Alla ricerca di leadership nell’Italia dominata da baroni, bulli e capetti

Candidati civetta, finte primarie e ambizioni coltivate nell’ombra: perché la nostra classe dirigente resta chiusa nel proprio feudo
ROMA. Riuscirà il campo largo a trovare un leader? In Italia abbiamo capi e padroni, abbiamo "imperium" ma non abbiamo leadership, abbiamo bulli e abbiamo comandanti, abbiamo "dux" ma non abbiamo leader. E infatti abbiamo avuto Mussolini ma non Churchill; non abbiamo avuto De Gaulle e Mitterrand ma Togliatti e De Gasperi, che traevano la loro grande forza dalle potenze estere, erano gli autorevoli rappresentanti consolari delle due metà del mondo, erano insomma leader per conto d'altri, leader senza leadership. Alla fine, molto raramente abbiamo avuto un'autonoma leadership e dunque veri leader nazionali, che sono infatti significati non tradotti e non traducibili nella nostra pur bella e ricca lingua, benché siano essenziali alla democrazia.
Supremazia, egemonia, guida dei propri uomini, controllo del Parlamento, autorevole e non autoritaria influenza politica, dirigenza e direzione: leadership è parola inglese che rimanda al mare perché viene da leader, da to lead, che vuol dire condurre, e da ship che è la nave, ma è anche è il suffisso che nella lingua inglese dà qualità all'astrazione, come in scholarship e in citizenship, e deriva dal germanico skop e quindi skip e appunto ship, nave, che in antico tedesco si dice schif, in greco skaphose in latino scapha ed è sempre lo stesso campo semantico, quello del bastimento e dell'imbarcarsi perché la leadership nella civiltà anglosassone viene battezzata sul mare, nel confronto con l'oceano, con quel "sea power" che è motore della storia.
Senza volere qui rifare la storia dell'influenza del "sea power" nell'evoluzione dell'umanità ci basta ricordare che la seconda guerra mondiale è stata vinta dai navalisti e persa dai continentalisti, e che l'Italia è lontana dall'etimo stesso della leadership, perché, pur essendo una penisola, una quasi isola, la sua non è storia di navi, di flotte, di controllo delle acque, di ufficiali di marina che avevano un'educazione da statisti, di marinai che diventavano leader perché si misuravano con la forza degli oceani, di portaerei che erano un modo di accorciare le distanze e controllare il mondo. E infatti ancora oggi la formazione della nostra classe dirigente è lontana dagli orizzonti internazionali, non c'è nessun leader italiano che si qualifichi attraverso strategie mondiali, dal nuovo ruolo della Cina e dell'India alla forza dell'Islam...
Difficilmente la leadership italiana si affaccia al mondo. Campioni di fantasia e di inventiva abbiano avuto il ministro della Devoluzione e quello dei Rapporti con il Parlamento, quello per gli italiani nel mondo e quello per gli Affari regionali, e abbiano persino il ministero per l'Attuazione del programma di governo che è una sorta di ministero della Supercazzola con scappellamento a destra o a sinistra, ma abbiamo, senza nulla togliere alle qualità di Massimo D'Alema, per tradizione, un politica estera approssimativa e abborracciata, con gli avanzi di cucina delle politica interna, idea arcitaliana appunto, radicatissima nella nostra storia, con alleanze mai sicure, trattati mai definitivi, con il nemico che è anche amico e viceversa. Come si forma la leadership in Italia? Ebbene, non c'è nulla di più lontano dalla idea occidentale della leadership.
Le ambizioni infatti si muovono nell'ombra, malcelate sotto cumuli di ipocrisia, non c'è nessuno che osi dire «io voglio fare il presidente del consiglio, o della repubblica o il segretario del partito democratico», come ha fatto per esempio per esempio Sarkozy che aveva conquistato l’Ump, il partito dell'ostile Chirac, e intanto confessava di pensare all’Eliseo «tutte le mattine mentre mi faccio la barba». In Italia invece tutti hanno paura di bruciarsi e di esporsi, nessuno si fida di nessuno, si inventano candidati civetta e finte primarie con il vincitore bloccato, si punta su qualcuno solo per farlo impallinare, non c'è nulla di pulito, di chiaro, di laico, e alla fine la scelta del leader, quale che sia la carica da ricoprire, spesso diventa il frutto di negoziati estenuanti, di compromessi al ribasso e mai di una forte competizione a viso aperto.
La scelta viene via via depotenziata politicamente e umanamente. Quasi sempre il prescelto è un politico di basso profilo, possibilmente già vecchio, meglio se un po' acciaccato, si spera che sia un utile brav’uomo, il quale ovviamente alla prima prova difficile, alla prima sconfitta amministrativa per esempio, o si rifugia nella retorica o si esprime in una rabbia inconsulta minacciando di dimettersi. Ricordate come Tony Blair seppe prendere su di sé l'impopolarità della guerra in Iraq e riuscì a vincere per la terza volta le elezioni politiche? Invece il leader italiano somiglia al titano Enceslao che scala l'Olimpo e crede di essere diventato un dio. Giove afferra quell'omuncolo e lo scaglia sulla terra mettendogli sullo stomaco un'immensa montagna, l'Etna. E il tapino sta lì, costretto a fare il morto, a trattenere il respiro... Solo quando non ne può più tossisce e sı agıta, si scuote, si gratta, starnutisce.
E allora apriti cielo, la terra trema, le bocche del vulcano sputano fuoco e pietre, il cielo si oscura. Né va meglio nella cosiddetta società civile, all'università per esempio, che, unico paese occidentale, l'Italia considera il serbatoio fintamente tecnico della politica. È tipico di un Paese arretrato trarre i suoi quadri dirigenti dall’università. La leadership nei paesi occidentali si forma nella scuole di alta amministrazione, oppure nell'alta politica o ancora nelle professioni. La classe dirigente italiana, invece, o viene dalla burocrazia dei partiti, o è una specie di università allargata con tutte le miserie della gestione del potere universitario spavaldamente praticate in nome della cultura. All'università il clientelismo si chiama cooptazione, la mafia si chiama scuola o baronia, la gerontocrazia si chiama scienza, il traffico delle cattedre si chiama concorso.
Ma la sostanza è che la leadership universitaria è autoreferenziale, immutabile, cerimoniale, fondata sul culto del vecchio, sulla ossificazione delle idee, sulla mummificazione della cultura e dunque anche della politica. E dovrebbe essere superfluo spiegare che il leader guida e il padrone comanda e che nella cultura della vera leadership, come scriveva Auguste Comte, «ogni partecipazione al comando è degradante». Non ci sorprende dunque che i governi italianı, quelli di sinistra come quelli di destra, da ultimo quello di Giorgia Meloni, siano in perenne crisi di consensi, si dissipino in un gorgoglio di comandi, un flottare di decreti e di ordini, perché appunto la mancanza di leadership ordina e riordina e preordina e postordina e sputacchia disordinatamente discorsi e sentenze, encicliche e omelie, ordini di servizio e servizi d'ordine, ma non governa, non guida, non dirige, non traccia la rotta di un Paese che rimane «nave senza nocchiero in gran tempesta». La leadership italiana sembra l'epifania postcoitale perché, come si sa, nel nostro Paese, per i nostri capi e capetti, «cumannari è sempre megghiu di futtiri».
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