La costituente di Futuro Nazionale: «Camerati» e remigrazione, ecco l’ideologia Vannacci

Presentato il programma ufficiale del partito: «Il femminicidio non esiste»
ROMA. All’Auditorium della Conciliazione, nel giorno del suo battesimo, si compie finalmente il furto d’identità: Futuro nazionale è la nuova destra sociale italiana. Lo rivendicano gli stessi protagonisti dell’assemblea costituente del partito, dai parlamentari della «sporca dozzina», che ringraziano Roberto Vannacci per aver «spezzato le catene» della maggioranza di governo, fino ai «figli di nessuno» che in platea esplodono in un tripudio di applausi quando si cita Giorgio Almirante e i «martiri» della destra estrema come Sergio Ramelli. La fiamma è ancora nel logo di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, ma il passaggio di testimone del suo significato nell’onda tricolore vannacciana è già avvenuto. La benedizione del nuovo corso arriva anche da dietro le sbarre di Rebibbia, ed è firmata Gianni Alemanno, fondatore del movimento “Indipendenza” che è confluito in Fn. Il presidente Massimo Arlecchino legge la lettera dell’ex sindaco di Roma e si commuove. Dal pubblico partono i cori “Gian-ni, Gian-ni”. Vecchi e nuovi amici di Giorgia Meloni che le hanno girato le spalle. Lei, per ora, resta a guardare. Ed è costretta anche ad accollarsi l’etichetta di «sostenitrice» della «rinsecchita Von der Leyen» e addirittura una frase cult di Nanni Moretti, ma ribaltata: «Fa qualcosa di destra». A qualche chilometro da Palazzo Chigi, qualcosa di destra avviene. Qualcosa molto di destra.
La scelta di lanciare “Futura” di Lucio Dalla come inno del partito per un secondo sembra smorzare il clima rovente in sala. Ma all’Auditorium la parola «moderazione» è bandita. È il giorno dello svelamento del programma. I vannacciani si giocano le carte del nucleare di «ultima generazione», dell’abbassamento dell’età lavorativa a 14 anni e di fissare la percentuale massima di stranieri in Italia al 4%. Ma la vera anima della «destra autentica» si mostra nei discorsi iniziali della «feccia» vannacciana, che dà il meglio di sé. Il saluto di Domenico Furgiuele alla platea è tutto un programma: «Ciao camerati!». Poi i richiami all’estrema destra storica italiana e all’onda nera europea si susseguono senza tregua. Si parte da un omaggio ai «patrioti» irlandesi di Belfast, con tanto di motto gaelico cadenzato in calabrese («Tiocfaidh ár lá» cioè «il nostro giorno verrà»). «Da Londra a Roma, da Palermo a Milano fino a Belfast, il cambiamento sta arrivando. Noi futuristi eravamo, siamo e rimarremo tempesta e assalto», urla Furgiuele dal palco, per poi citare il “De Gregori nero” Massimo Morsello e lo slogan degli slogan della destra «Noi siamo Dio, patria e famiglia». Come un Salvini del 2019 qualsiasi.
Ma la «sporca dozzina» ne ha di cose da dire. Come se per troppo tempo si fosse tenuta tutto dentro. Il colonnello Rossano Sasso lo ammette candidamente. «Devo dire grazie al generale perché adesso sono libero». A lui, che è un ex insegnante, è toccato il capitolo scuola. Propone di alzare gli stipendi ai professori, ma anche di sottoporli a test psicoattitudinali. Se la prende con il sei in condotta rifilato agli studenti di Cesena che avevano esposto lo striscione “l’Italia agli italiani” e chiama cinque ragazzi sul palco con lo stesso cartellone. «A settembre lo rivedrete in tutte le scuole d’Italia». Anche questo è parte della battaglia contro «l’ideologia di sinistra» inculcata da certi prof che «hanno fatto del male ai nostri ragazzi» e che «fanno cantare Bella Ciao a scuola» quando «abbiamo l’Inno di Mameli». Poco c’entra con l’istruzione, ma non poteva mancare un riferimento al caso di Mario Roggero, il gioielliere che uccise due rapinatori in fuga dopo il colpo al suo negozio. «Al decreto sicurezza avevamo allegato un emendamento che vietava il risarcimento per i parenti dei criminali uccisi nell’esercizio delle loro funzioni. Il centrodestra lo avrebbe potuto votare». Non lo ha fatto. Ma anche su quello che ha fatto il governo qui non se la passa bene.
