Brasile, il trionfo di Lula e la delusione di Bolsonaro (e di Trump)

Rimonta miracolosa che lancia un messaggio al presidente degli Stati Uniti
C’è un video celebrativo, sul trionfo di Luis Ignacio da Silva detto “Lula” che riassume per immagini il segreto di una vittoria: inizia con le riprese di un corpo sanguinante, in barella, nella notte (un militante di sinistra ucciso dalle milizie nella vigilia del voto) e poi prosegue in un potente crescendo di racconto visivo accompagnato da una voce di bambina che cantando si fa coro: folle con bandiere sui battelli lungo i fiumi per andare a votare, cortei a piedi dietro striscioni rossi che attraversano ponti per andare a votare, un fiume di persone che sbarcano correndo da un traghetto per andare a votare. Infine le strade affollate di Rio e San Paolo, di Porto Alegre, di Bahia: “Lulacabana”, due milioni sulla spiaggia per il concerto di Gilberto Gill per Lula.
Ma il 1 ottobre, solo venti giorni prima, Lula aveva perso il primo turno delle presidenziali per soli due punti, ed era già stato dato per spacciato da tutti gli istituti internazionali: “Vecchio, sconfitto, e anacronistico” in 24 giorni è riuscito a ribaltare questo verdetto, vincendo il ballottaggio, e portando a votare quelli che non c’erano, e che non ci sarebbero stati mai senza di lui. Il Brasile, tuttavia, con l’incredibile risultato delle presidenziali di domenica, non ci parla di un racconto esotico e lontano, di una qualche favola romantica e sudamericana, ma ci rende incredibilmente visibile e chiaro un conflitto che è molto concreto e attuale in casa nostra: quello in cui si combattono, lungo la linea di confine di un nuovo fronte, il populismo delle élites contro il riformismo del ceto medio, il vangelo neoliberista bolsonariano (e dunque trumpiano), contro una moderna declinazione dello Stato sociale.
E, soprattutto: lungo la contrapposizione che illumina l’ultimo e il più potente dei temi che sono sul tavolo: la dittatura dell’algoritmo contro la mobilitazione dei corpi, l’egemonia dei social contro l’autonomia degli Stati nazione. È come se l’apologo della vittoria di Lula riassumesse il segreto di questa sfida: nel tempo della crisi, della guerra, nella scarsezza delle risorse, il blocco della rabbia populista che tiene insieme i potenti, i monopoli delle nuove “teocrazie” digitali, i nuovi signori della guerra e dell’energia, ha le condizioni per vincere, ma solo se non entrano in campo i corpi. E riesce a vincere se saltano le regole: in Brasile le autorità bolsonariane avevano addirittura sospeso i servizi di trasporto pubblico per fermare questa enorme marea umana in coda davanti alle sezioni elettorali. Ora grida al broglio perché un giudice ha prorogato l’apertura dei seggi di due ore. Molti dicono che Flavio Bolsonaro si è giocato simbolicamente l’elezione in tre passaggi emblematici del duello elettorale. Il primo quello famoso sulla battuta dispregiativa in cui ha definito il suo avversario “Lula-nove-dita” per il mignolo perso a 17 anni quando era tornitore. Replica potente del presidente uscente: “Lavoravo di notte, ero un ragazzo, come tanti che rischiano la pelle sul lavoro in Brasile, non come te che non hai mai lavorato in vita tua, Flavio, e quando hai avuto uno stipendio - affondo micidiale - é stato grazie ad un lavoretto falso trovato da tuo padre!”.
