La professoressa Del Fuoco: «Il Francesco uomo va oltre le rielaborazioni successive»
La docente di Storia medievale Del Fuoco racconta la parabola dell’assisiate. Ecco la nostra intervista
CHIETI. Dove finisce l’uomo e dove inizia la leggenda? Quando si parla di San Francesco è difficile, se non addirittura impossibile scorgere questa linea di demarcazione alla luce di una stratificazione plurisecolare di aneddoti e riletture ideologiche. Allora, mai come in questo tempo, è opportuno tornare alla radice, alle fonti, seguendo la rotta tracciata dagli studiosi francescani. Proprio come Maria Grazia Del Fuoco, docente di Storia medievale all’Università d’Annunzio di Chieti-Pescara, che ha dedicato parte dei suoi studi sul santo d’Assisi e sugli sviluppi dell’Ordine dei Frati Minori da lui fondato.
Professoressa Del Fuoco, servendosi degli strumenti dello storico, è possibile arrivare all’essenza dell’uomo Francesco, depurato da ogni rielaborazione ideologica e teologica?
«Le rispondo citando la parte conclusiva dell’intervento che l’amico e collega Grado Merlo ha letto ad Assisi, ma prima ancora a Celano, nell’occasione del recente convegno organizzato dalla Società Internazionale di Studi Francescani e dal Centro interuniversitario di Studi Francescani: “La sua morte, nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1226, libera l’Ordine minoritico di una presenza ingombrante (..) Frate Francesco lasciava il posto a san Francesco d’Assisi”. Per me è l’immagine ideale di un Francesco spogliato di tutte le attribuzioni che sono state date in questi secoli. Alvaro Cacciotti lo ha definito un “San Francesco plurale”: animalista, femminista, addirittura nazionalista. Frate Francesco era altro».
Allora, da ricercatrice, le chiedo come e se sia possibile decostruire tutta questa struttura ideologica intorno al santo per arrivare all’uomo calato nella sua epoca?
«Non si può fare, perché tutto quello che è sopravvissuto fino a noi su Francesco è stato scritto dopo la sua morte. Ciò che sappiamo di lui è stato raccontato dai suoi biografi, tanti, forse troppi, tra coloro che hanno un nome e gli anonimi: agiografi attenti, irrequieti, indipendenti o allineati. Lo stesso Tommaso da Celano, il suo primo biografo, scrisse quattro vite perché ogni volta doveva aggiungere miracoli ed elementi che lo connotavano in chiave di santità. A questo scopo il maestro generale Crescenzo da Jesi nel capitolo generale di Genova del 1244 ha dovuto chiedere ai primi compagni ancora in vita di inviare le informazioni su Francesco in loro possesso, soprattutto i miracoli. Alla fine, Bonaventura da Bagnoregio, per far sì che la sua visione di Francesco diventasse l’unica versione ufficiale, fece stabilire dal capitolo generale di Parigi del 1266 di distruggere tutte le vite precedenti».
Però, per fortuna, alcune copie di Tommaso da Celano sono giunte fino a noi.
«Più che per fortuna, direi probabilmente per un atto di dissidenza, a pensare che l’Ordine stava già attraversando un periodo di crisi a causa di alcuni frati che rimproveravano i confratelli di aver abbandonato gli insegnamenti di Francesco. O forse qualcuno ha “dimenticato” di distruggere le copie nella propria biblioteca. Va detto che, alla metà del Duecento, l’Ordine era ormai in tutto il mondo conosciuto; quindi, poteva succedere che l’ordine di distruzione delle vite precedenti non fosse arrivato».
Rileggendo questa parte di storia, sembra quasi che i frati di seconda generazione elevarono il proprio padre fondatore a santo, eliminando tutti gli elementi propriamente umani, per cucirsi addosso un Francesco quasi irraggiungibile e, per certi versi, più comodo rispetto ad un grande uomo molto esigente?
