Franco Gabrielli: «Altro decreto sicurezza spot: si rischia di criminalizzare i giovani»

L’ex capo della polizia: «Inutili i Lince in piazza, non hanno alcun effetto dissuasivo»
ROMA
I Lince nelle piazze: è questo il modo di gestire l’ordine pubblico? Schierare i mezzi blindati dell’Esercito?
«Ritengo proprio di no. Continuo a sostenere che i militari non dovrebbero svolgere questa attività. Le forze di polizia dovrebbero essere poste nelle condizioni di fare adeguatamente il loro lavoro. E trovo pericoloso che si sia immaginato di attribuire ai militari la qualifica di agenti di polizia giudiziaria: sarebbe un ulteriore slittamento verso la militarizzazione della pubblica sicurezza».
Franco Gabrielli conosce dall’interno gli apparati della sicurezza italiana. Già prefetto dell’Aquila, direttore del Sisde e dell’Aisi, numero uno della Protezione civile, poi capo della Polizia dal 2016 al 2021, è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza nel governo Draghi. Ora ha scelto la politica: con Ernesto Maria Ruffini partecipa al progetto Più Uno, che ha appena presentato 43 proposte «Più Una» per il centrosinistra. E critica le misure adottate per le tensioni nelle piazze.
Il problema è che i militari non siano preparati?
«No, il problema non è che non lo sappiano fare: è che non è il loro lavoro. È anche una sottolineatura negativa del lavoro delle forze di polizia. Nell’economia complessiva delle forze di polizia del nostro Paese, davvero il tema sono 500 paracadutisti? I dispositivi di ordine pubblico sono i reparti mobili della polizia, i battaglioni mobili dell’Arma dei carabinieri e le forze territoriali. Abbiamo bisogno di 500 militari per risolvere la questione?».
E il Lince, nello specifico, a cosa serve?
«Siamo arrivati all’utilizzo di un semiblindato che, peraltro, va presidiato e tutelato. Le regole di ingaggio dei militari prevedono che il mezzo non possa essere abbandonato. Se metto in piazza un mezzo di questo genere, devo metterci anche personale che lo presidi e che, quindi, in caso di disordini, non può intervenire. Insomma: è addirittura una sottrazione di personale».
Almeno può scoraggiare chi vuole provocare incidenti?
«Non credo che i Lince servano a questo. Posso capire il pattugliamento, le macchine con i colori delle forze dell’ordine. Ma queste modalità non hanno nemmeno un effetto dissuasivo».
Il nuovo decreto legge sulla sicurezza la convince?
«È l’ennesimo decreto spot che non garantisce sicurezza. Segue il cliché degli altri: fatto di cronaca e inasprimento dei provvedimenti. Stavolta con l’estensione ai minori dei fermi preventivi. Abbiamo visto che, anche durante queste manifestazioni, ci sono stati fermi preventivi, ma ci sono stati comunque incidenti. Il nesso tra il fermo preventivo e la capacità di frenare la violenza non mi sembra dimostrato».
E se i fermi avessero impedito altri saccheggi?
«È un’equazione tutta da verificare. Il fatto che ci siano stati comunque incidenti e violenze non consente di correlare i fermi preventivi all’assenza di saccheggi. È abbastanza evidente, invece, che sono mancate le attività di coordinamento svolte in precedenza».
Che differenza vede tra gli scontri e i saccheggi?
«Bisogna distinguere due situazioni. Le manifestazioni della settimana scorsa e quelle successive sono state nella stragrande maggioranza pacifiche, con episodi di violenza in una parte più marginale. Poi ci sono i saccheggi, che sono una cosa completamente diversa dalle manifestazioni in sé».
È stato fermato Youssef Siher, indicato dagli investigatori come la presunta “mente” del Movimento 17 ottobre, collegato agli scontri di Milano. Lei ha detto che bisognava intervenire prima?
«No. Dico che, se è vero che questa persona è l’istigatore e se era nota per posizioni vicine ad Hamas e Hezbollah, dobbiamo chiederci perché non si sia intervenuti prima. Naturalmente ci saranno accertamenti: fino a questo momento stiamo parlando di un presunto istigatore».
Qual è, allora, la domanda che rivolge a chi si occupa di prevenzione?
