Intervista a Piero Schiavazzi: «Leone è l’anti-Trump e vola nelle Americhe dove detta l’agenda»

Il vaticanista racconta la “Passione” del Pontefice: «Sta bene, all’estero trova il compimento della sua missione»
Una settimana. Tanto è durata la Passione di Papa Leone XIV, dall’annuncio Urbi et Orbi della malattia, il tumore al polmone che lo ha colpito, al ritorno per l’Angelus alla stessa finestra. Sette giorni in cui il mondo ha guardato con paura al giovane pontificato del Papa americano.
Prevost ha ripreso in mano con fermezza la ferula e guarda al suo viaggio imminente in Sud America, confermato dall’esito rassicurante dell’esame istologico.
Piero Schiavazzi, insegni Geopolitica vaticana all’Università Link e segui atti e simboli dei romani pontefici. Che Sud America trova Prevost?
«Robert Francis Prevost troverà un continente cambiato nel giro di pochi giorni. Il 6 novembre, quando atterrerà a Montevideo, il Brasile e gli Stati Uniti avranno già votato. Due sfide, quelle a Brasilia e Washington, che vanno oltre la stretta politica di quei Paesi e riguardano la stessa sopravvivenza della Chiesa».
Perché?
«Il Brasile è il Paese più cattolico del mondo e può ritrovarsi, sondaggi alla mano, con un presidente evangelico, Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair. In America Latina è in corso da almeno vent’anni una partita cruciale tra la Chiesa cattolica e le chiese evangeliche».
Addirittura un ventennio.
«Sì. Il tema emerse con forza già nel 2007, quando Jorge Mario Bergoglio, allora cardinale di Buenos Aires e presidente della commissione che redasse il documento finale della Conferenza degli episcopati latinoamericani di Aparecida, denunciò con decisione il rischio dell’avanzata evangelica. Del resto, lo stesso Jair Bolsonaro, il padre dello sfidante di oggi, si fece ribattezzare nel Giordano da un pastore evangelico. E un fenomeno analogo riguarda l’Argentina: appena nel luglio dello scorso anno il presidente argentino Javier Milei ha partecipato all’inaugurazione di un tempio da 15 mila posti».
Dietro c’è l’America?
«Sì. In Paesi fortemente segnati dalla crisi economica, iniziative di questo tipo sono sostenute soprattutto da finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti. Non a caso Bergoglio, che aveva una mente geopolitica, volle celebrare a Panama la Giornata mondiale della gioventù del 2019. Sono dinamiche profondamente geopolitiche».
Perché Panama?
«Sull’istmo centroamericano si incrociano due movimenti contrapposti: da nord scendono predicatori evangelici, sostenuti da capitali statunitensi, con l’obiettivo di espandere la propria influenza ideologica in Sud America; verso nord, invece, risalgono i migranti latinoamericani, che contribuiscono a rafforzare la presenza cattolica negli Stati meridionali degli Stati Uniti».
Torniamo a Roma. C’è qualche cosa che non è stato raccontato davvero della malattia di Leone?
«A mio giudizio no. Però, a forza di attenzionare le Tac cliniche, che sono sovrapposizioni di radiografie, noi giornalisti abbiamo perso di vista l’altra Tac, quella che compete alla nostra professione».
Quale?
«La lettura sovrapposta di ciò che uno ha detto e fatto, per capire come sta vivendo. Pochi si sono chiesti come Leone stia vivendo questo momento. Nella Magnifica Humanitas, che è la sua Magna Charta, il vero programma del pontificato, Prevost dice che non si capisce niente dell’umanità, magnifica, se non si aggiunge alla definizione anche l’aggettivo «drammatica».
Il dramma dell’uomo, che però gli fa riconoscere la sua umanità, è l’incrocio tra il dolore e l’amore. Un pensiero affascinante.
«Sì, non si sperimenta l’amore se non si passa dalla cicatrice del dolore. Sono parole del Papa. Nessuna macchina potrà mai vivere quel prodigio che si realizza dentro l’uomo, all’incrocio tra il dolore e l’amore. Questo, che era teoria fino a qualche giorno fa, si è incarnato in Leone XIV. Lo ha vissuto fisicamente e clinicamente, con la malattia».
Essere stato «paziente» lo rende più credibile?
«Immensamente. Nella sostanza, ma anche nella comunicazione, nella sua strategia di dialogo, essere stato paziente, esserlo ancora nella sua convalescenza, lo rende testimone di ciò che dice. Questa, per lui, è la dimensione centrale del pontificato. Sai perché?».
Dimmi.
