L’editoriale

Quei bambini vittime due volte. Imprigionati da mesi in un limbo

23 Aprile 2026

Questo piccolo plotone di curatori, tutori e assistenti sociali ha creato molti problema senza risolverne alcuno

Lo splendido intervento pronunciato ieri alla Camera dal professor Massimo Ammaniti (che probabilmente oggi è il più noto psicoterapeuta dell’infanzia vivente) ribalta tutte le narrazioni più o meno tarocche che stanno circolando sulla vicenda della famiglia del bosco.

E, soprattutto, questa lezione ha un enorme merito. Pone al centro di ogni discussione un’unica priorità: il bene dei bambini, del tutto smarrito – come obiettivo – dalla complessa macchina burocratica, e dal plotone di autorità, il piccolo pool che sta gestendo (con strumenti che paiono limitati e semplificativi) questa vicenda.

Le parole del professor Ammaniti le trovate in queste stesse pagine, le abbiamo pubblicate in integrale, perché spiegano benissimo dove nasce l’errore del tribunale, dei sevizi sociali e l’ossessione di questo piccolo plotone di curatori, assistenti, tutori che in questi mesi ha ottenuto l’effetto di creare molti problemi, senza riuscire a risolverne nessuno. E cosa sostiene prima di ogni altra cosa Ammaniti? Che il trauma prodotto nei bambini è talmente grave, per effetto della separazione coatta dai loro genitori, è talmente grande che non si può certo prendere come spia rivelatrice di un presunto effetto positivo l’attuale e presunta “tranquillità dei minori”. Il professore, con toni civilissimi, e solidissimi fondamenti nella letteratura scientifica, sta spiegando quello che su queste colonne, con strumenti giornalistici, noi scriviamo da mesi. L’ultima perla l’abbiamo denunciata due giorni fa, pubblicando la relazione di Marika Bolognese, la curatrice legale dei minori, che ha puntato l’indice accusatore contro il padre Nathan, accusandolo di essere inadatto a riassumere la responsabilità genitoriale sui tre bambini. Questo documento ha un contenuto che è a metà tra l’incomprensibile e il surreale, soprattutto se letto in sequenza con gli altri documenti del pool che si occupa della vicenda. Ricapitoliamo la sequenza: 1) l’assistente sociale solleva tre presunte gravi inadempienze dei genitori che in realtà, quando arriva il giudizio di sospensione, non esistevano o erano state sanate; 2) malgrado ciò i bimbi – come è noto – vengono rinchiusi nella casa famiglia, sia pur con il sostegno della madre. Ma con limiti perentori a ogni incontro; 3) al padre vengono limitati o addirittura negati i contatti diretti (addirittura a Natale e Pasqua!). Alla zia viene limitata la possibilità di incontro. Persino alla nonna ottantenne che arriva apposta dall’Australia; 4) i bimbi – lo dicono le stesse relazioni – soffrono e manifestano disagio. La madre a quel punto viene censurata e demonizzata, indicata addirittura come ispiratrice di forme di sciopero della fame (una follia!) dei bambini. Che poi viene smentito dagli stessi operatori; 5) il tribunale respinge i ricorsi, e i giudici (sulla base delle relazioni del “pool”) decidono di sottoporre la madre e il padre – addirittura – a dei test di idoneità psichiatrica; 6) ma il giorno stesso in cui questo test si sta svolgendo (pare incredibile ma è vero) lo stesso tribunale che ha previsto il test dispone l’allontanamento dalla struttura, sia della madre che dei figli; 7) gli operatori, per giustificare la scelta, denunciano episodi di tipo “antisociale” persino nei bambini, e individuano la madre come responsabile diretta e indiretta di queste condotte; 8) per quanto possa sembrare strano, il dispositivo viene applicato solo a metà: via la madre, i bimbi restano in struttura, malgrado la decisione del tribunale; 9) mentre si demonizza Catherine, nelle relazioni si riabilita Nathan; 10) la decisione di trovare ai bimbi una nuova casa viene cancellata. Restano a Vasto; 11) i tre fratellini sono usciti poco o nulla (mai finché c’era Catherine, una uscita dopo): nella struttura non ci sono bimbi della loro età; 12) altro paradosso inspiegabile: la mancanza di socializzazione, uno dei principali rimproveri che si muoveva ai Trevallion è amplificata, e non ridotta dalla permanenza della casa famiglia; 13) alla madre viene persino negata la possibilità di videochiamare i propri figli una volta al giorno. È inibita – in assoluto – la possibilità di incontrarli dal vivo; 14) in questo caos, come scriviamo da mesi, l’unica costante è il desiderio punitivo (non riabilitativo, non educativo, ma punitivo) dei genitori. Trasportati nella notte, sorvegliati a vista, accusati di essere causa delle disfunzionalità dei bambini; 15) l’ultimo sorprendente capitolo è la relazione della curatrice legale Marika Bolognese che ho ricordato in apertura, per contestare l’istanza con cui la difesa chiedeva il recupero delle funzioni genitoriali del padre e della madre: “Sotto il profilo tecnico-giuridico – scrive la curatrice – l’istanza collide con l’attuale regime di sospensione della responsabilità genitoriale che attinge entrambi i reclamanti; la sospensione, infatti, configura un’incapacità giuridica temporanea a esercitare le funzioni di cura e protezione, rendendo l’affido a uno dei due genitori un paradosso normativo in costanza di provvedimento ablativo o limitativo”.

