Intervista a Elena Testi: «Eisenkot alla pari con Bibi Gli arabi ago della bilancia»

27 Ottobre 2026

L’Inviata di La7 spiega il voto nello Stato ebraico: «Sinistra quasi scomparsa»

Elena Testi, in “Genesi” racconti origini e ascesa di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i falchi dell’estrema destra israeliana: ma è vero che si odiano?

«Non si possono vedere. E infatti oggi non corrono nella stessa lista».

Come mai?

«Smotrich considera Ben-Gvir un buffone. Ben-Gvir considera Smotrich un pallone gonfiato».

Chi ha ragione?

«Smotrich è più astuto politicamente, più posato. Crede che le uscite plateali di Ben-Gvir danneggino l’immagine di Israele».

Eppure nel 2022 Bibi era riuscito a metterli nella stessa lista.

«Sai in che modo?».

No. Come?

«Incontrandoli a casa sua. Ma separatamente! Uno la mattina e l’altro la sera».

Ma sono così diversi?

«Profondamente. Smotrich è un personaggio che mi ripugna, ma trovo le sue posizioni più “comprensibili” per quanto sempre non condivisibili».

Perché?

«Il suo estremismo ha una matrice messianico-religiosa: è convinto che la Grande Israele sarà un bene per il mondo».

Più digeribile delle idee di Bibi e Ben Gvir?

«Capisco più Smotrich che il razzismo suprematista di Ben Gvir o il cinismo di Netanyahu».

Cinismo per il conflitto a Gaza?

«Anche nei confronti dei suoi cittadini, di cui ha radicalizzato i sentimenti. In Israele è nota la ragione per cui in tre anni Bibi non ha chiuso alcun fronte di guerra».

Ovvero?

«La propria sopravvivenza».

È la reporter italiana con i boots on the ground in Israele. Elena Testi, inviata di La7, da anni racconta lo Stato ebraico e le sue vicende interne. In questo momento si trova lì, sul posto, per le elezioni che oggi potrebbero decretare la fine dell’era Netanyahu dopo 30 anni da protagonista della scena politica. Nel suo ultimo libro “Genesi” (Sem, 2026), Testi ripercorre la storia dell’estrema destra israeliana. Quella attualmente rappresentata da Ben Gvir e Smotrich, i “fratelli coltelli” che hanno contribuito a cambiare la storia recente di Israele e che sono arrivati a questa nuova tornata elettorale con grande ottimismo. I sondaggi li danno ancora in crescita.

Elena, chi potrebbe vincere queste elezioni?

«È un testa a testa tra il blocco pro Netanyahu e quello anti Netanyahu. Il sistema elettorale è un proporzionale con soglia di sbarramento al 3,25%: difficile dire chi la spunterà».

Nessuno dei blocchi è in chiaro vantaggio?

«Secondo i sondaggi, nessuno dei due arriva ai 61 seggi che servono per avere la maggioranza alla Knesset, il parlamento israeliano».

Quanto è concreta l’ipotesi pareggio?

«Nel 2019 sono servite quattro elezioni per formare un governo. Ma questa volta c’è una forza politica che potrebbe fare la differenza».

Ovvero?

«I partiti arabo israeliani».

Saranno l’ago della bilancia?

«Dipende da cosa vorranno fare dopo le elezioni. Potrebbero appoggiare un governo Eisenkot dall’esterno».

Quanto sono forti politicamente?

«Gli arabi israeliani sono il 20% della popolazione…».

Ma?

«Ma, storicamente, la loro affluenza alle urne non è mai stata molto alta. L’altro giorno, a Gerusalemme, distribuivano dei volantini su questo».

Spiega.

«Era una campagna di sensibilizzazione per portare gli arabi alle urne. “Se l’80% degli arabi va al voto, prendiamo 22 seggi”».

Cosa aspetta l’opposizione ad allearsi?

«L’accordo è stato il grande tema della campagna elettorale di Eisenkot, il principale antagonista di Bibi».

Cosa non ha funzionato?

«Eisenkot ha richiesto loro di accettare la definizione di Israele come la “casa del popolo ebraico”. Per gli arabi-israeliani non era possibile».

Perché?

«Sono i discendenti della nakba del ‘48».

Che personaggio è Eisenkot?

«Un ex generale, molto amato in Israele. Ha perso un figlio e un nipote a Gaza».

Si può definire di sinistra?

«No, no. È della destra sionista, ma contro Netanyahu. Ha combattuto in Libano nel 2006 ed è l’ideatore della “dottrina Dahiya”».

Cioè?

«Quella per cui colpendo anche le infrastrutture civili si fa male al nemico: lo indeboliscono e spingono la popolazione a ribellarsi».

Cosa propone nel suo programma?

«Tra i punti fondamentali ci sono l’apertura di una commissione d’inchiesta statale indipendente sul 7 ottobre e la leva militare obbligatoria per gli Haredim, gli ultraortodossi».

La leva obbligatoria?

«Ben Gurion, nel 1948, concesse agli ultra ortodossi le prime esenzioni dalla leva per lo studio della Torah».

Perché mai?

«L’accordo era questo: “Voi studiate la torah e rimanete in Israele. Noi vi manteniamo”».

