Celebriamo Resistenza e Repubblica, due signore diventate sorelle: grazie a loro un secolo di diritti

Così nacque l’Italia democratica dalle macerie della dittatura e della guerra. Oggi celebriamo i pilastri della libertà nel mondo
PESCARA. Oggi è la festa della Liberazione. Queste due signore che celebriamo (e che celebreremo) insieme, il 25 aprile e il 2 giugno di quest’anno, con grande affetto, sono due sorelle: si chiamano Resistenza e Repubblica. Dalla prima nacque la seconda e le due ex ragazze – che adesso compiono rispettivamente 81 e 78 anni – sono i pilastri che ci hanno garantito un secolo breve di libertà e diritti. In Italia, nel mondo, in Occidente.
Mai, come in questi ultimi tempi, siamo tornati - dopo anni di ritualità a volte annoiate o celebrative- a festeggiare con passione e speranza queste due ricorrenze come se fossero il più autentico certificato di anagrafe della nostra identità nazionale e civile. Molti ragazzi, che un tempo sembravano annoiati dai racconti dei nonni, sono tornati a compulsare famelicamente i libri di storia. Per la terza volta un referendum di modifica Costituzionale è stato battuto nelle urne, con livelli di partecipazione sorprendenti e controcorrente. La ragazza Costituzione si difende ancora bene.
E questo non tanto per un problema politico non da poco, (il fatto che una parte importante della nostra classe dirigente contemporanea non si consideri figlia di questa storia, e talvolta, inspiegabilmente, la consideri addirittura una memoria ostile), ma per un tema ancora più delicato: in questo giro violento di storia che stiamo vivendo, nel tempo delle nuove guerre e delle nuove intolleranze, molti (in tutto il mondo) stanno provando a mettere in discussione conquiste che sembravano raggiunte per sempre. Abbiamo ottenuto la pace in Europa, abbiamo potuto costruire delle istituzioni del diritto internazionale perché qualcuno aveva seminato con il sangue i campi di guerra della seconda guerra mondiale, perché qualcuno aveva combattuto contro il nazifascismo, da un capo all’altro del mondo, dal ghiaccio di Stalingrado alle sabbie della Normandia. Siamo figli di tante sconfitte che hanno posto il seme delle vittorie future, siamo figli e nipoti dei perseguitati, siamo figli di tante diversità che si sono unite in un solo coro.
Per anni mio padre mi faceva commuovere, negli anniversari delle battaglie, declamandomi il discorso di Charles De Gaulle a Dunkerque, solfeggiandomi “le lacrime e il sangue” di Winston Churchill, mettendomi sotto il naso le ultime lettere da Stalingrado e il diario disperato del generale della Wehrmacht Von Paulus. E poi c’erano i testimoni. Un fratello di mia madre l’otto settembre era fuggito saltando il muro dell’accademia per andare ad unirsi ai partigiani. Uno zio che aveva combattuto la guerra d’Africa (“dalla parte sbagliata”, come coscritto) mi raccontava delle suole di cartone che si polverizzavano nel deserto di El Alamein, e del profondo senso di “tradimento” vissuto nelle trincee dalla generazione di chi in Italia era cresciuto credendo alla retorica di Benito Mussolini. Non la rabbia degli antifascisti, ma quella degli ex balilla mandati a morire per contare al tavolo dei grandi, in nome delle ideologie della razza e dell’odio. Due anni di prigionia dopo la fine della guerra, per poi tornare a piedi ritrovando figli cresciuti senza padre. La storia del lessico famigliare, prima ancora di quella con la Esse maiuscola. La storia dei parenti e degli amici di famiglia, prima di quella dei protagonisti e degli eroi.
Noi italiani, tuttavia, celebriamo il 25 - non come la festa di una parte - ma come la festa di tutti, come il nostro “secondo Risorgimento”, come l’atto costitutivo della nazione democratica che ancora oggi abitiamo. Noi, rispetto agli altri popoli “fratelli” che nel 1945 erano rimasti sotto le macerie dell’Asse senza riuscire a risvegliarsi dal coma della propaganda, avevamo e abbiamo questa esperienza che ci rende unici: ci eravamo ribellati alla dittatura e alle dittature. Ribelli ancora con il Duce vincente, nelle carceri, al confino, nell’esilio di Parigi delle minoranze illuminate. Ribelli con le brigate internazionali in Spagna, nel 1936, quando la Forza delle armate Hitler-Mussolini-Franco sembrava priva di qualsiasi argine. E poi ribelli, dal 1943 al 1945, contro tutto e tutti, ribelli anche nel periodo terribile in cui un ufficiale britannico - il famigerato generale Alexander - pensó di poter dire a questo popolo di eroi vestiti di stracci, arrampicati sulle nostre montagne e inseguiti dai cani: “Tornate a casa. Non c’è bisogno di voi”. Nessuno gli aveva dato retta.
La prima città (in tutta Europa!) che era insorta, senza il sostegno di nessuno, era stata Napoli. In una meravigliosa guerriglia di strada, popolare e disperata, i tedeschi erano stati costretti a ritirarsi e a negoziare la resa, mentre Adolf Hitler, ancora inconsapevole della capitolazione diramava ordini di sterminio: “Di quella città non deve rimanere in piedi pietra su pietra”. Purtroppo per lui i comandanti della Wermacht si erano già arresi, e sarebbe stata solo la prima volta: i più intelligenti capirono allora che l’autoproclamato “Reich millenario” non avrebbe superato i dodici anni.
