile morte non devono offuscare la capacità di leggere quel che c’è dietro.
È difficile immaginare che caporali pakistani possano operare in questo modo senza un rapporto con le organizzazioni criminali italiane che controllano il territorio, in questo caso la ’ndrangheta, e senza la connivenza delle imprese italiane che beneficiano di quel sistema di reclutamento e sfruttamento. I quattro uomini morti non erano solo lavoratori.
Erano lavoratori che cercavano di esercitare il potere dei senza potere, cioè trovare un po’ di forza nell’unione delle loro fragilità. E proprio questo i caporali non potevano accettare, che qualcuno mettesse in discussione l’ordine che avevano imposto e che è funzionale a tutti coloro che ne traggono profitto. Che sono tanti.
Perché l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, incluso quello degli schiavi. A Milano c’erano lavoratori pagati meno di 1,5 euro all’ora per costruire il nuovo consolato americano. Non è agricoltura, non è Calabria, non è mafia e non sono neanche italiani i protagonisti: una azienda di costruzioni americana, Caddell, un amministratore delegato turco, lavoratori indiani.
Italiano è il contesto che rende possibile lo schiavismo in piena luce, nella città più visibile d’Italia. E italiani, per fortuna, sono i due pubblici ministeri che hanno disposto il controllo giudiziale del cantiere, Mauro Clerici e Paolo Storari.
Proprio Paolo Storari conduce ormai da anni inchieste sullo sfruttamento nei settori cruciali del cosiddetto Made in Italy.
Uno dopo l’altro, praticamente tutti i grandi marchi della moda sono finiti sotto inchiesta per lo stesso schema: l’azienda con il brand famoso ha sempre ordini superiori alla sua possibilità di produzione, si affida a un appaltatore italiano che fa scudo e questo a sua volta poi affida i lavori a laboratori cinesi dove i lavoratori sono picchiati, incatenati, sottopagati.
Poi ci sono i rider e le piattaforme che li gestiscono – anche queste oggetto delle inchieste di Storari – con retribuzioni e ritmi che spesso hanno fatto parlare di schiavismo digitale. Qualcosa sta migliorando, ma solo sotto la pressione di Procure e dell’Autorità per la concorrenza.
Due anni fa, nella campagna di Latina, un giovane indiano, Satnam Singh, ha prima perso un braccio, tranciato da un macchinario usato per stendere una pellicola di plastica sul campo. Il caso ha fatto scalpore.
A fine giugno dovrebbe arrivare a sentenza il processo di primo grado al titolare dell’azienda, Antonello Lovato, che aveva abbandonato Satnam davanti a casa sua, con il braccio staccato in una cassetta della frutta.
Non risulta che sia cambiato granché nelle campagne laziali dopo quella tragedia.
Al di là delle responsabilità individuali, che spetta sempre solo ai giudici accertare, è ormai evidente che in Italia l’intera economia è in grado non soltanto di tollerare lo schiavismo, ma sembra quasi averne necessità, un ingrediente cruciale del patto sociale: le imprese lo legittimano perché pensano che altrimenti i consumatori dovrebbero rivolgersi alla concorrenza, cioè a importazioni da Paesi dove i lavoratori sono trattati altrettanto male.
Noi consumatori non riusciamo a convivere con l’idea che una parte del nostro benessere derivi dallo sfruttamento estremo di persone senza diritti, dunque diamo tutta la colpa alla grande distribuzione, ai trafficanti, alle mafie. Loro sono i cattivi, non noi.
E la politica continua a garantire la fornitura costante della materia prima di questo nuovo schiavismo, cioè migranti disperati tenuti per legge in una condizione di sostanziale illegalità o comunque di assenza di ogni prospettiva di integrazione e potere contrattuale, così che l’unico impiego possibile sia in condizioni di pieno sfruttamento.
Basta guardare i numeri del decreto Flussi, cioè la porta d’accesso regolare per i migranti economici che arrivano in risposta alle richieste dei potenziali datori di lavoro italiani. Se guardiamo i numeri del 2025, censiti dalla campagna “Ero straniero”, «relativamente ai flussi 2025, sono 14.349 i permessi di soggiorno in via di rilascio dalle prefetture su 181.450 quote stabilite dal governo per gli ingressi (7,9%), mentre per i flussi 2024 sono 24.858 su 146.850 quote fissate (16,9%)».
Quindi solo 8 persone su 100 tra chi nel 2025 è entrato regolarmente in Italia con il decreto flussi poi ha davvero ottenuto contratto di lavoro e permesso di soggiorno. Molti altri sono entrati ma hanno visto svanire il contratto promesso per giustificare l’ingresso. Altri ancora hanno il contratto, il permesso di soggiorno ma vengono comunque risucchiati dall’illegalità nella quale si sviluppano intere filiere di produzione.
Il Pnrr aveva messo a disposizione 200 milioni di euro per finanziare tredici progetti pensati per il «superamento degli insediamenti abusivi per combattere lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura». Sono stati spesi solo 108.000 euro.
C’era anche un progetto specifico per l’area al centro dell’ultima tragedia, 2,66 milioni affidati al Comune di Corigliano-Rossano. Soldi spesi: zero. E il Pnrr finisce tra meno di un mese.
Sappiamo cosa succede alle economie che si illudono di poter prosperare sul lavoro povero, sfruttato o addirittura sugli schiavi. Hanno meno incentivi a investire per aumentare la produttività, cercano di proteggere settori a bassi margini e senza prospettive di crescita, cercano di difendere le rendite invece che inseguire la crescita. E la violenza diventa l’inevitabile strumento per reprimere le proteste di chi porta il peso di questo modello estrattivo.
Certo, noi consumatori potremmo boicottare l’acquisto di tutte le fragole per un mese, dare un messaggio al settore, danneggiare qualche azienda nella speranza di colpire proprio quelle che si avvalgono dei caporali pakistani ora in arresto. Ma servirebbe a poco.
La vera questione riguarda il modello complessivo, il tipo di capitalismo che l’Italia vuole avere.
Forse è ora di essere un po’ drastici nelle scelte e riconoscere che probabilmente questa agricoltura che prospera sugli schiavi – così come la moda che ha bisogno dei costi cinesi anche nei laboratori italiani – non merita sussidi, indulgenza, celebrazioni.
Questo Made in Italy è fondato sullo sfruttamento e condanna il Paese a bassa crescita. Mentre noi celebravamo le presunte virtù dei produttori italiani e del chilometro zero, denunciando i rischi delle importazioni dall’estero, le condizioni dei lavoratori in altri Paesi dove c’era più crescita miglioravano, mentre in Italia peggioravano.
Senza migranti sfruttati come schiavi le nostre aziende non sarebbero competitive e dovremmo importare fragole e pomodori dalla Spagna e dal Marocco? Benissimo.
Per i diritti dei lavoratori ha fatto molto di più la globalizzazione che la retorica della sovranità alimentare e i sussidi a un settore, quello agricolo, che impiega poche persone ma ne danneggia molte, anche con le sue emissioni inquinanti.