Italia, otto miliardi dall’Europa ma sono in prestito e per il riarmo

Il meccanismo aiuta gli Stati con un rating basso a finanziare lo sviluppo della difesa nazionale
PESCARA
Un canale privilegiato per comprare armi. Otto miliardi a prestito per l'Italia. Garantisce l'Unione europea. La notizia dell'ulteriore allargamento dei nostri debiti con il mondo arriva dal portavoce della Commissione per la Difesa, Thomas Regnier. Bruxelles approva il piano Safe aggiornato dell'Italia, che vale «poco più di 8 miliardi». Soldi per rinnovare sanità, istruzione e infrastrutture? Non proprio. Regnier «rassicura» subito: l'approvazione è «molto importante sia per noi sia per l'Italia», visto il ruolo che l'industria italiana della difesa svolge in Europa e per l'Europa. I soldi arriveranno dopo il via libera del Consiglio dell’Ue e la firma dell’accordo di prestito: prima un anticipo del 15 per cento, circa 1,2 miliardi.
Che cos'è il programma Safe
Meloni, in passato a dir poco euroscettica sul Mes, questa volta sceglie affidarsi al nuovo super strumento di impegno comunitario.
Safe acronimo di Security Action for Europe ed è il primo pilastro del piano di riarmo presentato dalla Commissione nel marzo 2025. In sostanza l'Europa come istituzione dice ai mercati che le servono 150 miliardi e che li ridarà indietro. Raccolti con l'emissione di titoli comuni, questi soldi vengono a loro volta prestati agli Stati membri che ne fanno richiesta, che dovranno restituirli in un arco fino a 45 anni, con dieci anni di grazia. Un metodo che sulla carta aiuta gli Stati con una credibilità finanziaria meno solida di quella riconosciuta a Bruxelles, che sui mercati paga tassi più bassi. La Germania è la prima ad aver detto di no. Berlino ha sì iniziato a emettere debito, ma in proprio, come Stato nazione. In fila per i soldi freschi alla cassa c'è prima di tutto la Polonia, che da sola ha chiesto 43,7 miliardi: in paranoia per le sirene belliciste da Mosca, non vede l'ora di continuare il riarmo che punta a darle il più grande esercito dell'Unione. E appena dietro? Romania e Francia. Poi il Belpaese, che in un primo momento doveva prenderne 14,9 miliardi, la terza quota in classifica, ma poi ha ridotto a otto. Tarantella politica sulla vicenda iniziata a luglio con il ministro degli Esteri Antonio Tajani che annuncia la richiesta piena. La Lega di Matteo Salvini si mette di traverso. Il ministro della Difesa Guido Crosetto prova a sminare: «Safe non comporta aggiunta di spese militari rispetto a quanto previsto nel bilancio italiano». Tradotto, quelle armi le volevamo già comprare ma le pagheremo meno rispetto a Bot e Cct. Il 26 agosto la decisione con lettera a Bruxelles: otto miliardi, «quasi 9» nella versione di Tajani. Piccola clausola per accedere ai verdoni: almeno il 65 per cento dei componenti acquistati deve arrivare da Unione europea, Ucraina o Spazio economico europeo.
Che cosa vuole acquistare l'Italia
Cosa compra Roma, dunque? Quanto ammesso dalle categorie del prestito: missili e munizioni, difesa aerea, droni e anti-droni, sistemi di comando e comunicazione, capacità cyber, mezzi navali, tecnologie spaziali. Niente di nuovo: secondo il governo sono programmi già scritti nei capitoli di bilancio della Difesa, che «non porteranno a spese aggiuntive». Unica voce patriota, anche se a metà con Parigi, è il Samp/T, sistema antimissile a lungo raggio prodotto in Europa.
Ad avvantaggiarsene tra le imprese tricolori, secondo gli analisti di Equita, sono Leonardo, Avio e Fincantieri. E secondo la rivista specializzata Ares Difesa potrebbe rientrare nel pacchetto anche il Gcap, il caccia di sesta generazione, unico progetto in Europa, sviluppato con Regno Unito e Giappone.
Il Safe, però, non è l'unico conto che si apre. Lo stesso 13 ottobre la Camera approva, con 219 sì e 110 no, lo scostamento di bilancio legato alla clausola di salvaguardia nazionale. Si tratta di circa 29 miliardi di deficit in più nel 2027-2028, metà per l'energia e metà per la difesa.
Rinnovo? Non proprio, anche qui. Nella relazione al Parlamento del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si legge che quei soldi andranno anche alla spesa corrente, dal «personale» all’«esercizio». Quindi soldi a prestito 2 anni per pagare più stipendi per sempre. Lo segnala anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’autorità indipendente che vigila sui conti pubblici per conto delle Camere. Se quelle spese diventeranno permanenti, andranno compensate con risparmi da qualche altra parte. Altrimenti, dal 2029, più deficit e più debito.
La premier non si fa attendere e para colpo su colpo. Nelle comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo scandisce: «Non sono soldi tolti alla sanità o alla scuola». E chi sostiene il contrario, per Meloni, mente sapendo di farlo. Sarà, ma sullo sfondo, i numeri della Fondazione Gimbe: tra il 2023 e il 2026 la sanità ha perso quasi 19 miliardi in rapporto al Pil.
L’Italia si affida dunque a Safe, che significa sicuro. Di sicuro c’è che le armi le pagheremo a rate, in 45 anni. Gli stipendi nelle caserme, invece, a deficit per due anni. Poi, tagli o tasse. Un affare.

