La politica italiana del capro espiatorio. Siher, un innocente in cella sulla base del nulla

Lo Stato l’ha difeso da provvedimenti quantomeno troppo affrettati della magistratura. Ora resta da capire se riuscirà
a difenderlo anche dalla politica
In qualunque Paese civile, dove vige lo Stato di diritto, Youssef Siher non avrebbe mai dovuto essere fermato, o indagato, almeno sulla base degli elementi disponibili fin qui. Sarebbe dovuto rimanere libero, con tutto il diritto di esprimersi sui social media, come prevede la Costituzione all’articolo 21. In Italia, invece, è stato incarcerato sulla base di accuse assai vaghe, ha passato qualche giorno a San Vittore, la giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni ha respinto la richiesta di convalida del fermo, e lo ha liberato. Ma questo non va bene al governo Meloni, che aveva convocato solo pochi mesi fa un referendum in nome del principio che i giudici devono essere autonomi dai pm in modo da poterli arginare quando necessario. Senza curarsi di alcuna separazione dei poteri e del merito della questione, i vertici del governo sono intervenuti subito per contestare la decisione della gip. Per Meloni è una decisione «vergognosa», anche perché è una «mortificazione insopportabile» per forze dell’ordine e inquirenti. Matteo Salvini parla di Youssef Siher “classico italiano” e segnala che la giudice che lo ha scarcerato aveva firmato un appello per Gaza: se ci saranno altre manifestazioni e altri danni, «pagherà lei signor giudice?». Dunque il fatto che Youssef non abbia un nome da “classico italiano” dovrebbe essere sufficiente a tenerlo in carcere? Negli Stati Uniti questa si chiama “profilazione razziale” ed è una falla grave nel sistema della giustizia. La gip non aveva in realtà molto margine di discrezionalità perché nulla, ma proprio nulla, nella richiesta di convalida del fermo da parte della Procura di Milano, firmata dal procuratore Marcello Viola e dalla sostituta Francesca Crupi poteva giustificare la restrizione della libertà di Siher.
Siher non c’entra nulla con gli scontri e i saccheggi del 17 ottobre. O meglio, nulla gli è stato finora contestato su comportamenti criminali di quel giorno. Nulla. Già nella prima pagina della richiesta di convalida si palesa una certa confusione o fretta: Siher veniva accusato di aver creato un “gruppo” Instagram, mentre ha pubblicato una pagina accessibile a tutti. La moglie di Siher, Sagia Hammoud, è indagata perché amministratrice di un gruppo Telegram che però è stato creato, “alle 19.58 di domenica 18 ottobre”, cioè dopo che si era conclusa anche la seconda giornata di violenze. Per definizione, un gruppo creato dopo gli eventi non può aver contribuito al loro sviluppo. Dunque Giorgia Meloni dice una cosa non vera quando dice che «Siher era accusato di essere il gestore della pagina Telegram che incitava all’organizzazione di quelle manifestazioni che hanno portato alla devastazione di vari esercizi commerciali a Milano».
Siher e la moglie hanno creato pagine e gruppi dopo gli eventi, non prima. Gli accertamenti e i messaggi citati dalla Procura sono tutti successivi alle giornate del 17 e 18 ottobre, quando ci sono state a Milano le violenze. La Procura stessa non contesta niente a Siher e alla moglie riguardo a quei fatti. Dunque di cosa sono accusati?
La logica non aiuta a capire come la Procura sia arrivata a contestare vari reati tra i quali istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Ecco la sequenza delle indagini: ci sono le violenze e i saccheggi, la polizia monitora i social, trova gruppi che sembrano coerenti con quello che stava cercando, cioè qualcosa che assomigli a una regia, e si mette a indagare per capire chi c’è dietro. Il fatto che quei gruppi siano stati creati dopo gli eventi e quindi non possano essere considerati in alcun modo il coordinamento delle violenze, ma solo, al massimo, la base per quelle future, è irrilevante per investigatori e Procura. Accusare Youssef Siher e Sagia Hammoud del tentativo di trasformare una manifestazione spontanea del 17 e 18 ottobre in un movimento organizzato, addirittura terroristico, è solo un processo alle intenzioni. Per verificarle sarebbe bastato monitorare i canali per una settimana, al massimo. E invece no, Siher viene fermato il 24 ottobre, cioè prima del weekend successivo a quello degli scontri, prima che si possano osservare eventuali nuove violenze e un ancor più eventuale ruolo dei due indagati.