E la seconda: “In sedici anni da presidente mi sono comprato un appartamento da un milione, in centro. Mi dici dove hai trovato - primo piano terrorizzato sul volto di Bolsonaro Jr. - trentadue milioni per comprarti un’intera isola?”. Fantastica anche la terza stoccata, la banderilla definitiva. Bolsonaro attacca Lula dicendo che il suo avversario ha fatto il pieno di voti nelle carceri, “come te lo spieghi, Lula?”. E il candidato del Pt, con lentezza, e con la sua inconfondibile voce roca: “È vero, mi hanno votato tutti nelle celle. Quindi mi ha votato anche tuo padre”. Jair Bolsonaro, infatti, sta scontando 27 anni di condanna per “il Capitol Hill” di Planalto, il tentato golpe con assalto al palazzo presidenziale. Bolsonaro padre (ex militare), non ha mai smentito la sua più celebre frase del 1999: «Purtroppo, le cose cambieranno solo quando un giorno partiremo per una guerra civile qui dentro e finiremo il lavoro che il regime militare non ha fatto, uccidendo trentamila persone, a partire dall’attuale presidente” (era il liberale Ferdinando Enrique Cardoso).
In realtà il bolsonariani si è preso metà del paese con una lunga battaglia di egemonia culturale: già da quattro anni fa, girando per le strade del Brasile, si sentivano rimbalzare molte argomentazioni anti-luliste: “Ha regalato ai giovani criminali una comoda stanza in albergo” (leggi: carceri minorili contro carceri per gli adulti per i minorenni). “Ha regalato il nostro territorio agli stranieri” (leggi: pieni poteri ai forestali per difendere l’Amazzonia dai roghi e dalle devastazioni dei signori delle fazendas agricole). “Ha dato lo stipendio ai morti di fame” (leggi programmi sociali e alimentari come “Fame zero”). “Vuole impedirci di difenderci da soli dai criminali” (vedi legge contro la libera vendita delle armi). La sera della vittoria di Jair al primo turno, per celebrare la loro festa i bolsonariani mettevano le pistole in mano ai bambini per sparare in aria, mentre di contro, l’immagine-simbolo dei lulisti sui social diventava quella della bambina mulatta con i capelli lunghi e il braccio alzato per mostrare la Costituzione. Lo slogan di Lula, ripetuto in mille piazze era: “Nossa arma è ò livro!”. La nostra arma sono i libri. La campagna di Lula era ed é permeata di questa pedagogia democratica, come dimostra il pianto del giovane dottore che a due giorni dal ballottaggio, in un ospedale, lo abbraccia: “Senza le borse di studio del suo governo io non sarei mai arrivato fino a qui” .
Metà del Brasile stava con Lula perché non aveva dimenticato la linea di Bolsonaro padre sul Covid (da buon negazionista Jair si ammalò anche lui durante la pandemia), mentre l’altra metà lo odia ancora “perché sostiene la diffusione del siero velenoso” (il vaccino).
In questi aspetti il Brasile sembra una terra di confine con l’Italia, mentre di certo confina con l’America per l’enorme peso delle chiese evangeliche, che possiedono addirittura giornali e televisioni, animate da una nuova generazione di tele-predicatori molto politicizzati e ferocemente bolsonariani. Ricordo un barbiere evangelico di Rio che distribuiva a tutti i suoi clienti (me compreso) un grande volantino a colori con una immagine: l’abbraccio tra Lula e Papa Francesco, corredati di corna e occhi luciferini, e la scritta “Dimonios”. Lula anti-Cristo in terra, Lula satanico, raffigurato nelle parodie mentre getta lacerti di carne a stuoli di mendicanti straccioni.
Anche la cartografia del voto rispecchia queste proporzioni: Lula vince nel nord est (più povero) e nelle città, Bolsonaro nel sud (più ricco) e nelle campagne. Dopo un secolo, una parte del Brasile di oggi è ancora parente della cosiddetta “democrazia del caffellatte”: coltivatori di caffè e allevatori come spina dorsale dell’economia. Quando Lula si insedia, nel 2003 “l’indice di povertà grave” è al 59.8: scende al 33% nel 2015, risale subito al 38.9% nei quattro anni del governo Bolsonaro, per poi precipitare al 28.9% alla vigilia di queste elezioni dopo altri quattro anni del terzo mandato di Lula: “Ci vuole poco per distruggere in pochi mesi - diceva amaro il presidente nei giorni scorsi - quello che abbiamo costruito in anni”.
