Il mondo visto da via Pepe, Roma: spacciatori, cancelli, roghi e machete. Poi arrivano le luci dei vigili urbani capitolini: miracolo neo-pasoliniano

L’epicentro del degrado tra Termini e l’Esquilino: droga, violenze e paura. Finché arrivano le pattuglie
ROMA. Via Pepe, un caso di scuola quando si parla di sicurezza, ma io preferisco dire: un caso di accademia nel diritto di cittadinanza urbano.
Via Pepe, Roma: una incredibile piazza con nome di strada, perché nel quartiere Esquilino nulla è mai come sembra, nemmeno l’onomastica topografica. Una piazza che tiene insieme come uno scrigno un acquedotto millenario, due palazzine Liberty, un teatro blasonato (l’Ambra Jovinelli), una caserma sabauda e una stazione razionalista del ventennio (Termini).
Bene, via Pepe era diventata l’iperbole del degrado: eletta a capitale dello spaccio, al dettaglio e all’ingrosso (insieme all’adiacente via Principe Amedeo), eletta a sede del sedicente “mercato di sussistenza” (in realtà uno sportello di ricettazione a cielo aperto).
Nelle narrazioni gruppettare e idilliache dei finti democratici e sedicenti civici, via Pepe e via Principe Amedeo dovrebbero rimanere così per sempre: due cimiteri di non-viventi, spacciatori sotto l’arco millenario (usato anche per pisciarci e disegnare graffiti fallici).
Quando gli zombie andavano senza un soldo da uno spacciatore dietro l’acquedotto si chiudeva il circuito perfetto. Perché persino quando un tossico arrivava senza soldi, lo spacciatore gli metteva in mano un mattone e gli diceva:
«Prendi quello e spacca il vetro di una macchina: se frughi qualcosa trovi sempre».
Ed era vero, ma servivano più vetri prima di arrivare al controvalore di dieci euro: la mattina ci si ritrovava tutti da Carglass, a San Giovanni.
Ed era sempre meglio quello di quando avevano spaccato la mascella a una studentessa (furto di telefonino con maxilloplastica, un classico).
Oppure quando delle ragazze-zombie (molte donne, purtroppo) fermavano i ragazzi dicendo:
«Se te lo prendo in bocca mi dai dieci euro?».
Un fenomeno incredibile: droga democratica, a basso prezzo, a disposizione per tutti. Arriva fino alle porte della scuola, alla multietnica Di Donato e anche alla borghesissima Bonghi, nell’enclave sacra fiorita di Colle Oppio.
Basta un mattone se ti vuoi fare. Bastano cinque euro per una cartina. Ma se ti mettevi a denunciare uno spacciatore arrivavano i profeti del Polo civico e ti ammonivano:
«Non puoi fare le foto! Non puoi postarle!».
E tu: «Perché?».
E lui: «E il vissuto dello spacciatore?».
Come prendere una mattonata in faccia. L’imbecillità ti fa male, perché capisci che non puoi difenderti.
Il “vissuto dello spacciatore” (da adesso in poi, visto che è un protagonista di questa storia, per comodità “il vissuto” e basta) andava raccontato a questi fighetti-squatter (o gli uni o gli altri, talvolta un unico soggetto con entrambe le caratteristiche) nelle sere dell’estate quando, dopo mezzanotte, la piazza diventava il Bronx e gli spacciatori bruciavano i cartoni agli homeless mentre ci dormivano sopra.
Una sera feci in tempo a scendere e ad aiutarne uno alla fontanella della piazza. Piangeva senza lacrime.
Un’altra volta io e mio figlio, in mutande, sentimmo le grida di una ragazza che piangeva e insultava un uomo:
«Così mi uccidi! Così mi uccidi!».
Pensammo a uno stupratore. Era un sudamericano che le aveva tolto la pipetta per il crack.
Intorno un cerchio di anime silenziose. Ci parve addirittura che volesse aiutarla: la scena era asettica, straziante, non capivi che cosa si potesse fare.
La donna a un certo punto se ne andò, e io mi accorsi che stavamo risalendo in mutande, perché così eravamo scesi.
