Mentre l’Italia soffre e protesta i ministri giocano ai poliziotti

La linea dura del Governo è un errore
Ve lo ricordate il tormentone di Giorgio Bracardi a Quelli della notte? “In galeraaaa!!!”. Così gridava in bretelloni e stivali il più paradossale dei comici portati alla gloria da Renzo Arbore. Ed in galera potrebbero finire - da oggi - anche gli autotrasportatori (magari ritrovandosi in cella al fianco di qualche undicenne di Milano) se la polizia seguirà alla lettera le indicazioni dei due “superministri” Adolfo Urso e Francesco Lollobrigida, che ieri, all’unisono, hanno dato il fuoco alle micce con le loro dichiarazioni sugli autori della protesta più importante che attraversa il paese in queste ore: “Identificateli”.
Urso e Lollobrigida, ovviamente, si riferiscono agli autotrasportatori dei blocchi stradali, quelli che con la loro protesta, in soli dieci giorni, hanno fatto sparire le merci dagli scaffali degli esercizi commerciali di mezza Italia. In serata, in evidente coordinazione con gli annunci della mattina, è arrivata la velina di dettaglio con cui il Viminale ha fatto trapelare sulle agenzie i numeri di questa imponente operazione, iniziata la notte prima. Eccoli: “1.339 identificati, 71 denunciati, 242 sanzionati sul piano amministrativo”. Questo, caro lettori, è più di “un pugno duro” contro i manifestanti, è un vero e proprio bollettino di guerra.
Adesso provo a spiegare perché quando queste notizie sono arrivate in redazione, nell’ufficio centrale de il Centro siamo rimasti a discutere, sorpresi e perplessi. Non certo perché ci piacciano i blocchi, ma perché stiamo raccontando questa protesta – come sapete – fin dal primo giorno, e quindi conosciamo bene tutte le buone ragioni che l’avevano innescata: gli autotrasportatori denunciavano il fatto che non ci fosse nessuna nuova misura di ristoro per il caro carburanti. E aggiungevano la richiesta di liquidazione immediata di una cifra spropositata (485 milioni di crediti già maturati dal 2025 fino ad agosto!) dalle imprese del settore nei confronti dello Stato.
A questi fondi di cui era fuori discussione il diritto (ma con una modalità tipica della nostra amministrazione non era stata previsto il pagamento!) si aggiungevano le risorse maturate negli ultimi due mesi. Ho ancora negli occhi, gli occhi dei trasportatori che mi mostravano le fatture-montare di questi mesi: «Come faccio a spendere 1.300 euro di gasolio per un nolo che ho già venduto a 900 euro?».
La cosa stupefacente è che malgrado queste inadempienze il governo aveva a lungo temporeggiato, e poi fissato l’incontro con i rappresentanti delle categorie al 27 ottobre. Quindi, dopo l’esplosione della protesta un primo incontro preparatorio era stato anticipato al 20, martedì scorso, due giorni fa. E in quella sede il governo – con delle dichiarazioni del viceministro Rixi – aveva spiegato di aver «trovato quasi un milione», ma che, per motivi “di cassa” la prima parte era erogabile (i famosi 485 milioni) mentre per gli altri bisognava attendere.
Il motivo di questo procedere incerto, il racconto dei soldi che “si perdono” e “si ritrovano” come nella calza della Befana, lo abbiamo già spiegato: le condizioni del bilancio dello Stato (per tanti vincoli che qui non ricordiamo) sono tali che il governo in questa fase si è chiuso in un angolo, non è riuscito a stare nei parametri di rientro fissati dall’Europa, e adesso deve fare salti mortali, attendere sempre il conto del gettito Iva dalla Ragioneria dello Stato, e solo dopo può determinare le somme immediatamente disponibili. È la stessa situazione che si era verificata questa estate, quando era stato addirittura emanato un decreto di ristoro sui carburanti di tre soli giorni (il cosiddetto “decretino”) in attesa di copertura.