«In realtà no, perché quando scrive Bonaventura il Francesco uomo non c’è più, resta solo il santo. E lo si vede tanto nella Legenda minor, compendio liturgico della Legenda maior, sia in quest’ultima, la versione più completa. Il Francesco che conosciamo è quello che è stato raccontato pescando dalla Legenda maior, almeno fino a quando, come dicevo, non sono state riportate alla luce e all’attenzione degli storici non solo le opere di Tommaso, ma anche, per esempio, la Leggenda dei tre compagni, scritta probabilmente nel 1246 dai tre compagni di Francesco frate Leone, frate Rufino e frate Angelo, se si vuole dar credito alla lettera introduttiva indirizzata proprio a Crescenzio da Jesi, oppure la Legenda perusina, scritta probabilmente negli anni Settanta del XIII secolo per conservare la memoria delle origini del movimento francescano. Altrimenti tutte le leggende sono costruite sul Francesco santo. Anche la recente Vita ritrovata, chiamata così da Jacques Delarun che l’ha salvata nel 2015 da una vendita all’asta, può aiutarci nella ricostruzione della vita del frate Francesco. Il manoscritto è miscellaneo, potrebbe essere un “libro da cintura” come si chiamano questi libri che accompagnavano i proprietari in viaggio appesi, appunto, alla cintura, e forse per questo si è salvata dalla distruzione. In questa vita Tommaso da Celano ci offre alcune informazioni sulla vita di Francesco che non avevano trovato posto nella leggenda ufficiale. E, dopo aver scritto la Vita prima su commissione del papa, dedica questo opuscolo a frate Elia, altra figura interessante perché fu allontanata dalla guida dell’Ordine perché ne desiderava uno più corrispondente all’ideale di Francesco. Ricorda quando Francesco va a Roma e osserva i poveri seduti sul sagrato di San Pietro. Secondo me, ma soprattutto secondo Delarun, Francesco non va come frate, bensì come giovane che, impressionato dai mendicanti, ne vuole fare esperienza. Egli è ancora indeciso, ma dopo questo fatto, capisce cosa il Signore gli chiede».
Sembra quasi che i suoi frati non fossero d’accordo con lo spirito francescano radicale.
«Le faccio un esempio: Francesco voleva che i suoi frati fossero “minores”, ovvero gli ultimi, istruiti il necessario per svolgere le proprie funzioni. Ad esempio, dovevano saper leggere per pregare il breviario e non dovevano avere molti libri. Fatto sta che, nel giro di pochi anni, arrivano nell’Ordine uomini molto istruiti. Pensiamo a Tommaso da Celano, un uomo che doveva essere per forza acculturato per essere riuscito, in meno di due anni dalla morte del santo d’Assisi, a scrivere una biografia equilibrata e puntuale. Non poteva essersi formato a questo livello solo una volta entrato nell’Ordine. Oppure pensiamo ad Antonio di Padova o a Leone da Perego, divenuto in seguito arcivescovo di Milano, i quali si recano da Gregorio IX per chiedere se il testamento lasciato da Francesco avesse validità giuridica e se, di conseguenza, costringesse i frati ad attenersi ad esso, specie sull’aspetto della povertà. Il papa rispose rispettando le aspettative della delegazione, il Testamento non aveva valenza giuridica perché non aveva avuto il consenso dei ministri. L’approvazione dei ministri, normalmente all’interno dei capitoli generali, era un passaggio giuridico fondamentale non solo per i Frati Minori. Allargando lo sguardo, ad esempio, Domenico da Guzman nel capitolo generale del 1220 a Bologna fa approvare la povertà personale e comunitaria. Dunque, questo atto aveva valore giuridico per tutto l’Ordine dei frati predicatori, invece Francesco scrive un documento personale non ratificato».
È paradossale che questa crisi interna all’Ordine pare essere stata messa a tacere nella vulgata classica.
