calcio

Gravina e l’addio alla Figc: «Il calcio va rivoluzionato»

15 Agosto 2026

L’intervista all’ex presidente: «Vedremo se chi oggi guida la Federazione darà spazio ai giovani»

PACENTRO. A pochi mesi dal doloroso passo indietro che ha aperto la strada all’era di Giovanni Malagò e alla rifondazione dell’area azzurra affidata al tandem Mancini-Ranieri, l’ex presidente della Figc, Gabriele Gravina, rompe il silenzio. L’occasione si è presentata a Pacentro, a margine della decima edizione del memorial Tonino Angelilli, il triangolare che ha visto scendere in campo la Primavera del Pescara, l’Ovidiana Sulmona e il Ferentino. In un contesto che ha messo a confronto realtà del territorio e giovani promesse del domani, Gravina ha tracciato una diagnosi dello stato di salute del movimento.

Gravina, dopo l’uscita di scena a seguito del disastro play off e il cambio ai vertici della Federazione, la domanda sorge spontanea: ma il calcio italiano è ancora gravemente malato?

«Il calcio italiano soffre e dimostra patologie trasversali a tutti i settori dell’economia e del nostro Paese. Il calcio è la cartina di tornasole di questa sorta di malessere. Ma, viste le sue molteplici dimensioni, il calcio in sé non sta male».

A cosa si riferisce esattamente quando parla di un sistema che non sta del tutto male nonostante la crisi istituzionale?

«Al fatto che la dimensione del calcio travalica il solo risultato sportivo della Nazionale maggiore. Il movimento ha una forza sociale, economica e di partecipazione immensa, capace di mobilitare il Paese. Il malessere esiste ed è reale, ma riflette criticità generali della nostra società; il calcio in sé possiede risorse e strutture per rimanere vivo e centrale».

Resta il fatto che la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali rappresenta la ferita più profonda, il trauma che ad aprile ha portato al suo addio e al reset dei vertici. Come si supera una pagina così buia?

«Non andare ai Mondiali fa male, è una crepa, una lacerazione che rattrista tutti. Ma il calcio non è solo quello».

Può spiegare meglio questo passaggio e cosa c’è oltre la delusione per la Nazionale?

«La Nazionale e la vetrina mondiale sono l’apice, il vertice visibile di una piramide. Quando la cima crolla, il dolore è forte e travolge tutto. Ma la base resta: c’è un patrimonio fatto di campionati, di vivai, di passione sui territori – come dimostra la giornata qui a Pacentro – che continua a produrre valore. Concentrarsi unicamente sul fallimento della prima squadra rischia di farci perdere di vista tutto il resto che funziona e che va salvaguardato».

Oggi il calcio italiano è ripartito con l’elezione di Malagò e la guida tecnica Mancini-Ranieri. Come ci si dovrà muovere adesso per uscire dall’impasse?

«Serve una rivoluzione culturale. Una rivoluzione che faccia capire che cosa significa coltivare il talento, allevare il talento e offrire al talento l’opportunità di diventare campione. Quando capiremo questo, e quando chi ha questa responsabilità comincerà ad applicarla, cominceremo a vedere qualche luce in fondo al tunnel».

Qual è dunque la vera rotta da seguire per la nuova governance?

«La strada non passa dal semplice cambio degli uomini al comando, ma dalla capacità di fare sistema sui giovani. La vera sfida per chi oggi ha la responsabilità di guidare la Federazione sarà proprio questa: trasformare la teoria in fatti, dando spazio reale ai giovani talenti nei club e costruendo un ambiente proiettato al futuro. Solo allora la luce in fondo al tunnel diventerà realtà».

@RIPRODUZIONE RISERVATA