«Per la qualità della relazione che il Papa ha con Dio. L’uomo Prevost ci ha detto: guardate, io sono uno che dialoga con Dio come si fa con un amico che cammina con te. Come ciascuno di noi fa con l’amico caro a cui si racconta quello che ci è successo, indipendentemente dal fatto che la cosa sia importante. Gli amici si chiamano anche per le banalità».
Soprattutto, forse.
«Leone cita sempre un santo uomo che gli è caro, Lorenzo della Resurrezione, che scrisse un manualetto in cui racconta che con Dio parlava mentre lavava i piatti. Con Dio si chiacchiera anche di quelle che noi pensiamo che siano le banalità quotidiane. Difficile che un uomo così non si sia chiesto: Signore, perché? Un anno e poco più di pontificato e tu mi hai fatto capitare questa cosa? Allora perché mi hai scelto?
La domanda che Papa Luciani non fece in tempo a farsi.
«Chissà se se la sarebbe fatta… Prevost ne ha avuto modo. Così mi spiego quell’ostinazione a partire per il Sud America, come il compimento della sua missione».
Come è stato possibile che il segreto della sua malattia sia stato conservato così bene, al punto che l’annuncio al mondo è stato celebrato in modo quasi liturgico?
«Lì sono stati bravissimi, il Papa e i suoi famigli. Adesso abbiamo appreso che il Santo Padre, nei giorni che hanno preceduto l’annuncio, è andato a fare una broncoscopia con biopsia e addirittura una Pet. Orbene, la Pet, e anche la Tac, non si possono fare in Vaticano, richiedono una struttura ospedaliera organizzata. Prevost ha fatto nel totale riserbo i riscontri diagnostici prima dell’annuncio all’Angelus. Per questo ha potuto parlare con tanta precisione e accuratezza di fase iniziale, localizzato, circoscritto».
Quindi sei ottimista? Leone riuscirà a portare avanti con il vigore necessario la missione di Pietro?
«I protocolli internazionali sono rigorosi: si opera quando il tumore è in fase iniziale e non si è esteso. Se si è già diffuso, il bisturi non serve e può fare più danno che bene. Chi ha visto questa malattia da vicino, in casa o tra gli amici, lo sa. Nessun medico scavalca quei protocolli. Poi Prevost viene dagli Stati Uniti…».
E che c’entra, sulla materia?
«Gli americani sono più avanti di tutti in quest’ambito! Leone XIV ha fatto quello che doveva fare, accertamenti e analisi, nei giorni precedenti. Poi ha dato lui la notizia».
Ti sorprende?
«Sì. Tutti noi che seguiamo quotidianamente il Papa e le attività della Curia non abbiamo avuto alcun sentore e nessuna percezione che quest’uomo stesse facendo approfondimenti diagnostici, e non sono cose da poco».
Il Papa sta bene, e ne siamo felici. Però una vittima della malattia del Papa c’è…
«A chi alludi?».
Al cardinale Segretario di Stato, Parolin. A che cosa è dovuto quell’inciampo nella dichiarazione ai giornali, “il Papa anche rimodulerà il suo pontificato, se è necessario rimodularlo”?
«Io ne ho dato una lettura calcistica. Mi pare evidente che non ci sia una sintonia totale tra Parolin e Prevost. Mi ha colpito quando il cardinale Parolin, a margine di un convegno alla Cattolica, al Gemelli, ha detto «io ancora non ho avuto modo di vedere il Papa». Però, attenzione! Un uomo come il cardinale Parolin non va letto con i criteri con cui decrittiamo le mosse della nostra classe dirigente. Chi arriva a fare il Segretario di Stato è, per così dire, un pretoriano».
Una guardia del corpo?
«Un uomo che ha talmente alto il senso dello Stato, il sensus Ecclesiae, che per lui è Prevost, è Pietro, il vicario di Cristo in terra, che, indipendentemente dalle sfumature o dalle differenze di sensibilità, si allinea allo spirito dettato dal Papa. Mai e poi mai Parolin avrebbe tirato un siluro al Santo Padre».
Beh, ha parlato chiaramente…
«Parolin ha espresso una preoccupazione. Basta. Poi si può discutere se l’espressione usata, che può essere sfuggita in un’intervista a bruciapelo, fosse la più appropriata. Certo. Ma il senso è chiaro ed è quello di parlare della convalescenza».
Convalescenza?
«Certo. Rifletti con me. Papa Prevost è uno sportivo, un uomo con grandi energie e risorse fisiche, ama molto il calcio: solo a un giorno dall’operazione ha visto per intero Roma-Real Madrid».
E che c’azzecca?
