Eric Salerno una vita da inviato speciale: «Papà era un comunista, mamma un’ebrea russa. Svoltai grazie ai francobolli»

Parla lo storico inviato in Medio-Oriente che oggi riceverà il Premio Russo: nato a New York, arrivai qui a 12 anni che non parlavo italiano
PESCARA
«Conosco Netanyahu da tanti anni e posso dirle che è il più coerente tra i mostri della politica israeliana».
Dal punto di vista della questione palestinese?
«L’ho cominciato a frequentare negli anni ’90, quando è iniziata la sua ascesa nella politica israeliana. Avevamo un rapporto quasi personale, perché ero tra i pochi giornalisti italiani che parlava inglese, e lui mi ha sempre detto una cosa sola: “Eric – mi chiamava per nome – uno Stato palestinese non nascerà mai”».
Tra pochi giorni però Israele tornerà al voto: le cose potrebbero cambiare.
«Onestamente, non credo in un futuro migliore di così. Anche se Bibi dovesse perdere».
Perché?
«Dopo l’odio scaturito dal 7 ottobre, mi pare non ci siano più speranze. Nessuno vuole affrontare la questione palestinese. La stessa opposizione non ne parla».
Con o senza Netanyahu, quindi, non cambierà molto.
«Oggi non vedo lo spazio politico per poter cambiare le cose. Ma credo anche che gli israeliani siano ormai stufi di Bibi: è al potere da troppo tempo».
Eric Salerno, 87 anni e una lucidità disarmante. Storico corrispondente dal Medio Oriente per il Messaggero, dagli anni ’80 Israele è stata la sua seconda casa. Oggi, a Francavilla, riceverà il premio Antonio Russo alla carriera. Ripercorrere la sua storia significa avere uno sguardo privilegiato sul mondo che fu. Anhe per provare a scorgere il mondo di domani.
Eric Salerno, l’anagrafe recita: nato a New York il 30 luglio 1939. Partiamo da qui?
«È a New York che si sono conosciuti i miei genitori. Entrambi, per motivi diversi, erano dovuti fuggire dai loro rispettivi Paesi».
Papà era italiano.
«Un calabrese comunista, pugnace. Dovette fuggire durante il fascismo».
E sua madre?
«Un’ebrea russa, sopravvissuta ai pogrom in Bielorussia. Una parte della sua famiglia si trasferì a Leningrado, l’altra emigrò in America».
Un’esperienza che vi segnò.
«Ci mise tutta la vita a raccontarmi cosa era accaduto nei pogrom: arrivata a 80 anni mi confessò di aver visto sua zia decapitata».
Decapitata?
«Da un cosacco, a colpi di sciabola».
Quanti anni aveva sua madre allora?
«Aveva solo 9 anni: era una bambina».
Terribile.
«Non si riprese mai del tutto da quell’esperienza».
Papà calabrese, madre russa: in casa che lingua si parlava?
«Inglese. Ai tempi per gli immigrati imparare la lingua era una priorità, cercavano di farlo nel minor tempo possibile».
E lei quando ha imparato l’italiano?
«Più tardi, dopo essere tornato in Italia. Arrivai a Roma a 12 anni che sapevo contare in italiano, ma fino a nove, non arrivavo nemmeno a dieci! (sorride, ndr)”.
Perché la sua famiglia è tornata in Italia?
«Gli anni ’50 in America furono quelli del maccartismo, e le idee di papà non erano certo un mistero. Scriveva per il giornale comunista di New York».
Come si chiamava?
«L’unità del popolo».
Tutto un programma.
«Papà fu espulso. Mamma e io lo seguimmo sei mesi dopo».
Dunque è figlio d’arte.
«La svolta arrivò quando mio padre fu assunto al Paese Sera».
Il giornale di Mastroianni nella Dolce vita.
«Prima, però, dovetti tornare in America per un anno per volontà di mia madre, arrabbiatissima con la scuola italiana».
E perché mai?
«Perché le scuole di qui non mi volevano! Il sistema scolastico cercava di orientarsi sulle lingue straniere, io avevo bisogno di imparare l’italiano».