Ci misi un po’ a capire perché si creano questi circuiti di dolore blindato, in cui non si entra neanche se vuoi aiutare.
È una catena, la catena della droga. Non puoi fare il samaritano, non te la cavi con l’obolo, perché questa catena isola il tossicodipendente da tutto.
Solo lui e lo spacciatore che lo comanda.
Il vissuto, direbbero i civici.
Se sei uomo ti dicono:
«Prendi questo palo che abbiamo divelto in piazza, aspetta sotto il cavalcavia che collega San Lorenzo, appena escono dei pischelli gli dai una botta in testa e gli prendi portafoglio e telefonino».
Lo spaccio 2.0 deve correre veloce, meglio se in monopattino elettrico: arriva così il cliente, il giovane yuppie per la cocaina, e non deve neanche fermarsi.
Tutto è già concordato in chat.
Lui tira i soldi e si prende al volo una stagnola, una palla, una bombetta di fumo.
E l’homeless diventa una barriera architettonica: per questo, se non si smuove, lo bruci.
Ma “il vissuto” degli homeless non interessava (per una sindrome di accecamento ideologico che vorrei studiare, come un entomologo) gli amici civici, quelli dello Spin Time.
La piazzetta diventava un orinatoio, un vespasiano, un ricovero di degenti su materassi fradici.
L’acquedotto marciva.
L’erba non cresceva più.
Il monumento in tronchi tagliati a Willy Monteiro — il nostro orgoglio di abitanti della piazza — diventava un perfetto sportello dello spaccio fast food.
Dietro l’arco lo spaccio per i grossisti, in un luogo perfetto per i piccoli fornitori delle prime periferie romane, lungo l’arteria del trenino di ferro e ruggine che corre alle Ferrovie Laziali costeggiando la stazione.
Nella piazza c’è un arredo urbano invisibile.
All’inizio mi svegliavo per questo schianto continuo di vetri sgretolati.
Pensavo a una rissa, e sbagliavo.
Erano dissuasori.
Nel prato devono starci sempre quintali di cocci di vetro rotti, sparsi con metodo, non in omaggio agli Ossi di seppia di Eugenio Montale, ma per combattere l’ultimo terribile nemico degli spacciatori: i cani.
Tra questi i cani dei due ex fantastici colleghi giornalisti de il manifesto (non certo “securitari”), settantenni, che provarono — invano — a spiegare ai fighetti e agli squatter che quello non era un vissuto, era un orrore.
Inutile.
Il fighetto-tipo si rifugia nel suo rosario canonico:
«No polizia, no cancelli, sì spazi sociali riqualificati con la democrazia partecipata».
Più o meno una volta l’anno organizzano una bellissima (lo dico sinceramente) manifestazione con mamme e bambini, attingendo al grande cuore della scuola Di Donato, la stessa di mio figlio.
Tavolo da ping pong, porte mobili, dibattito.
Poi però la giornata di festa finiva e tornava il buio.
E con il buio gli spacciatori.
E con gli spacciatori le loro scimmie ammaestrate.
E ovviamente anche il “vissuto”.
Lo spacciatore è italiano. È sudamericano. È borgataro, è indio. È magrebino.
Talvolta persino disabile.
Stando al caso che conosco, via Pepe, è una professione in cui si entra in ruolo senza scontare pregiudiziali etniche.
Sia detto.
Passano mesi, un anno.
La circoscrizione disegna un meraviglioso progetto di riqualificazione (parco gioco per bambini, un paio di milioni di investimenti) e scoppia la guerra dei cancelli.
Perché la presidente Lorenza Bonaccorsi — Dio la benedica — capisce che quel patrimonio, se ci devono andare a giocare i bambini, non può essere irrorato da cocci aguzzi di bottiglia, feci umane e urine.
Gli pseudo civici si inalberano.
Nessuno di loro abita lì.
Nessuno conosce nulla del luogo.
Ma il cancello no, per l’amore di Dio.
«È di destra. È securitario. È fascismo».
Passano mesi, un anno.