«Come i grandi giocatori di pallone, Leone è uno che nei viaggi va in pressing sulla sua agenda quotidiana. Attacca con 10 punte, certe volte anche con il portiere, a 11. Io non ho mai visto nella mia esperienza 7-8 udienze al giorno, un po’ da amministratore delegato di una grande holding americana, ma dove le persone che vede in 8 incontri successivi sono capi di Stato o di governo; e poi passa nell’Aula Paolo VI e incontra mille persone, e poi torna in Biblioteca e incontra un altro capo di Stato».
E il viaggio in Sud America?
«Immagina: tre Paesi, Uruguay, Argentina e il Perù, dove è stato missionario per vent’anni e poi vescovo di Chiclayo; gli ultimi due giorni sono previsti Cusco, in altura, e poi l’Amazzonia. Forse rimodulare, e vengo al verbo di Parolin, vorrà dire questo per il Cardinale: fare un po’ meno. Ricordi Parigi?».
La visita, intendi?
«Sì. Il primo giorno a Parigi Leone è arrivato e ha fatto discorsi densi e importanti all’Eliseo, poi all’Unesco. Quindi a Notre-Dame e la sera allo Stade de France. È un programma da difesa avanzata: gioca con la difesa alta, per seguire la metafora calcistica. Un modulo di gioco che, in termini di stanchezza, può creare negli ultimi 10 minuti di partita un affaticamento. Ecco, appunto, ri-modulare».
Quindi, non prevedi un avvicendamento prossimo alla Segreteria di Stato?
«L’avvicendamento ci potrebbe essere. Non ci sono segnali immediati, ma non ce n’erano neanche nei casi degli altri cambi in corsa che il Papa ha fatto. Prevost sta dimostrando che è Prevost. Sta cambiando la squadra di governo, ma senza guardare in faccia a nessuno».
Quindi cambio alla Terza Loggia?
«Io non me lo aspetto, nell’immediato, perché Parolin è il regista di alcuni dossier estremamente importanti».
Quali?
«Si deve a lui l’Ostpolitik (che sta funzionando molto bene) verso la Cina. In base all’accordo con il regime cinese di cui Parolin è stato regista, nel 2018, si continuano a fare vescovi. Anzi, paradossalmente, l’americano Prevost sta creando vescovi a un ritmo ancora più sostenuto di quello di Francesco. La Cina è attentissima a questo Papa, molto colpita dalla distanza politica e umana che Leone afferma davanti a Trump, dal modo risoluto e indomabile in cui questo Papa americano tiene testa agli Stati Uniti. Xi Jinping, la Cina, non è indifferente a tutto questo».
Se penso che la prima narrazione che avevamo letto sui giornali è che era un Papa nominato da Trump…
«Questo Papa è un ace».
Cioè?
«Un punto realizzato con il primo colpo. Senza che manco te ne accorga. Trump era venuto qui a mettere il suo cappello da cowboy sul Papa prossimo venturo, e invece è tornato a casa con la papalina bianca sull’America. Leone è un concentrato di simboli antitrumpiani».
Quali?
«Intanto Prevost è un uomo che la sua storia ha reso un ponte biografico tra Chicago, dove è nato, e Chiclayo, la diocesi di cui è stato vescovo. Sono le due “Chi” a fare da ponte Nord-Sud in un’America che, invece, Trump vorrebbe dividere in due col muro sul Rio Grande».
E la battaglia tra i due continua indefessa.
«Certo, Leone non molla. Ma Trump è in difficoltà. Oggi noi sappiamo che molto probabilmente avremo il 3 novembre, all’esito delle elezioni di midterm, un lame duck, un’anatra zoppa, un presidente che non ha la maggioranza parlamentare. Ma sappiamo già da adesso, indipendentemente dall’esito clinico favorevole, che non abbiamo un lame Pope, un Papa zoppo. La vicenda della malattia e dell’operazione, paradossalmente, ha accresciuto il consenso nel mondo di Leone. Che detta l’agenda all’America».
Addirittura?
«Come altro leggere il successo che il Pontefice ha riportato nell’ottenere lo stop alla spettacolarizzazione della pena di morte? Trump ha dovuto desistere dall’intento, suo e di Pete Hegseth, di fare uno spettacolo a scopo dissuasivo il prossimo 3 dicembre, con la fucilazione in diretta streaming di Nidal Hasan, l’ex maggiore e psichiatra dell’esercito che il 5 novembre 2009 uccise tredici persone nella base di Fort Hood.
Diretta fermata dal Vaticano?
Il Vaticano ha pesato, e parecchio. Parolin ha definito «inaccettabile» la spettacolarizzazione, il Papa ha ripetuto che la pena di morte è «inammissibile». Il senso era uno: chi uccide in diretta si mette sullo stesso piano dei jihadisti che sgozzano davanti alla telecamera. Lo ha detto con queste parole persino un deputato repubblicano. Trump ha rinunciato allo show. Se non è egemonia culturale questa…».


