La ricercatrice pescarese: «I miei giorni sotto le bombe. A Beirut si teme l’escalation»

4 Marzo 2026

Francesca Chiavaroli racconta le esplosioni senza sosta: «I libanesi sono spaccati​​​​​​ a metà, c’è chi li vede all’orizzonte un conflitto destinato a peggiorare e chi spera in una pace entro qualche settimana»

PESCARA.

«Dormire è diventato impossibile a causa del continuo rumore delle esplosioni. Si teme un’escalation». La linea regge, la voce anche. Sono le 16.42 a Beirut quando Francesca Chiavaroli, ricercatrice di 28 anni originaria di Collecorvino, risponde al telefono. Risiede nella capitale libanese dal 2017 e, mentre parla, il suono dei bombardamenti continua a scandire il tempo della metropoli. Nessun cedimento, però, nel tono: solo la consapevolezza di chi sta vivendo una crisi che, nelle prossime ore, «potrebbe aggravarsi ancora di più».

Gli attacchi sono iniziati poco prima delle 3, nella notte tra domenica e lunedì, quando i cieli del Libano si sono illuminati sotto il fragore delle bombe israeliane. Da quel momento, racconta la ragazza, il rumore non si è più fermato.

Chiavaroli, in questo momento si sente al sicuro?

«Gli attacchi rimangono circoscritti a zone ben precise, colpendo quasi esclusivamente, per ora, il quadrante sud di Beirut. È una geografia del conflitto ben definita: la preoccupazione degli abitanti per la propria incolumità fisica dipende strettamente dal quartiere in cui risiedono. Tuttavia, la capitale è piccola, quindi le esplosioni si sentono».

Quando sono iniziati i primi bombardamenti?

«Non questa notte, ma domenica sera verso le 2.50. Sicuramente poco prima delle 3».

E adesso? Sono finiti?

«No, purtroppo si sentono tutto il giorno».

Ha avuto paura?

«Più che paura ho pensato: “Eccoci, ci siamo di nuovo, si ricomincia”».

Mi sembra di capire che sia una situazione che conosce già

«Sì, ero già presente durante il conflitto del 2024. Resta, purtroppo, un contesto nel quale nessuno vorrebbe mai trovarsi, ma che oggi fa parte di una quotidianità».

E che cosa la preoccupa?

«Il timore principale non riguarda tanto l’incolumità fisica, quanto il destino stesso del Paese e la concreta possibilità di trovare un volo per andarsene, qualora diventasse necessario. Il nodo è proprio questo: l’incertezza sull’evoluzione degli eventi è totale; l’unica speranza è che la situazione non precipiti ulteriormente».
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