La circoscrizione disegna un meraviglioso progetto di riqualificazione (parco gioco per bambini, un paio di milioni di investimenti) e scoppia la guerra dei cancelli: perché la presidente Lorenza Bonaccorsi — Dio la benedica — capisce che quel patrimonio, se ci devono andare a giocare i bambini, non può essere irrorato da cocci aguzzi di bottiglia, feci umane e urine.
Gli pseudo civici si inalberano: nessuno di loro abita lì, nessuno conosce nulla del luogo. Ma il cancello no, per l’amore di Dio! «È di destra, è securitario, è fascismo».
Così vengono a fare il loro comizio in piazza. Alcuni (tra cui il collega de il Manifesto, David de Il Fatto e io) proviamo a descrivergli la situazione e a dirgli: «Ma allora bisogna smontare anche il cancello di piazza Vittorio?».
Finisce a pugni (“civici”) contro gli oppositori “securitari” (in questo caso contro di me). Diventa un casino mediatico: il civico fighetto si sente schifato per l’istinto gladiatorio dell’antagonista che mena pugni (in questo caso il povero Andrea Alzetta detto Tarzan, il migliore di quella compagnia).
Perché il fighetto se ne frega della realtà, ma teme molto il giudizio sociale. E così ti viene a sussurrare all’orecchio: «A me quel moto di violenza che ho visto in Tarzan mi ha fatto rabbrividire».
Arriva anche la polizia e ti dice: «Dottó, denunci Tarzan! Denuncialo!».
Epurare Tarzan farebbe comodo a tutti. Ma ovviamente non lo denuncio, perché non c’è nulla da denunciare. Mi aveva provocato perché qualcuno applaudiva i nostri interventi: «Sono ricchi, con le loro belle casette! Je piace avere tutto pulito sotto casa, non vogliono disturbi. Per questo sono securitari!».
Il ricco ero io che parlavo. Così lo avevo provocato anche io. Perché la cosa divertente è che il cancello più brutto e più “securitario” è quello (abusivo) che protegge lo Spin Time.
E davanti allo Spin Time gli homeless non entrano (il loro deve essere un vissuto minore). Chiunque come me ci passi davanti spesso scopre che allo Spin Time gli homeless dormono fuori.
Insomma, finisce l’eco della scazzottata e per qualche giorno arrivano articoli, servizi in tv. Arrivano a via Pepe pattuglie di giornalisti giorno e notte. Poi arrivano i poliziotti per i giornalisti, poi arriva l’Ama a pulire per i giornalisti e per i poliziotti, e gli spacciatori — che evidentemente hanno ottimi uffici stampa e più cervello dei bru-bru — spariscono per un mese.
Dopodiché Roma ritorna se stessa, “splendida e misera città”, come scriveva il maestro Pier Paolo Pasolini nel Pianto della scavatrice.
Quindi tornano gli spacciatori, tornano i tossici, le deiezioni sull’acquedotto, le urla anche solo a chi si affaccia dalla finestra, le botte alle donne tossiche la notte, il presunto mercatino del riuso (in realtà ricettazione).
E infine eccola l’ultima moda: i raid delle bande di picchiatori e scoppiati, che partono da piazza Pepe.
Quesito: a che pro? Apparentemente teppismo puro e insensato. In realtà controllo del territorio, sfogo di tossine, delocalizzazione e confusione.
Abbiamo imparato a nostre spese che per degradare un’area fino in fondo hai bisogno di un cerchio concentrico, di una zona di interesse (in questo caso di disinteresse), come il buco nero di Auschwitz raccontato da un geniale Alfred Hitchcock nel 1945.
Sono scomparse le festicciole della giornata civica. Sono tornati i raid contro i bangla, picchiati e presi a bastonate perché gestiscono uno dei due presidi di luce (il bar, l’altro è l’eroico avamposto di Cucina Pepe, uno dei migliori ristoranti romani della capitale) che turbano la notte degli zombie e dei morti viventi: il silenzio e il buio funzionali allo spaccio.
E la polizia? «Dottó, io su via Pepe c’andrò in pensione, lo sa?».