Ieri, di fronte al riconoscimento di un attestato e di una promessa, la gran parte delle organizzazioni coinvolte aveva annunciato di voler attendere l’incontro risolutivo fissato al prossimo 27 ottobre, e il tono del viceministro Rixi era sembrato civile e comprensivo. Stamattina – dopo le parole di Lollobrigida e Urso – tutto però è cambiato precipitosamente nel modo in cui sappiamo. Come immaginano che dovrebbe avvenire questo incontro, se quasi tutti gli interlocutori si trovassero denunciati? Da giorni stiamo raccontando – anche su questo giornale – che i trasportatori non sono soli (infatti hanno raccolto tantissimi attestati di solidarietà) perché il loro problema ha illuminato la crisi di altri settori, a partire dall’agricoltura, della catena “del fresco” e soprattutto dalla filiera dell’olio, già in difficoltà per il crollo del prezzo delle olive.
Non sono quindi “sciacalli”, “sabotatori” e nemmeno forconi – quindi – i soggetti che si sono aggrumati intorno alla protesta, non sono mossi da una regia politica, ma rappresentano settori di società e di mercato molto importanti di questo paese. Se governi, prima di indagarli, devi provare a risolvere il loro problema. Per questo, lo confesso, la “linea dura” che nega le sofferenze dei settori colpi dalla crisi energetica, e trasferisce il problema esclusivamente sul piano punitivo, mi sembra un riflesso condizionato, di certo ideologico del governo. Ma soprattutto: è una mossa sbagliata che cerca di superare, con una manifestazione di forza repressiva, i nodi che comunque devono essere sciolti. Bisogna poi aggiungere un ultimo elemento stupefacente: i trasportatori sono stati una categoria “amica”, se non a tratti “collaterale” del centrodestra.
Tutte le proteste precedenti (contro altri governi) erano state applaudite e salutate con entusiasmo da Lega e da Fratelli d’Italia, da Giorgia Meloni e da Matteo Salvini. Confesso che conoscendo bene la presidente del Consiglio, non capisco queste sue mosse, e ancora meno quest’ultima.
Vogliano davvero mandare in galera tutti, anche quando sono mossi dalla disperazione? Vogliamo davvero mandare in carcere gli undicenni che rubano le borse? Avendo una certa conoscenza delle carceri minorili, vorrei sconsigliarlo caldamente: sarebbe come iscriverli d’ufficio ad una università del crimine. Li spedirei tutti (e le leggi già ci sono) a pulire le terga agli anziani. So che imparerebbero qualcosa. Io, personalmente, non ho nessuna indulgenza “sociologica” verso gli spacca-vetrine di Milano, sono certo che vadano perseguiti e non vezzeggiati: penso che siano diametralmente opposte le ragioni di chi sciopera, in nome dell’amore per la cultura, a favore del diritto allo studio, da chi assalta i negozi del lusso, in nome dell’esaltazione della “Riccanza”, per affermare un fantomatico diritto al lusso. Non provo nessuna commozione per chi ruba un paio di Balenciaga da 1.800 euro, cercando di farci credere che sia un atto di giustizia sociale. Ma è fin troppo evidente (lo ha detto bene con uno slogan Silvia Salis) che il tentativo «di passare da una repubblica sociale ad una repubblica penale» è ridicolo.
Mentre l’Italia soffre, l’immagine di questo governo, chiuso nel fortino di Palazzo Chigi a varare l’ennesimo decreto sicurezza, sembra la fotografia di una incapacità di comprendere lo stato d’animo angosciato del Paese. L’Italia di oggi è piena di cittadini fragili, di ceto medio impoverito, di gente che corre a mettersi in fila per un pieno di benzina nelle stazioni di servizio, anche solo per risparmiare cinque euro.
Rispondere a questi problemi solo con i ministri che giocano a fare i poliziotti e con la fabbrica dei nuovi reati è molto più di un errore. È – quello sì – un reato.


