22 aprile

Oggi, ma nel 1897, a Roma, all’ippodromo delle Capannelle, in occasione delle celebrazioni del 29° anniversario del matrimonio tra il sovrano sabaudo Umberto I e la cugina Margherita, il fabbro anarchico Pietro Acciarito, di Artena, di 26 anni, tentava di attentare alla vita del “Re buono”, con un coltello, riuscendo però solo a graffiare la carrozza reale. Acciarito (nella foto, particolare, dal settimanale “La Tribuna illustrata della domenica”, supplemento del quotidiano capitolino “La Tribuna”, anno V, numero 18 del 2 maggio 1897, con copertina dedicata all’interrogatorio di Acciarito in Questura effettuato direttamente dal magistrato Giacomo Giuseppe Costa, ministro Guardasigilli dell’esecutivo guidato da Antonio Starabba di Rudinì) non era in grado neppure di cambiare il rigido programma della manifestazione.
E la coppia savoiarda assisteva ugualmente alle gare ippiche. L’azione estrema di Acciarito, che era già stato neutralizzato dalla previa denuncia sporta dal padre Camillo alla Polizia, era mossa dal risentimento. Sostanzialmente per la miseria nella quale versava, sia lui che la classe popolare, rispetto alle ingenti spese sostenute per implementare la manovra d'espansione coloniale in Africa orientale. Lo stesso mancato regicida spiegava come dietro la sua azione, totalmente individuale, non vi fosse alcun complotto o disegno strutturato. Ma questo, ugualmente, diede modo, su e giù pel Belpaese, di far arrestare, in alcuni casi anche del tutto arbitrariamente, arcinoti esponenti socialisti, libertari a vario titolo - come lo sventurato Romeo Frezzi, una sorta di Pino Pinelli di piazza Fontana ante litteram - repubblicani.
Figuri più o meno loschi, ma quantunque invisi alle forze dell’ordine e ancor più ai loro referenti politici. Acciarito, oltre ad essere ferocemente torturato, nella speranza che confessasse chissà quale macchinazione di enorme portata alle spalle della casa regnante, seguirà la triste sorte del suo predecessore. Ossia l’anarchico Giovanni Passannante da Savoia di Lucania, poi Salvia per lavare l’onta, che ci aveva provato, anche lui invano: perché il re era stato solo ferito al braccio sinistro dalla coltellata. Era avvenuto a Napoli, il 17 novembre 1878, inneggiando a Felice Orsini. Quest'ultimo aveva rivolto la sua attenzione rivoluzionaria e bombarola nel sopprimere Napoleone III, anche in quel caso senza concludere davvero, a Parigi, il 14 gennaio 1858.
Acciarito, aiutato dalla massima forma d’isolamento punitivo possibile, scivolerà nella follia. Si spegnerà nel manicomio criminale della Villa medicea dell’Ambrogiana, a Montelupo Fiorentino, il 4 dicembre 1943. La triste vicenda verrà ricostruita anche nelle 166 pagine del volume di Pietro Proietti, intitolato “L’anarchico che non uccise il re. Il caso Pietro Acciarito”, che sarà pubblicato dalla casa editrice milanese Mursia nel 2018.