E il parco già finanziato? La povera Lorenza deve combattere con la burocrazia: arriverà, arriverà ma non subito.
E i carabinieri? «Dottó, ma qui ci dovremmo mettere le tende. Le pare possibile?».
È impossibile.
Passano lunghi giorni che i civici hanno vissuto altrove. Rissa con machete dietro l’acquedotto. Arriva la polizia: due disperati si picchiano (per una piazza di spaccio di prima classe ci si picchia con il machete).
Vedo gli agenti che scendono dalla macchina, mettono le mani sulle fondine e si fermano. Capisco: sangue, urla, machete… ndo vado? Chiameranno rinforzi.
Ma non accade nulla, non arriva nessuno. La rissa si dirime, poi per inerzia le squadre si diradano. La pattuglia se ne va.
Passano altri giorni. Rissa contro i ragazzi bangla, spedizione punitiva dalla postazione Willy Monteiro contro il bar.
Ora voi direte: perché questi piccoli spacciatori da sportello dose-dieci-euro assaltano questi ragazzi che hanno appena finito di lavorare e stanno a pochi metri?
Ricordate luce e ombra?
E aggiungi anche video.
I ragazzi bangla escono dal mercato, già cambiati e spogliati dei camici da banco, con le camicie colorate aperte, i capelli pettinati e i telefonini. Chiamano casa, parlano.
Questo agli spacciatori, pur con il loro drammatico vissuto, non va bene: telefonino significa (anche) videofonino, luce, rumore, vita. Il cliente si secca, più di tutti lo yuppie (che come mi ha raccontato don Ciotti «in ogni città rappresenta la più grande quota di mercato»).
Allo yuppie con le scarpe di vernice nera, o le sneakers di tessuto, non piace rischiare anche soltanto di essere inquadrato in uno streaming.
E allora bastoni contro i bangla.
Ed eroici bangla che si difendono arrivando in cento.
Si arriva rapidamente alla modalità duello: bangla che si devono difendere contro gli spacciatori. Contrariamente a quello che potrebbe allestire, i bangla gli spacciatori li “corcano” (dopo Pasolini è anche nel vocabolario italiano) come zampogne.
Devo essere molto insensibile al vissuto, perché quando li vedo andar via pesti non piango neanche un po’.
La polizia arriva ex post, e a prima vista parrebbe incazzata con i bangla: «Dottó, ma come possiamo lavorare se questi non denunciano e si fanno giustizia da soli?».
Vorrei dirgli: ma come possono denunciare se metà non hanno titolo di cittadinanza?
Voi poi li arrestate o no?
Provo ad imbastire la discussione, ma quelli in un attimo sono già via.
Passa tempo. Faccio su e giù con l’Abruzzo ogni settimana. Mi affaccio: c’è qualcosa di nuovo.
Nella nostra piazzetta ci sono quattro pattuglie di polizia, divise e cinturini, sirene blu che girano. Piazza bonificata.
Oddio. Che è successo?
«Dottó, c’è la tre giorni di Fratelli d’Italia a piazza Vittorio. Si bonifica tutto il quartiere».
E il mercatino del riuso-ricettazione?
Scomparso pure quello.
Al terzo giorno ricompaiono i cani con padroni.
E se ci fosse da firmare per diventare “securitario” ci porterei anche Tarzan, magari ammanettato.
Ma i fratelli e i loro dibattiti finiscono, e così torno libertario e un uomo libero. Tornano anche gli spacciatori. E i materassi. E una cuccia per cani grande, mezzo sventrata.
E un servizio d’ordine organizzato con bastoni.
Arriva l’Ama per pulire: «Andate via!».
Quel giorno se ne vanno.
E i carabinieri: «Dottó, detto fra noi: qui non si può fare più nulla. Hanno chiuso la tendopoli di Castro Pretorio perché i comandi delle caserme hanno tirato giù tutto. Qui mo’ ce stanno due sofferenze in una unica soluzione».
Eccola.
Materassi sul prato per chi fa lo speed. Cocci di vetro. Spacciatori. Sportello sul monumento a Willy.
Penso lucidamente:
«Qui se non ci scappa il morto non cambierà nulla».