Il Brasile è andato alle urne con una crescita al 2% più contenuta dei primi dieci anni di presidenza, in cui il Pil del paese era esploso grazie alle riforme e al rispetto degli impegni internazionali, mentre la vicina Argentina collassava nel debito con il peso svalutato. Ma il compromesso sociale di Lula ha avuto un costo: grazie alle politiche di sostegno del governo la disoccupazione è scesa al 5.3% (minimo storico di un ventennio), ma l’inflazione sopra il 4% ha colpito i redditi. Pur esportando petrolio ovunque (ad esempio in Cina) Lula ha incentivato in ogni modo le energie rinnovabili (89% dell’energia elettrica sul totale prodotto). E il Brasile, con le sue enormi dighe, è oggi il secondo produttore di idroelettrico al mondo. Un altro record è la quota di biocarburanti (il 25%) consumati nel paese, per effetto di leggi che hanno imposto miscele obbligatorie fin dal suo primo governo.
Ultimo dato plateale: l’indice dell’insicurezza alimentare che è passato al 33% della presidenza Bolsonaro al 6.4% del terzo mandato di Lula: «Non avevo mai pensato - dice lui in uno dei suoi tormentoni preferiti - che mettere un piatto sulla tavola di un povero avrebbe generato tanto odio in un'élite che si sazia gettando via cibo nella spazzatura ogni giorno». Dopodiché una rete di farmacie pubbliche per coprire le lande sperdute di un paese-continente, salario minimo, il sostegno alle madri Bolsa famiglia (idealmente dedicata alla sua, somma Linda che abbandonata dal marito crebbe i suoi otto figli da sola) e - ultima mossa - l’approvazione della legge che riduce la settimana lavorativa obbligatoria a cinque giorni. Un terremoto. Ma è vero che tutto questo ha un costo. Il Selic, il tasso di interesse sale al 13.75% e le entrate fiscali per sostenere tutti i programmi sociali toccano 47 miliardi di dollari, suscitando non poco malcontento tra i grandi contributori. La diffusione delle criminalità, nei centri urbani delle grandi metropoli brasiliane, gonfia il consenso intorno agli slogan legge-e-ordine dei bolsonariani. Il paese è più che dilaniato, diviso tra due anime: il tempo in cui Lulla vinceva con più del 60% pare lontano. Trump e Musk, con strumenti diversi, si impegnano a sostegno dei movimenti di destra populista in tutto il Sudamerica: si passa da una cartina rossa, quella del 2022, in cui il “centrosinistra” governa sette stati e la destra tre, ad una che ha come dominante il blu, in cui - dopo l’onda di Xavier Milei - la nuova destra governa sette stati e la sinistra solo tre. Secondo una inchiesta della Reuters, è stato lo stesso Trump a scegliere e a pilotare il giovane Flavio al posto del padre. Al punto da impartire un ordine ai diplomatici americani: “Non parlate con nessun altro esponente della destra”. Poi, dopo la designazione, i (generosi) finanziamenti, l’appello elettorale (“Deve vincere”) e i complimenti dopo il primo turno: “Una grande vittoria, davvero grande!”. Alla fine del primo turno in Brasile gli Stati di destra del Sudamerica per 24 giorni diventano otto con tutti gli istituti di geopolitica Statunitensi che assegnano già il Brasile come stato certo ai bolsonariani (senza contare il petrolio Venezuelano incamerato a mezzo golpe, vecchio stile). L’ultimo incredibile inquinamento ibrido che avvicina in Brasile all’Europa, però, è la guerra dei social. Tra le politiche della presidenza Lula c’era stata la pressione sulle big company americane perché aprissero delle sedi nazionali con amministratori “giuridicamente responsabili” nei territori nazionali in cui operano. La Corte Suprema brasiliana, nel 