Uno studente senza scuola.
«Alla fine, mia madre decise di farmi fare un altro anno scolastico negli Usa».
Il secondo tentativo va meglio?
«Ci misi due mesi, ma alla fine riuscì a farmi accettare».
Nel frattempo suo padre viene assunto.
«In quei due mesi un collega di papà, Enzo Lucchi, mi fece scoprire Roma. Fu sempre lui a propormi di scrivere la mia prima rubrica su Paese Sera».
Esteri?
«No! Scrivevo di francobolli, una mia passione. Fu un vero successo».
Davvero?
«Dopo qualche tempo cominciò a chiamarmi il ministro delle Poste. Mi chiedeva consigli su quali potevano essere i nuovi francobolli da far stampare».
Ma, scusi, non ha detto poco fa che a quell’età aveva difficoltà con l’italiano?
«Infatti. “Ma io non so scrivere!”, fu la mia risposta all’idea di Enzo. Lui mi rassicurò: “Non ti preoccupare, ti correggo io”. Alla fine, grazie alla rubrica imparai l’italiano molto di più che sui libri di scuola».
A che età la sua prima prima pagina?
«Avevo sì e no vent’anni. Mi diedero mezza prima pagina: “Eccezionale servizio esclusivo dal Pakistan”».
Uno scoop?
«Avevo fotografato la base militare da dove decollò il famoso aereo-spia americano abbattuto dai sovietici. Un caso diplomatico enorme».
Una bella soddisfazione. Ma come ci era finito in Pakistan a vent’anni?
«È una storia complessa, che ha a che fare con la lingua inglese, l’aviazione civile e la mia prima aragosta!».
Non sono sicuro di seguirla.
«In quegli anni a Paese Sera c’era solo un giornalista, oltre me, che parlava inglese. Questo mi permise di concentrarmi su tante cose diverse, tra cui l’aviazione civile. Strinsi dei contatti in Francia, in Inghilterra...».
Il Pakistan mi pare ancora lontano.
«Ora ci arrivo! Grazie a questi contatti fui invitato al volo inaugurale Roma-Karachi della Pakistan International Airlines. Si passava per Beirut, Teheran».
Un bel volo?
«Magnifico, tutto in prima classe. Lì mangiai la mia prima aragosta. Buonissima! (sorride, ndr)».
Quindi atterra a Karachi.
«Da lì mi muovo verso Peshawar, nella zona Nord. Atterro e vedo, a qualche decina di metri dall’aeroporto, divisa solo da un reticolato, la base concessa dai pakistani agli Usa. Fotografo tutto».
Sapeva che sarebbe stato uno scoop?
«Per niente. Le foto erano solo per curiosità personale, anche se poi mi informai. La possibilità di farle diventare un servizio si materializzò una volta tornato in Italia».
Come?
«Il direttore dell’epoca voleva “proteggermi”».
Da rappresaglie?
«(sorride, ndr) No, da gelosie interne. Gli altri inviati si erano lamentati perché un ragazzino era stato mandato al posto loro. Non dicevano però che io ero stato invitato all’evento. Comunque, il direttore mi chiese se avessi un’altra notizia. Allora gli parlai delle foto a lui piacque il servizio. Morale della favola?».
Quale?
«Dopo il servizio, la compagnia aerea era furibonda: chiuse ogni rapporto con Paese sera (ride, ndr)».
La sua sembra una rapida ascesa ai vertici del giornale. Cosa andò storto?
«Semplice: nel 1967 fui licenziato. Senza preavviso!».
Motivazione?
«Un classico: Paese Sera aveva problemi economici».
Cosa le dissero?
«“Eric, dobbiamo licenziare 10 colleghi”. Perché io? “Tu sei bravo, ci metterai un attimo a trovare un altro posto”».
Meritocrazia.
«Mi presentai alla sede del Messaggero. Mi dissero che gli piacevo, che mi avrebbero certamente assunto ma che avrei dovuto aspettare qualche mese, perché anche loro avevano guai economici».