È un fermo da Minority Report: una specie di profilazione preventiva, si identificano due persone che potrebbero corrispondere a un identikit di potenziale agitatore di piazze, si fermano, si prevengono le violenze e l’assenza del fatto diventa la conferma dell’accusa. Con il regista individuato, alla piazza manca la regia, e quindi torna gestibile.
Le assurdità logiche non finiscono qui. La Procura sembra considerare Youssef Siher e Sagia Hammoud – tuttora indagati – responsabili di tutti i contenuti che passano sui loro canali: che, poi, non sono neppure particolarmente bellicosi. È un approccio ben singolare in un contesto, quello dei social, dove neppure le piattaforme stesse sono considerate responsabili dei contenuti che ospitano. Quando un certo Maurice scrive «Spaccare gli istituti di credito è giusto», in che modo Siher dovrebbe esserne responsabile? Ogni commento sui social che trasuda violenza è un reato? Allora bisognerebbe chiudere quantomeno X oggi stesso. Nell’alimentare le violenze del 17 e soprattutto del 18 ottobre Siher non ha avuto, a quanto sappiamo, alcun ruolo, ma l’algoritmo di Tik Tok che ha trasformato i saccheggi in un format virale sicuramente sì. Però nessuna indagine riguarda l’azienda cinese. Continuiamo con i salti logici. La polizia fa una ricerca su Google: scoprono che ha lavorato al think tank ISPI, che ha scritto qualcosa per Il Fatto Quotidiano e Il Foglio e, cosa evidentemente molto sospetta, ha anche un account Instagram con nome e cognome. Davvero inquietante. Sulla base di queste evidenze – cioè del nulla – vanno a cercarlo e non lo trovano a casa. Ma da una amica dove si trovava «(in previsione della manifestazione)» e «provando a fare perdere le proprie tracce». Si stava nascondendo? E cosa vuol dire in previsione della manifestazione? A questo punto Siher fa una cosa che la Procura cita tra le ragioni di richiesta delle misure cautelari: rifiuta di dare il Pin del telefono e di far accedere i magistrati a tutti i suoi contatti e messaggi. E perché mai avrebbe dovuto?
C’è poi un passaggio, nel provvedimento della Procura, che risulta davvero difficile da giustificare anche sul piano semantico: si dice che Siher poteva fuggire perché «sebbene italiano di seconda generazione, ha dimostrato di essere in grado di rendersi irreperibile».
Ora, qui ci sono due problemi. Il primo: Siher era da una amica, non in aeroporto o in un tunnel. Secondo: ma è normale che dei magistrati usino l’espressione «italiano di seconda generazione», come se fosse in qualche modo connessa alla possibile caratura criminale di Siher? Sulla base di queste inesistenti prove, la polizia postale sequestra comunque il computer di Siher. Dove trova le seguenti evidenze: messaggi di persone che via Telegram chiedono informazioni sulle manifestazioni del 24 ottobre, e una sessione di chat con una intelligenza artificiale dal titolo non proprio violento «rivoluzione intelligente: strategie efficaci» e un’altra per stilare il secondo comunicato politico del Movimento 17 ottobre, anche questa seconda chat del 20 ottobre, cioè molto dopo gli scontri. L’enormità di questi fatti dovrebbe saltare agli occhi di tutti: non ci sono elementi per legare Youssef Siher agli scontri del 17 ottobre, nonostante questo i magistrati lo indagano, lo cercano, lo fermano, gli sequestrano il computer, accedono alla sua cronologia e alle sue chat con l’intelligenza artificiale. Esiste qualcosa di più invasivo? Per fortuna Siher è tornato libero, ma questo non cancella la gravità di quello che è successo e le domande che deve sollevare sui criteri di valutazione dei magistrati, degli investigatori e dei media in momenti di forte polarizzazione politica. Giorgia Meloni dice che uno Stato normale dovrebbe difendere le persone per bene dalle decisioni di certa magistratura. È quello che è successo, lo Stato ha difeso Youssef Siher da provvedimenti quantomeno troppo affrettati della magistratura. Ora resta da capire se riuscirà a difenderlo anche dalla politica.