Stacco.
Ho un nuovo lavoro, faccio il pendolare. Torno ogni quattro giorni dall’Abruzzo e a ogni ritorno il cerchio del degrado si allarga.
Mi rubano anche un telefonino (per fortuna senza mattone).
Non me ne frega quasi nulla: sono “così ricco” che posso ricomprarmi un iPhone con meno memoria. Ho tutto sulla nuvola.
Ancora stacco. Dissolvenza.
Materassi.
Stacco.
Un fuoco dietro l’acquedotto.
Dalla finestra vedo che rimane una nuova ferita, larghissima nel manto d’erba.
Poi un giorno torno — macchina dei vigili, lampeggiatore — e credo che qualcuno mi abbia fatto uno scherzo.
Era neanche due mesi fa.
Il morto c’era quasi scappato, ben due volte.
E tutto era cambiato.
La solita gang degli strafatti aveva prima colpito un ragazzo di colore di Glovo. Ospedale, nessuna reazione.
Ma il giorno dopo la banda in escursione, molto vicino a Termini, aveva pestato a sangue un dirigente di un ministero, il Mimit.
Apparentemente nessuna motivazione. Gli prendono telefonino e portafoglio ma lasciano tutto lì, al fianco del suo corpo martoriato con sadismo.
Non era per rubare, l’aggressione.
Scambio di persona? Intimidazione? Mistero.
Tuttavia il signore finisce in rianimazione.
Stacco.
Me ne vado di nuovo.
Torni una sera e il cambiamento lo avverti subito.
I cerchi concentrici si sono infranti, con la loro architettura micro-criminale.
Scomparso il mercatino.
Scomparsi i monopattini.
Scomparsi i mattoni.
Scomparso lo sportello sul monumento a Willy.
Scomparsa la centrale di spaccio, le prostitute monodose e persino — oddio, chi consolerà i cuori sensibili del Polo civico? — gli spacciatori.
Scomparso dunque persino il vissuto degli spacciatori.
Sorridenti i ragazzi del bar.
Sorridenti i clienti di Cucina Pepe, che si riprendono la piazza anche quando c’è freddo, con il cappotto. Per tigna.
Felici Concetta, Fabio e la famiglia allargata di Cucina Pepe: romanissimi ed extracomunitarissimi uniti nella lotta.
Ad uno di questi cuochi — infamia di questo paese — è stato negato il permesso di ricongiungimento con la moglie.
Italia melona: lo spacciatore entra ed esce (ed è laicamente di qualsiasi etnia), le mogli e i figli non sia mai.
Il No non c’entra, Giorgia. È che siete dei titani quando fate opposizione, ma delle pippe quando governate.
La famiglia che ci piace deve essere naturale ma etnica.
E anche se questo fantastico ragazzo del Bangladesh ha lo stipendio, la busta paga e soldi sul conto, la sua pratica si può insabbiare per via burocratica.
E infatti viene sepolta: diritto discrezionale. Prefetture. Pochi poliziotti. Tagli.
Non voteranno più felici per i Fratelli.
Sembrano i professori rispetto alla sinistra dopo la Buona scuola di Renzi.
Quando uccidi un tuo elettore è per sempre.
Però a via Pepe sirene blu e vigili urbani. Il circo è finito.
Pattuglia giorno e notte.
Cancello metafisico.
Tutti contenti.
Acquedotto pulito. L’erba ricresce.
E quando Lorenza farà il miracolo (io credo che lo farà) arriveranno anche le giostre.
Viva i vigili. Viva le pattuglie. Viva le luci blu.
Viva i bangla. Viva noi. Viva le donne che faticano a trovare la catena.
Tutti contenti?
Beh, non proprio tutti.
Il Polo civico, privato dei cancelli, privato della polizia, dei carabinieri e privato persino del vissuto, ha trovato un nuovo nemico:
«No pattuglie. No presidi. No alla militarizzazione dell’Esquilino».
Ma andare affanbicchiere no?
(Affanbicchiere si può dire. Lo usa anche Pier Paolo.)
Miracolo neo-pasoliniano.