Oltre ai soliti «pacchetti» per l’Ucraina e le spese per il riarmo, questa volta nel mirino c’è anche la legge sul femminicidio. Prima ci pensa Vannacci a negarne l’esistenza durante il punto stampa con i giornalisti («Un omicidio come tutti gli altri»), poi Laura Ravetto ci mette il carico da novanta. Arriva con uno spruzzino domestico che sventola come un trofeo. «Ecco, i giornali progressisti diranno che voglio le donne a casa, che Futuro nazionale ha messo il patriarcato nel programma, ma qui c’è scritta la parola che noi vogliamo per le donne: il merito». Ecco il nocciolo del discorso: l’abolizione delle quote rosa. La Ravetto si dice «offesa» che il centrodestra abbia portato in aula un altro disegno di legge che le mantiene. E quanto al fatto che anche lei, nel 2014, si era detta favorevole, era un’«era geologica fa» e «tutta la politica» votò per introdurle. Dodici anni fa il Parlamento era «raffreddato» e quella era la «medicina», ma ora è «tutto diverso» perché «le donne in politica sono tantissime». Grazie all’attuale legge elettorale, il Rosatellum, che prevede precisi equilibri di rappresentanza tra i generi. Dopo la sporca dozzina, arrivano i più alti in grado. Il luogotenente Edoardo Ziello presenta il «Marco Antonio» di «Giulio Cesare» Vannacci: Massimiliano Simoni. Il coordinatore nazionale di Fn rivendica la cultura «con la C maiuscola» della destra contro la «non cultura» della sinistra.
Poi rassicura i comitati locali che non spariranno. Del programma, però, si occupa poco. Per quello c’è l’astro nascente di Futuro nazionale: Lorenzo Gasperini. Trentacinque anni, capelli ricci e occhiali, toscano come il suo generale, ricorda Diego Fusaro ai tempi d’oro del Movimento. Come lui, è il filosofo dietro il movimento politico in ascesa, di cui ha curato la proposta elettorale. «Si poggia su due pilastri fondamentali: il diritto naturale e la tradizione», spiega. E cioè? Uno è «l’ordine buono delle cose», l’altro rappresenta «la democrazia dei morti», dice citando G.K. Chesterton. Tutto chiaro. Di più facile comprensione il riferimento ad Almirante («La destra o è sociale o non è»), la rivendicazione dell’uso della lingua italiana – in cui per la parola “aborto” viene tirato in ballo pure Marco Pannella – e la battaglia contro l’egemonia culturale della sinistra. La portata principale della politica di Fn però viene lasciata al generalissimo. Che parte con un “coming-out” pronucleare e, soprattutto, la remigrazione, altra faccia della medaglia della «assimilazione». «Il capitolo immigrazione non è nel nostro programma», specifica.
Il motivo è che «la misura è già abbondante mente superata». Ricorda l’esempio dei longobardi nell’XI secolo, che rappresentavano il 4% della popolazione straniera. «Oggi, siamo al 12%, dobbiamo salvarci». Mille anni dopo, in casa futurista si progetta il ritorno alla demografia medievale in nome dello slogan “L’Italia agli italiani”. Nel programma poi ci finiscono anche tutti gli stranieri dentro le carceri e lo stop al decreto flussi, il «mutuo tricolore» per promuovere la natalità, con annesso taglio fiscale per chi fa tanti figli, e – dulcis in fundo – l’abbattimento delle correnti della magistratura. Alla fine sono applausi generali, lacrime e cori. Il pubblico si disperde tra le vie del centro di Roma. È finita l’assemblea costituente di Futuro nazionale. È nata ufficialmente la nuova destra. Sporca e cattiva, ma soprattutto più vera di quella sbiadita al governo.
@RIPRODUZIONE RISERVATA