E perché Eisenkot vorrebbe introdurre per loro il servizio militare?

«“Perché gli ultraortodossi sono il 14,5% della popolazione e hanno un tasso di natalità molto alto. Saranno sempre di più».

Israele teme di rimanere senza esercito?

«Secondo Sergio Della Pergola, un demografo che vive a Gerusalemme, gli ultraortodossi saranno il 25% degli ebrei in Israele entro il 2050».

Dal punto di vista politico gli ultraortodossi dove si schierano?

«I due partiti religiosi storici sono nel blocco di Netanyahu, anche se esiste una minoranza ultra ortodossa che è antisionista e pro Palestina».

Davvero?

«Nel quartiere di Mea Shearim, a Gerusalemme, si possono trovare bandiere palestinesi appese sui muri».

Incredibile.

«Pensa che Ben Gvir qualche tempo fa è andato a Mea Shearim insieme alla moglie, Raya, e degli ultraortodossi l’hanno aggredita, schiaffeggiandola».

A proposito di Palestina, non c’è nessuna proposta nel programma di Eisenkot?

«Non ti devi stupire. In Europa non si riesce a percepire un aspetto fondamentale della società israeliana».

Cioè?

«Come Israele si sente nei confronti dell’Europa: isolata, incompresa».

Per le critiche e le accuse di genocidio in Palestina?

«Loro vedono gli europei come dei grandi antisemiti».

È l’equazione di Bibi: se critichi Israele, sei antisemita.

«È una percezione che va al di là dei fan di Bibi. Perché si sovrappone al grande trauma del 7 ottobre. Tanti, anche tra chi non sopporta più il premier, vedono l’Europa così».

L’esito delle elezioni quindi non influirà sul futuro di Gaza?

«La questione palestinese è stata un tabù della campagna elettorale».

Quanto è spinoso politicamente?

«Parlarne significa perdere voti. Tanti voti».

Possibile, in un Paese con il 20% di popolazione araba?

«Il 7 ottobre ha alimentato la diffidenza dell’elettorato nei loro confronti. Israele oggi è un Paese che teme il “nemico” arabo».

Nel libro racconta che l’idea del nemico arabo da espellere da Israele è nata ben prima di Ben Gvir e del 7 ottobre.

«Sì. È stato Meir Kahane, padre politico di Ben Gvir, a piantare il seme del razzismo in Israele».

Di chi parliamo?

«Ebreo di New York, informatore dell’Fbi. Negli anni ‘60-70 esplicita tutto ciò che fino ad allora non si era mai detto: “Fuori gli arabi da Israele”».

La miccia?

«Ti sembrerà incredibile: il processo a Eichmann».

L’ufficiale delle Ss della “Banalità del male” di Arendt.

«La sua condanna a morte nel 1961 cambia il racconto dell’Olocausto e il modo in cui veniva percepita nella società israeliana».

Possibile?

«Gli israeliani provavano – e in parte provano ancora – vergogna per l’Olocausto. Ma dopo il processo nasce lo slogan “Mai più” e cambia tutto».

Come?

«Mai più un’altra Shoah significa anche “non dobbiamo mai più essere vittime”, “non dobbiamo più permettere che ci facciano questo”. Da lì, pian piano, è iniziato lo sdoganamento di un certo linguaggio d’odio, quello che sentiamo e leggiamo oggi in Israele».

C’è una semantica comune dell’estrema destra israeliana con quella dell’Occidente?

«Sì, e in qualche modo Israele ne è stata anticipatrice. Soltanto che lì i cambiamenti sono avvenuti in maniera graduale, da noi è stato tutto più veloce».

I social hanno avuto un ruolo?

«Indubbiamente. Lo stesso Ben Gvir è un campione dei social».

Quanto pesa l’odio e la paura verso il mondo arabo in queste elezioni?

«È la carta disperata che si sta giocando Neatanyahu per provare a salvare queste elezioni».

Funzionerà?

«Vedremo. Nelle ultime ore sono usciti diversi retroscena secondo cui Bibi avrebbe provato a far saltare le elezioni».

In che modo?

«Riaprendo la guerra con l’Iran».

E cosa l’avrebbe fermato?

«Il no di Trump».

Eisenkot, Netanyahu, i partiti arabi: in questo scenario non manca una forza di sinistra?

«C’è Yair Golan, leader dei democratici. Ma la sinistra in Israele è quasi del tutto scomparsa».

A quanti seggi potrebbe ambire?

«Secondo i sondaggi, arriverà a 8».

Se Eisenkot vincesse le elezioni, cosa potrebbe cambiare in Israele?

«Forse potrebbe esserci una frenata alla violenza dei coloni in Cisgiordania».

Lo smantellamento degli insediamenti?

«No, questo no. I “ragazzi delle colline” in totale sono 750mila persone».

Più del 10% della popolazione.

«Che una parte della società israeliana considera eroi».

Eroi?

«Perché i loro presidi difendono Israele».

E i palestinesi come guardano a queste elezioni?

«Sperano che vinca Eisenkot. Anche se sanno che non cambierà quello che oggi sembra il loro triste destino».