25 aprile

Oggi, ma nel 1990, a Roma, al civico 30 di via Castro Pretorio, Armando Lovaglio, di 21 anni, strangolava, con un foulard azzurro a pois bianchi firmato dallo stilista Balenciaga, l’amante e convivente Domenico Semeraro, di 44, detto “Il nano di Termini”, perché per la disfunzione all’ipofisi era alto un metro e 30 centimetri e andava alla stazione dei treni ad adescare i ragazzini. Il killer, che la vittima aveva conosciuto il 27 giugno 1986, era stato coadiuvato dalla fidanzata, Michela Palazzini, di 20, dalla quale nel 1989 aveva avuto una figlia. Il cadavere di Semeraro, tassidermista nella vita di tutti i giorni e per questo conosciuto pure come “L’imbalsamatore”, veniva gettato nella discarica di Corcolle.
Sostanzialmente veniva fatto fuori perché Lovaglio e la Palazzini erano stanchi del “ménage à trois” e volevano avere una vita tutta loro (nella foto, particolare, il trittico di protagonisti riportati nelle immagini a corredo dell’articolo del quotidiano milanese “Corriere della Sera”, del 5 maggio di quel 1990, a firma di Giuliano Gallo). Semeraro, originario di Ostuni, era omosessuale mentre Lovaglio, che proveniva da Casal bruciato, sempre nella Capitale, fondamentalmente aveva acconsentito a rapporti gay col piccolo sardo per poter ottenere soldi, lavoro, alloggio ed eroina. Il 13 maggio 1991 Lovaglio verrà condannato, in primo grado, a 15 anni di carcere e la Palazzini a uno.
Poi le sentenze diverranno definitive dopo il passaggio in appello e quindi in Cassazione. Tutta la triste vicenda, che diverrà uno dei fattacci di cronaca nera che verranno inseriti negli annuali del Belpaese, verrà rievocata anche nel lungometraggio, del regista Matteo Garrone, intitolato “L’imbalsamatore”, che verrà presentato al 55° Festival del cinema di Cannes del 15-26 maggio 2002.