2024, dopo polemiche infinite, si pronuncia dicendo che le compagnie devono accettare la richiesta dello Stato Brasiliano, e nominare immediatamente un “responsabile legale”. È una sentenza che fino ad oggi non ha precedenti, l’unico vincolo al monopolio delle reti virtuali. La vendetta - però - arriva nel pieno della campagna del primo turno. A pochi giorni dal voto, il 1 ottobre, tutti gli account di Meta che sponsorizzano Lula vengono sospesi. Si ripete un copione già realizzato con accaduto contro il l’ex Presidente colombiano Gustavo Pedro e contro quella messicana Claudia Sheinbaum (che ha dovuto denunciare milioni di bot per una campagna fake sui social sul suo presunto “consumo di droga”). Lo stesso copione si ripete alla vigilia del ballottaggio dove per 24 ore sui social Meta di Lula diventa impossibile sponsorizzare contenuti legati alla campagna elettorale. Nelle adunate oceaniche di piazza, con milioni di persone che lo ascoltano Lula grida: “Mandatemi un messaggio”. La funzione della risposta non è inibita, i corpi sfidano l’algoritmo, l’embargo viene aggirato. Meta risponde così: “Si trattava solo di difficoltà tecniche”. Mai come in questa campagna i video di intelligenza artificiale - da una parte e dall’altra - hanno avuto un ruolo decisivo: Lula ballerino, Lula che esce dalla bara e strangola Flavio, Lula che corre con il suo inseparabile cappello di Panama a falda larga come super-eroe. E poi il video vero - incredibile - di lui che festeggia il goal facendo le manine a papera ai lati delle orecchie. Decisivo il sostegno di artisti, attori, star da tutto il mondo: Mbappé per Lula, Roger Waters per Lula, Anitta, Xavier Bardem, il regista Alejandro aamenbar per Lula. Persino la giornalista (un tempo) più vicina a Bolsonaro: “Ho combattuto Lula ma ora lo voto, vogliono un colpo di Stato”. Machiavellico. Bisogna aggiungere che Lula, però, è anche un abilissimo giocoliere della politica. Ha creato scontento (alla sua sinistra) quando ha scelto come vicepresidente Geraldo Alkim, ex presidente per sei anni dello stato di San Paolo, membro dell’Opus dei, ex sfidante di Lula (da destra) nel 2006. “Trasformismo”, hanno detto in molti, ma Lula ha teorizzato l’idea che che la crisi energetica ridisegna la mappa della politica e produce una nuova alleanza tra lavoratori, imprenditori e ceti produttivi. Poi ovviamente ci sono il pollice e l’indice della mano in orizzontale che fanno la “Elle”. L’unico slogan che non ha bisogno di parole. Ci sono il mito dell’uomo due volte in carcere, sia contro la dittatura che nell’era Bolsonaro. I corpi contro l’algoritmo hanno trovato un catalizzatore in questo guerriero senza tempo, 81enne, emigrato dal Pernbuco a San Paolo da bambino, su un Pau de Arara, sopra un carretto di disperati: “Io non ho potuto laurearmi. Per questo sono orgoglioso di aver contribuito ad ottenere il maggior numero di laureati della storia del Brasile”. Mistero biologico, politico, carismatico: unico leader - abituato a parlare agli analfabeti negli anni ottanta - che riesca ad essere comprensibile anche a chi non conosce una parola di portoghese. Mistero biologico: come abbia potuto correre, saltare, parlare senza interruzione per 24 giorni correndo da un capo all’altro del paese grande più dell’Europa è un mistero scientifico C’è qualcosa di antichissimo in questa vittoria, è molto di antichissimo: “Io qui non rappresento me stesso, ma intere generazioni che hanno lottato, prima di me e con me, senza riuscire. Io non sono il frutto di una elezione - dice Lula - io sono il prodotto di una storia”.