Lei aspetta.
«Incontro il direttore, un uomo di sinistra. Mi dice: “Per me sei assunto, ma prima devi parlare con l’amministratore delegato”. Era suo cugino».
E come va il colloquio?
«Mi fa: “Salerno, dobbiamo aspettare”».
Ancora problemi economici?
«No. “Sa, c’è la guerra in Medio Oriente. E se scoppia una guerra atomica che me ne faccio di un altro redattore?”. Un’assurdità. Mi richiamò dopo la fine della guerra, che, come sa, fortunatamente durò solo sei giorni».
Ah ah ah.
«La verità è che era un destrorso, di quelli veri. In seguito scoprii che voleva verificare se fossi un comunista fuori controllo o uno che sapeva stare al suo posto».
Esisteva questa classificazione?
«Evidentemente sì. Perché poi mi assunse».
E come finisce a occuparsi di Medio Oriente?
«Grazie alla mia passione per l’Africa. Nei miei primi anni al Messaggero mi occupo di cronaca, ma contemporaneamente comincio i miei primi viaggi lì».
Perché l’Africa?
«Ero affascinato da questa terra misteriosa: attraverso il Sahara tre volte, fino ad arrivare al cuore del continente nero, e ci scrivo anche un libro».
Diventa un esperto?
«Sì, cominciano a mandarmi ogni tanto fuori dall’Italia, poi entro nella redazione esteri, prima divento capo e poi inviato».
Amareggiato per il passo indietro?
«Macché, felicissimo! Finalmente tornavo a scrivere e viaggiare. Così nel 1978 mi arriva la possibilità di andare in Israele».
Come?
«Era in programma la doppia visita di Carter in Medio Oriente, prima al Cairo e poi in Israele. Il giornale seguiva entrambi gli impegni, io sarei dovuto andare in Egitto ma dissi all’altro inviato: “Scambiamoci i servizi, altrimenti non potrò essere a Roma per la presentazione del mio libro”. Lui acconsentì».
Con Israele fu amore a prima vista?
«Mi sembrò subito interessante. Bisogna tener presente che Israele, ai tempi, rappresentava il sogno di una nuova civiltà, quella dei kibbutz».
Una nuova via al socialismo.
«Mi è capitato spesso di discuterne con mio padre. Cercavo di spiegargli che Israele non era solo quell’idea affascinante di Paese democratico e moderno».
Cosa aveva visto?
«Quest’anima. Ma anche quella dei coloni, gente che mi ha fatto capire che il grande sogno israeliano non esisteva».
Ha perso presto anche il sogno di arrivare alla soluzione di due popoli e due Stati?
«Sì, bastava osservare con attenzione Israele e Palestina per capire, già allora, cosa sarebbe accaduto».
Ha visto the Bibi files e Naza?
«Entrambi. Dell’inchiesta sul premier già sapevo. Mi ha colpito di più Naza, per il tono di quei giovani ufficiali intervistati».
Quale?
«Posso dirlo? Mi sono sembrati in gran parte ragazzi di buona famiglia frustrati, che non avrebbero voluto fare il servizio militare. Si sono sentiti presi in giro dal governo».
Non potrebbero essere loro la speranza per un futuro diverso in Palestina?
«Tra 5 o 10 anni, forse. Qualcuno potrebbe cominciare a dire: “Allora abbiamo esagerato, siamo stati troppo duri”. Prima, mi pare difficile».
Queste elezioni non potrebbero cambiare almeno le sorti dell’avanzata dei coloni in Cisgiordania?
«Temo di no, anche se vincesse l’opposizione. Potrebbe nascere un problema enorme qualora i coloni riuscissero a tagliare la Cisgiordania in due».
Che accadrebbe?
«Si potrebbe realizzare quello che credo sia il grande disegno dietro tutto questo».
Un’altra nakba?
«Mandare tutti i palestinesi in Giordania, prendersi la Cisgiordania e costruire un muro, un muro molto alto, che divida i due Paesi. Che peccato, dopo aver raccontato tante speranze, trovarsi di fronte a questi muri».