Nulla di simile era accaduto a Dresda o a Tokyo. Le nostre di ragazze diventarono ottantenni, il brutto sgorbio Hitleriano non ha superato l’adolescenza.
Ribellione, dunque. Lo stesso fermento di insurrezione - da quel momento in poi - si accese in ogni città d’Italia, in ogni angolo di paese, in ogni campo di battaglia, nelle campagne e nelle città. E ovviamente anche e soprattutto nell’Abruzzo che divenne palcoscenico della Grande Storia fin dai giorni della fuga dal Gran Sasso, quando i paracadutisti di Hitler liberarono il fantasma di Mussolini per proclamarlo capo di uno stato fantoccio, sorretto dai cingoli dei carri armati tedeschi. In Abruzzo venne battezzata la stagione di sangue delle stragi di guerra tedesche contro i civili: la strage di Onna come quella di Monte Sole, come alle Fosse Ardeatine, come per Sant’Anna di Stazzema, come a Fossoli. Un lungo alfabeto di sangue e di tortura, sillabato dalle divise nere, dai teschi d’oro e dalle lettere runiche delle Ss. Rappresaglie contro i civili. Tortura. Violenza efferata per cercare di piegare i ribelli. Invano.
I partigiani abruzzesi hanno avuto due medaglie sul petto che ancora oggi brillano in tutto il paese: aver aggredito la Linea Gustav, il primo decisivo fortino con cui Hitler voleva difendere l’Europa nera. E poi aver creato la brigata più plurale della storia: c’erano tutti dai comunisti ai monarchici, dai socialisti agli azionisti, dai liberali ai Popolari, dai militari ai civili, dagli uomini alle donne (persino un fascista, in nome della difesa della Patria occupata).
Bene quando queste due signore che festeggiamo oggi hanno superato la linea degli Ottant’anni si è esaurito (salvo singoli casi) il tempo di vita medio dei testimoni diretti. Ed è questo l’ultimo motivo che riaccende il senso della ricorrenza e la spoglia di ogni ritualità. Ed è questo che rende preziosa la grande letteratura storica e giornalistica, il valore delle testimonianze raccolte con metodo scientifico. Quando da cittadino semplice sono diventato giornalista, mi ritrovai comandato ad intervistare i testimoni (che negli anni Novanta erano ancora degli splendidi sessanta-settantenni), vivevamo ancora nell’illusione di avere questi ex ragazzi ribelli intorno a noi per sempre. Erano vive Nilde Iotti e Tina Anselmi (partigiane rosse e bianche, diventate entrambe madri costituenti). Era viva Settimia Spizzichino, ex Gappista che mi raccontò della strage di via Rasella in una minuscola cucina di Testaccio mentre infornava un ciambellone. Era vivo “Cesare” (vero nome Lello Perugia), l’amico di Primo Levi protagonista de La Tregua - che mi fece ridere fino alle lacrime raccontandomi il ritirino dal lager. Nel suo anti retorico romanesco, mi spiegò che era diventato partigiano in Abruzzo, nella banda Liberty di Carsoli (dopo la guerra fece il tipografo al poligrafico di Stato). Era ribelle Nuto Revelli, ex ufficiale volontario fascista, poi partigiano nel cuneese, poi venditore di rottami di metallo di giorno (da commerciante), e scrittore della memoria degli scomparsi del Don, di notte (da scrittore). Revelli aveva anche composto il canto partigiano “Pietà l’è morta”. Che voleva dire: morta qualsiasi idea di pietà finché non avremo cacciato l’ultimo nazista. Revelli era andato persino in Francia, alla guida della sua IV banda, per inseguire i nazisti in fuga. È lì si era maciullato parte del volto, costretto per decenni a subire operazioni plastiche. Mai candidato, mai fatto politica. Come maggior parte dei partigiani della brigata Maiella, che dovettero “lottare” con gli inglesi per avere le armi (“A chi le stiamo dando? A italiani che erano con Mussolini?”) e che liberato l’Abruzzo continuarono a combattere fino ad arrivare, insieme ai polacchi a Bologna, per liberarla.
Questa sono le medaglie che stanno sul petto delle nostre ragazze, stelle che non possono essere offuscate da nessuna retorica. Sono state pagate con il tributo del sangue quando la cosa più comoda era restarsene a casa ed aspettare che la guerra finisse. Gente come Ettore Troilo, capo carismatico che tornò a fare l’Avvocato, dopo essere stato amico di Turati e di Matteotti, primo prefetto di Milano nell’Italia libera. Una grande classe dirigente nazionale, democratica, repubblicana, fatta di giovanissimi che si alzarono in piedi per dire No alla dittatura, a tutte le dittature. Ora che i testimoni diretti ci lasciano, nel tempo in cui qualcuno vorrebbe imporre il Vangelo della guerra come nuova legge del mondo, nulla è più garantito. Porteremo nel futuro solo la memoria di quello che vorremo e sapremo raccontare, finché non ci separeremo dalle nostre di ragazze preferite.
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