Campo largo, la coalizione non esiste. Le primarie sono l’unica salvezza

Io c’ero alle primecprimarie dellacstoria italiana, in Puglia, nel 2010, con le personecin fila ai seggi sotto cla neve: Nichi Vendolacsconfisse i pronosticicbattendo Francesco Boccia.
Io c’ero, a seguire le prime primarie della storia italiana, in Puglia nel 2010, con centinaia di persone in fila ai seggi sotto la neve. Noi cronisti eravamo sconvolti per quello spettacolo inedito. E avevamo ragione di esserlo.
Quella consultazione, mai vista prima, si tenne il 16 gennaio nello stupore generale: quello di noi giornalisti dovuto ad un evento tanto inedito, lo stupore dei politici nasceva dal potente ed imprevisto meccanismo di popolo che loro stessi avevano messo in moto (non del tutto consapevolmente), e soprattutto lo stupore degli elettori che sovvertirono ogni pronostico della vigilia: vinse a sorpresa Nichi Vendola, sostenuto dal 10% dei partiti della coalizione, perse Francesco Boccia (all’epoca enfant prodige della Margherita) sostenuto dal 90% dei partiti.
Ricordo benissimo lo sconcerto del giorno dopo. Avevano votato centinaia di migliaia di elettori del centrosinistra, ma la tentazione degli apparati fu quella di mettere subito in discussione lo strumento: «Il successo di Vendola è il capriccio di una parte dell’elettorato: vincerà le primarie, ma perderà le secondarie, cioè le elezioni vere». E subito dopo, prese corpo nel dibattito persino un sospetto: «È una vittoria inspiegabile. Gli elettori della destra hanno votato contro Boccia per “scegliersi” l’avversario più facile». Come è noto invece, Vendola vinse sia le primarie che le secondarie e divenne governatore della Puglia. Non si trattava di un caso paradossale, il centrosinistra aveva trovato un metodo per correggere gli errori selettivi della sua stessa classe dirigente. Ancora oggi è così. Io mi ricordo cosa si pensava, quando arrivai a Genova nella primavera del 2012, per le primarie che – in questo caso – riguardavano il sindaco del capoluogo ligure. In campo c’erano due big e un outsider. Il Pd era diviso tra due super donne: la senatrice Roberta Pinotti, ex segretaria del Pd in Liguria (e futura ministra) e la sindaca uscente Marta Vincenzi. L’incomodo era un uomo stimatissimo, un indipendente senza esperienza politica, un professore di storia contemporanea: Marco Doria. Appena arrivato, come inviato del Fatto, andai ad intervistare la Pinotti. Il suo volto era su tutti i manifesti, ovunque. La conoscevo bene, fu molto convincente, e ci lasciammo mentre lei mi diceva: «La Vincenzi ha finito il suo ciclo: per questo vincerò io». Poi passai una giornata con lei, la Vincenzi. Sembrava conoscesse nomi e storie di tutti quelli che incontravamo: «Vedi? Nessuno – mi diceva – sa davvero quanto è forte il mio legame con questa città: per questo vincerò io». Il terzo giorno, invece, lo passai con Doria. Girammo per piccole associazioni di territorio, e finimmo nella “Sala della chiamata” dei portuali. La serata si accese quando in sala entrò don Andrea Gallo, il sacerdote più carismatico che io abbia conosciuto. Partì dal fondo, agitando un cappello a falda larga, indicando Doria, e gridando: «Ho visto l’uomo! Ho visto l’uomo giusto per questa città!». Vinse Marco Doria. Di nuovo un meccanismo autodistruttivo delle classi dirigenti si rimise in moto: «È stato un distruttivo voto di protesta», si diceva. Oppure: «Ma come può vincere, un professore poco noto, contro una destra fortissima e un noto parlamentare come Enrico Musso?». Invece Musso prese il 40%, e Doria il 60%.
Lo stesso successe a Milano con Giuliano Pisapia (vittoria alle primarie contro l’architetto Tito Boeri, e vittoria nelle elezioni vere contro Letizia Moratti). Lo stesso accadde a Napoli con Luigi De Magistris (vittoria alle primarie e nelle elezioni per il sindaco di Napoli). Di nuovo i politologi di palazzo furono spiazzati da questo congegno e dissero: le primarie sono un meccanismo che agevola solo la sinistra radicale (allora erano definiti “arancioni”) contro i candidati moderati.
