Israele oltre i giochi di politica interna: da cosa dipende il futuro di Netanyahu

29 Ottobre 2026

 

Alcuni dei più noti re e prìncipi del gioco d’azzardo mondiale sono anche tra i più conosciuti, chiacchierati e danarosi sostenitori del premier israeliano Netanyahu. E quando penso ai prossimi giorni, mi vengono in mente i loro grandi casinò in mezzo al deserto del Nevada o a Macao o anche a quello che durò poco nell’enclave palestinese di Gerico, a poca distanza dal mar Morto, dove l’occhio dell’osservatore passa dalla roulette, con la sua pallina che salta da un buco all’altro per poi finire a sorpresa in uno dei tanti, ai giocatori cupi del poker, dove memoria e abilità personale dominano.

Nel piatto oggi, c’è il futuro di Israele, o meglio il futuro dei suoi cittadini, ebrei e arabi-palestinesi. E forse la sopravvivenza stessa del martoriato popolo palestinese di Gaza e della Cisgiordania occupata. Non esagero. Ricordate le parole recenti del neo eletto in parlamento alleato di Netanyahu, Moshe Feiglin: «Come disse Hitler: Non posso vivere se rimane anche un solo ebreo. Noi non possiamo vivere qui se a Gaza rimane anche un solo “islamo-nazista”». E poi ancora: «Ogni bambino, ogni neonato a Gaza è un nemico» Parole che non possono non richiamare l’olocausto degli ebrei, degli zingari, degli uomini politici nella civilissima Europa.

Il 4 novembre usciranno i risultati ufficiali del voto, ma dietro le quinte probabilmente sono già cominciati grandi e piccoli giochi. È dalla fine degli anni ’70 dello scorso secolo, quasi sempre andando in Israele, che assisto alle manovre piene di ambiguità di una moltitudine di partiti politici ridicoli pronti a vendere il loro voto in cambio di favori economici o altro. Un sistema politico non dissimile da quello della nostra prima repubblica.

Si fanno molte ipotesi sul futuro governo ma tutte deboli: i veri vincitori delle elezioni sono i partiti arabi e ieri il capo del partito della Joint List ha detto che il suo partito è pronto ad aiutare a estromettere Netanyahu, chiedendo un autentico partenariato ebraico-arabo come alternativa a quello che ha descritto come il «governo dello spargimento di sangue».

È poco probabile, però, che gli antagonisti ebrei di Netanyahu possano formare una coalizione con loro e nemmeno, credo, un governo di minoranza con il loro sostegno esterno. Hanno quasi tutti giurato: «Mai con gli arabi». E oggi, tre anni dopo il feroce assalto degli islamisti di Hamas di Gaza, c’è una parte notevole dei ebrei israeliani che vorrebbe cacciare dal loro stato ebraico tutti gli arabi. Chi con la forza, chi con accordi dall’apparenza amichevole, come quell’idea del demografico ebreo italiano-israeliano che propose una scambio di territorio nel quadro di un’eventuale accordo finale per uno stato palestinese. Voleva un pezzo della Cisgiordania occupata in cambio del cosiddetto “triangolo”, quella parte di Israele dove abita la maggioranza della sua popolazione araba.

Si parla anche, seppure con poco entusiasmo e molto scetticismo, di un governo di unità nazionale che abbia alla guida, a rotazione, Netanyahu e Eisenkot, il leader della coalizione anti-Bibi.

Prende piede anche un’altra ipotesi, quasi affascinante: da qualche giorno, nei circoli non solo politici di casa, gira l’idea di un governo formato dal Likud senza Netanyahu che andrebbe volontariamente in pensione in cambio di un perdono giudiziario per i reati comuni di cui è imputato. Un precedente pericoloso, sottolineano in molti, perché significherebbe tradire la cosiddetta legge fondamentale dello stato di Israele, ossia la sua Costituzione. La regola vuole – direi ovviamente – che il perdono si può chiedere e ottenere soltanto dopo una condanna o dopo aver commesso i reati di cui si è accusato. Cosa che “Bibi” non sembra disposto a fare.

Due parole, indispensabili. Il futuro di Bibi e del prossimo governo non dipendono solo dai giochi di politica interna israeliana: in primo piano, tra pochi giorni, ci sono le elezioni americane e ci sono le guerre regionali in pausa.