«Papa Gregorio IX non avrebbe permesso spaccature. L’ex cardinal Ugolino di Ostia, il primo cardinale protettore dei francescani colse l’importanza assoluta che avrebbero potuto avere per la Chiesa i francescani. L’istituzionalizzazione degli ordini mendicanti era troppo urgente nella politica ecclesiastica. La radicalità della scelta di vita di Francesco poteva essere fraintesa. Non è un caso che Francesco, come si legge nelle fonti, esortava i suoi frati a rispettare la gerarchia ecclesiastica, dai prelati fino al pontefice; era d’obbligo chiedere ai preti o al vescovo il permesso di predicare nella chiesa o nel territorio della sua diocesi».
Dunque, sarebbe ardito dire che Francesco sia morto nel fallimento del suo progetto?
«Occorre vedere la questione da un’altra prospettiva. Francesco non voleva fondare un Ordine, ma l’ha fatto perché la sua epoca storica lo richiedeva. Non dimentichiamoci che il Duecento fu un’epoca in cui proliferarono diversi movimenti religiosi che sentivano la necessità di rinnovare la Chiesa. La maggior parte furono dichiarati eretici come gli Umiliati, i Valdesi o altri. Contro i Catari fu addirittura indetta una crociata. Francesco, di ritorno dalla Spagna, avendo compreso di non essere più in grado di gestire un movimento che si stava istituzionalizzando, decise di fare un passo indietro, ritirandosi a vita privata».
C’è anche l’aspetto dell’elezione episcopale per i frati minori che si inserisce in questo contesto?
«Nella Vita seconda, Tommaso da Celano riporta un incontro fatto da Francesco e Domenico con il cardinale Ugolino, futuro Gregorio IX, nel quale già si paventava la possibilità che i frati dei due ordini mendicanti potessero essere impiegati dalla Chiesa nella veste di vescovi. E i due fondatori mostrarono perplessità al cardinale, propenso a questa opzione. Il santo di Guzman fu più diplomatico. Il testo dice così: “Signore, i miei frati sono già posti in alto grado. E, per quanto sta in me, non permetterò che ottengano altra dignità”. Francesco è stato un po’ più duro e diretto, dicendo: “Padre, se volete che i miei frati portino frutto alla Chiesa, manteneteli e conservateli nello stato della loro vocazione e riportateli in basso, anche contro la loro volontà”».
Eppure la storia ci dimostra che questo proposito originario sarebbe subito arenato, guardando anche a quanto accaduto negli anni Sessanta con la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio?
«In realtà ciò accadde già ben prima della morte di Francesco. I primi vescovi attestati sono un domenicano nel 1225 e un francescano nel 1226. Quindi Francesco era ancora in vita. Va detto che si trattava di vescovi che andavano ad occupare delle diocesi in Marocco, quindi tra gli infedeli. Il testamento che lascia ai suoi frati si giustifica, dunque, solo nell’ottica di un uomo che ha tentato fino alla fine di ricordare ai propri confratelli che era un altro il percorso che aveva pensato e sperato per loro. Già nella Vita prima di Tommaso si lamenta che ci sono frati avidi di cariche che hanno perso la retta via. La problematica delle elezioni episcopali degli ordini medicati si va attenuando già nella prima metà del XIII secolo. Lo stesso Bonaventura nel 1273 divenne cardinale».
Se volessimo racchiudere l’essenza di Francesco in una frase o in aneddoto, lei quale consiglierebbe?
«Prendo spunto sempre dall’intervento di Merlo che ricorda Francesco Guccini, il quale, pur non parlando direttamente di Francesco, parla di un personaggio “vestito di stracci e stranezza”. La stranezza di Francesco era la stranezza di un uomo che, negli anni Venti del Duecento con un padre commerciante, aveva rinunciato alla ricchezza. Questa è la stranezza che dovremmo riscoprire, certo non quella della rinuncia totale al benessere, ma quella “stranezza” che ci permetta di riscoprire la nostra umanità, la nostra empatia nei confronti di chi soffre, di riuscire a vivere come uomini; non come Francesco vestito di stracci, ma neanche come manichini senza anima vestiti di abiti firmati».
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