Tradotto dal burocratese: i genitori non possono recuperare la potestà sui loro figli – neanche uno dei due – perché la sospensione non può essere messa in discussione. E la curatrice disegna anche il limbo in cui questi provvedimenti hanno precipitato la famiglia: non si possono togliere i figli per sempre (“extrema ratio”), non si può restituirli adesso (“La sospensione è l’unico strumento”). Ma un anno di vita, per un bambino di sei, nel pieno della sua formazione sentimentale e sociale è come dieci per un adulto in carcere. Sembra che le scienziate del pool non ne siano del tutto consapevoli.

Bene, ritorniamo al lodo Ammaniti. Prima i bambini. Il maestro della psichiatria infantile, con una lezione che speriamo sia compresa da assistenti sociali, curatrici, tutrici e giudici, spiega che il danno e la violenza di questa misure colpiscono allo stesso modo i genitori e i bambini. Spiegano che la sospensione della decisione finale produce già una pena, e dunque una condanna. Ma spiega che con le loro decisioni e il loro algido zelo burocratico le volenterose professioniste del pool stanno danneggiando – più di chiunque altro – un unico soggetto: i bambini. Alla curatrice, all’assistente, ai giudici (che in questa vicenda hanno operato solo sulle carte) un grandissimo scienziato dei sentimenti e della sensibilità infantile come Ammaniti ieri ha detto: attenzione, forse senza averne piena consapevolezza, si sta producendo ai bambini un danno grave. Non c’è nessuno in Italia, nessuno che conoscendo la delicatezza di una architettura familiare, non si renda conto che questo anno di sospensione degli affetti e dei diritti è una pena due volte più afflittiva per i più piccoli. Quindi, alle spensierate maestre dello zelo burocratico, bisogna dire: prendetevi delle responsabilità. Decidete cosa fare. Accettate il consulto, gratuito, di chi vi dimostra che la sospensione è un danno, è che la strategia punitiva contro gli adulti produce un effetto parallelo, anche più potente su questi minori. Nathan e Catherine sono davvero i pericolosi soggetti che avete descritto nel vostro castello di carte? Allora date i bambini in adozione. Ma se questo non è vero, come vi spiegano tutti gli psicoterapeuti che hanno parlato, allora liberate questa vicenda dal rancore, e restituite la libertà ai bambini.

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