C’ero, tuttavia, anche il giorno in cui il giovane Matteo Renzi vinse le primarie da candidato sindaco di Firenze, nel 2009. Aveva contro sia un veltroniano (il suo ex maestro Lapo Pistelli) che un dalemiano (Michele Ventura). Inutile dire che vinse sia la competizione interna sia le elezioni. Dopodiché Renzi perse le primarie contro Pierluigi Bersani, nel settembre del 2012. L’ex ministro trionfò al secondo turno con il 60%, arrivò primo alle Politiche, ma (come è noto) anche perché ostacolato dal Quirinale, non riuscì ad arrivare ad un voto di fiducia e nacque il governo Monti. Renzi tuttavia aveva appena iniziato. Ricordo che un giorno, mentre lo intervistavo alla festa del l’Unita di Modena, fui stupito dal boato che accolse il suo slogan sulla rottamazione («Aiutatemi a mandarli tutti a casa!»). Il suo consenso era cresciuto enormemente intorno a quella parola d’ordine. Nel dicembre del 2013 Renzi vinse trionfalmente le primarie del Pd contro Gianni Cuperlo (che pure aveva prevalso tra gli iscritti) e divenne prima leader dei dem, e poi premier. Ci furono prima e dopo di allora decine di consultazioni primarie (tra cui quelle un po’ “telefonate” con cui Romano Prodi stravinse su Fausto Bertinotti). Solo all’Aquila, nel 2017, quando Americo di Benedetto vinse su Pierpaolo Petrucci, la mancanza di intelligenza e i rancori fecero sì che le divisioni profonde tra i due sfidanti si ripercuotessero anche nelle urne (fu l’eccezione che conferma la regola). Nel 2023 pensai che Elly Schlein poteva vincere (non è neanche iscritta al Pd mentre si candida alla segreteria!), quando Stefano Bonaccini – persona personalmente squisita – si presentò nella sua ultima apparizione a In Onda, su La7, esponendo una bandiera che non avevo mai visto. Sul fondo bianco, una linea rossa bordava un quadrato con una incomprensibile figura stilizzata verde. «Scusi, Bonaccini – chiesi – cos’è quel simbolo dietro di lei?». Mi rispose stupito: «Non la riconosce? È la bandiera dell’Emilia Romagna!». Quando invece toccò alla Schlein, accadde che la sera in cui doveva essere ospite lei si verificò il golpe di Bolsonaro in Brasile. La chiamammo mentre era già in viaggio per dirle di tornare a Bologna (perché avremmo dovuto fare uno speciale su quella Capitol Hill sudamericana). Non riuscimmo a trovarla, aveva il telefonino scarico. Si presentò nei nostri studi, partecipò alla puntata – quasi da commentatrice – cavandosela benissimo. La domenica successiva, il giorno del voto, iniziai a girare per i seggi trovando ovunque lunghe code. Da tutta Italia mi arrivavano chiamate per dirmi che lo stesso stava accadendo in tante altre regioni. Non l’avevamo vista arrivare.
Perché penso che queste nuove primarie decise ieri dopo mesi di incomprensibili tira e molla siano l’unica salvezza per il Campo Largo? In primo luogo perché i leader della coalizione hanno ampiamente dimostrato di essere sempre in ritardo, imballati e titubanti: se li si fosse lasciati fare da soli avrebbero convocato la consultazione dopo il voto. E poi per un motivo molto semplice: questa coalizione non esiste, ha bisogno di un momento costituente. Nulla meglio delle primarie (nelle tante esperienze che ho citato) per coinvolgere e legare partiti e gruppi dirigenti con storie diverse tra di loro. Elly Schlein (e tanti altri con lei) dicevano: «Facciamo come il centrodestra: il leader è il capo del partito che arriva prima nelle urne». Io rispondevo in modo semplice: «Il centrodestra esiste dal 1994, lo ha messo in piedi Silvio Berlusconi». Mentre il Campo Largo (vi sembrerà folle ma è vero) non ha mai visto neanche una sola riunione dei partiti che ne fanno parte. L’alleanza non ha un confine chiaro né alla sua sinistra (da poco si è aggiunta, con diritto di tribuna, Rifondazione) né alla sua destra (dove ci sono ben cinque diversi partiti centristi!). Giorgia Meloni è già leader, senza se e senza ma. Non scegliere il suo avversario, ed affrontarla con questi nove partiti senza una guida, è come caricare con la cavalleria polacca contro i panzer tedeschi. Ecco perché le primarie, per parafrasare Churchill, sono il peggio modo per rispondere alla forza strutturata del centrodestra. Il modo peggiore, certo, esclusi tutti gli altri.
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