«Se siamo in presenza di un soggetto che ha istigato quei ragazzi a fare quelle cose, come mai non si è intervenuti prima? È una domanda legittima. Perché, se davvero li ha istigati a compiere espropri più o meno proletari, chi poteva dire che non li avrebbe istigati a fare altro? Ritengo che ci sia stato un problema nella capacità di intercettare il soggetto, sempre che le responsabilità vengano confermate. Ma c’è una questione più generale».
Quale?
«I ragazzi stanno tramutando la rassegnazione dei padri in rabbia. Le prime generazioni sono state disposte a soggiacere a molte limitazioni. Questi giovani vivono la convinzione di essere italiani per un verso e, per l’altro, di non essere riconosciuti come tali».
Cosa si rischia?
«Ammesso che si sia trovato l’incendiario, non facciamo l’errore di immaginare che il materiale incendiabile sia sparito».
Il ministro Carlo Nordio ha richiamato le Brigate Rosse, parlando di radicalizzati che sfruttano il disagio giovanile. È un paragone pertinente?
«Mi sembra un parallelo un po’ ardito. Io lascerei stare le Brigate Rosse: questi sono fenomeni completamente diversi. Non vanno sottovalutati, certamente, ma sono situazioni assolutamente non sovrapponibili».
Eppure il governo insiste sulle misure penali. Che cosa non funziona?
«Il fatto che a un episodio di cronaca si risponda con un altro decreto, dal profilo eminentemente penalistico. E questo avviene a pochissime ore dall’invito del presidente della Repubblica a fare un’analisi intelligente e approfondita. Non lo dico solo io: lo dicono le Camere penali e quanti si occupano di questioni giovanili».
Perché la preoccupano soprattutto le norme rivolte ai minori?
«Perché, invece di affrontare il disagio giovanile, si rischia di criminalizzare questi ragazzi per il solo fatto di essere giovani. Alcuni comportamenti vanno certamente censurati e, nelle forme più gravi, repressi. Ma temo la stigmatizzazione: uno stigma che condiziona i giudizi e, inevitabilmente, il modo di affrontare queste situazioni».
È ciò che accade quando si parla di “maranza”?
«Sì. È una modalità che polarizza l’attenzione su una categoria, su un gruppo di persone, spesso anche con profili di razzismo, esclusione e marginalità. Non serve a comprendere la complessità dei fenomeni. L’azione delle istituzioni deve essere caratterizzata dai comportamenti, non dalla categoria alla quale si presume che qualcuno appartenga».
Ma chi commette un reato deve comunque risponderne?
«Certamente. Se queste persone, maranza o altri, compiono atti illeciti o non rispettano le regole, devono essere perseguite. Ma per quello che fanno, non perché appartengono a un’ipotetica categoria considerata fonte di minacce. Stiamo spostando il diritto penale dal reato al reo: è un piano molto inclinato e pericoloso».
Si sta perdendo di vista ciò che spinge i giovani a protestare?
«Una cosa abbastanza drammatica è che l’attenzione per vicende gravissime sottrae attenzione alle ragioni della protesta. È successo sempre così: gli episodi di violenza spostano il dibattito, mentre il caro vita, il problema della casa, il futuro di questi ragazzi dovrebbero essere la principale attenzione».
Si chiede sempre alla scuola di intervenire. Può farcela?
«Carichiamo la scuola di molte responsabilità e le attribuiamo molte colpe. Però abbiamo edifici che non sempre sono adeguati e abbiamo socialmente squalificato gli insegnanti nella considerazione dell’opinione pubblica. E questo non è un problema nato oggi».
Quale ruolo dovrebbe avere la scuola?
«È una delle più fondamentali agenzie educative di un Paese, a maggior ragione in una democrazia. Ma non facciamo ciò che serve per metterla nelle condizioni di raggiungere gli obiettivi che le chiediamo. Non possiamo attribuirle tutte le responsabilità e poi lasciarla senza gli strumenti necessari».
Nel suo progetto politico che cosa proponete per la sicurezza?
«Abbiamo recentemente avanzato 44 proposte. Si parla di sicurezza, di giovani e di disagio giovanile. Sono questioni complesse che, secondo me, non si risolvono con una battuta. Noi vogliamo che queste proposte diventino un motivo di discussione nell’ambito della coalizione di centrosinistra».
Tra le proposte c’è anche una “quota futuro”. Perché?
«Perché parliamo molto spesso dei giovani, ma non li mettiamo mai nella condizione di essere protagonisti del loro futuro. Noi vogliamo farlo concretamente».
©RIPRODUZIONE RISERVATA


