Questa è la più pacifista delle Odissee, Ulisse è reduce di tutte le guerre

Nolan elimina capitoli, aneddoti e battute dell’opera omerica per restare fedele a questa doppia missione
Devo dire grazie al professor Catenacci per averci regalato questo piccolo, bellissimo saggio sull’Odissea, che supera molte obiezioni cattedratiche di tanti suoi colleghi grecisti ortodossi (e indignati) sullo straordinario kolossal di Christopher Nolan. Tuttavia, pur raccogliendo i suoi suggerimenti, sarò ancora più radicale di lui, e cercherò di offrire ai lettori una interpretazione ancora più drastica: questa Odissea non è un “adattamento cinematografico” di quella di Omero. Questa Odissea, è semplicemente l’Odissea di Nolan, uguale e diversa, esattamente come la zuppa Campbell di Andy Warhol non è una riproduzione, e nemmeno una semplice reinterpretazione del notissimo barattolo di minestra in scatola americano, ma qualcosa di radicalmente nuovo. È una un’opera d’arte a sé, che si fonda su un palinsesto omerico e lo supera per raccontare – insieme a quella di Ulisse – tutte le guerre moderne del tempo che stiamo vivendo. E per condannarle senza appello. Questa Odissea è la più pacifista delle Odissee.
Quindi per questo motivo Nolan elimina parti, capitoli, aneddoti e battute dell’Odissea omerica, per restare fedele a questa doppia missione: fare di Ulisse il reduce di Troia, ma anche un reduce del Vietnam, dell’Iraq, della Libia, dell’Afghanistan, di Gaza, del Libano e dell’Iran. Per questo il suo Re di Itaca è stato di certo polutlas (multiforme e ingegnoso), ma nel momento in cui viene raccontato è anche PTSD, ovvero visibilmente affetto da Sindrome da stress post traumatico. È più di un reduce, è un reduce al cubo. E il suo racconto sembra la terapia psicanalitica di un sopravvissuto che guardandosi indietro vede solo orrore in quello che ha fatto. L’evocazione ossessiva dell’imminente catastrofe, l’arrivo dei “popoli del mare” che stanno per sbarcare portando la distruzione in Grecia è la nostra premonizione drammatica e inquieta di una possibile escalation.
Attenzione: qui non si parla dei Vinti. L’Ulisse di Nolan è un Signore della guerra pentito che si vergogna della sua celebrata astuzia: «Abbiamo lasciato loro un regalo, un’offerta di pace, che hanno portato a casa propria»: il racconto che lui fa a Penelope della sua impresa, quando lei non lo ha ancora riconosciuto, è come una confessione: «Abbiamo negato la legge degli Dei. Abbiamo violato tutto ciò che c’è di sacro tra le persone. Abbiamo trasformato una lotta in una caccia. Bruciare le mura di Troia, quella notte, significava bruciare il mondo intero».
Qui bisogna fermarsi e prendere un respiro. Il più ricco blockbuster, il più costoso giocattolo cinematografico è ancora il più potente prodotto culturale controcorrente, antisistema, contrario a tutte le narrazioni belliciste di questi tempi oscuri.
La violazione della “legge di Zeus” che è il chiodo ossessivo del Re di Itaca, è la negazione delle leggi internazionali, e di ogni diritto umano. Sono i profughi a Gaza, i bambini affamati, i malati bombardati. Sono le ragazze del collegio di Teheran sterminate per un errore dell’intelligenza artificiale. Sono gli innocenti sterminati il 7 ottobre e tutti gli altri innocenti sterminati in loro nome. Il secondo messaggio potente del film è che tutti ritengono Ulisse un vincitore, ma che lui in realtà si riconosce come uno sconfitto. Per questo, secondo me, dalla trama devono scomparire i Feaci, dove nell’Odissea, Ulisse davanti ad una corte che lo esalta, celebra se stesso. Tutto il “Nostos”, il viaggio del ritorno – in fondo – è un’unica sconfitta in più tappe: i guerrieri di Itaca, tutti i greci, in realtà, sono tornati avvelenati dal morbo della guerra che apparentemente hanno vinto. Quel cavallo che emerge sulla riva di una spiaggia, come la statua della libertà ne “Il Pianeta delle Scimmie”, non è il trofeo di una geniale invenzione militare, ma il reperto di un crimine di guerra. Gli dei che sono protagonisti dell’Odissea, insieme ai suoi eroi, scompaiono, perché in questo mesto ritorno ci sono solo uomini e solo sconfitti. Persino Polifemo è giusto che non parli, e non dica la battuta più famosa della letteratura di tutti i tempi (“Nessuno mi ha accecato!”) perché non è possente ciclope, che legittima l’inganno con la sua forza, ma una vittima sola, un “figlio disabile” di Poseidone abbandonato in una grotta perché negletto, un capraio disadattato, su cui i troiani – e su tutti Ulisse, con il suo dardo finale e vigliacco – scaricano il loro retaggio di violenza quasi in modo gratuito. Persino le bellissime sirene non si vedono: sono dentro di noi. «Il loro canto era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto». Ulisse fatica a tornare perché non ha elaborato il suo lutto, non ha ancora trovato le parole per spiegare che è stato assassino e carnefice.
Tra gli incubi post traumatici c’è una visione ricorrente, un volto che appare nella memoria e che di Itaca ha visto nella notte del saccheggio di Troia. Ulisse vede spesso accanto a sé Atena (interpretata da una folgorante Zendaya) e sembra che dialoghi con lei, come unica confidente del suo orrore. Ma quando tornato a Troia ripercorre in un flashback il saccheggio finale, si intuisce che il suo subconscio ha sovrapposto il volto di una ragazza troiana, Cassandra, a quello della Dea. A voi l’interpretazione: o nell’Odissea di Nolan solo le vittime possono salvare i carnefici, oppure – tradito l’Olimpo – solo le vittime possono assurgere al rango degli dei. Persino Elena è vittima, e non musa: questo Ulisse, malato, divorato dallo stress post traumatico, smette di vedere la vittima-Dea, solo quando riesce a tornare a parlare con Penelope. Quando, ancora travestito da mendicante gli confessa il suo segreto più grande: «E se avesse visto dieci anni di rabbia rovesciati su una città in una sola notte». E ancora: «Abbiamo violato tutto quello che è sempre stato sacro, per tutti i popoli». E ancora: «Bruciare le mura di Troia è stato bruciare il mondo intero».
Ecco perché Scilla è Cariddi, nel film più costoso sembrano effetto speciali da B-movie. Ecco perché il frutto del loto di Nausicaa sembra la droga di uno di quei Marines dispersi della guerra del Vietnam. Ecco perché Circe diventa vittima-eroina, e non strega. Una non violenta che punisce i Marines-ellenici: «Non hanno forse ucciso i tuoi uomini?». La risposta a Circe Ulisse non riesce a darla. La darà parlando con Penelope: «Dimmi: siete voi la gente del mare!». E lui: «Sì, mia regina, noi. La violazione della legge di Zeus, che si diffonde come una piaga».
Ed è per questo che Nolan deve spiegarcelo in modo così didascalico, guardando Troia e Gaza da una prospettiva più ampia: «La nostra età del bronzo sta crollando e forse non poteva sopportare di vedere le rovine di ciò che aveva fatto».
Perché qui Nolan parla di noi: anche la nostra età della Pace e dell’Interdipendenza non può che crollare, finché lasceremo la parola agli assassini. Non quelli dell’età del bronzo, ma quelli del Tempo dei Droni. Che ovviamente è il nostro.
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