“Ranucci discriminato”: ecco cosa dice il ricorso per tornare alla conduzione di Report

Tutti i punti del documento di 43 pagine presentato in tribunale dai legali del conduttore per ottenere il reintegro d’urgenza
La televisione di Stato ha punito la vittima di un attentato dinamitardo per accontentare i suoi detrattori. È il senso (al netto dei tecnicismi giuridici) del ricorso d’urgenza con cui Sigfrido Ranucci chiede alla sezione lavoro del tribunale di Roma di accertare l’illegittimità del provvedimento della Rai e di ordinarne la revoca, con l’immediata reintegrazione del giornalista d’inchiesta nelle funzioni di autore e conduttore di Report. Il documento di 43 pagine – a firma degli avvocati Roberto De Vita, Franco Focareta, Franco Scarpelli e Stefano Rossi – ricostruisce una sequenza di eventi che somiglia a un assedio. E rovescia completamente la narrazione aziendale. Da una parte i numeri nudi e crudi: una media di un milione e mezzo di spettatori, uno share del 9% in prima serata domenicale, un indice di gradimento che posiziona il programma ai vertici dell’offerta pubblica, crescendo costantemente negli anni fino a toccare il punteggio record di 8,7 nelle rilevazioni sulla qualità percepita, attirando fette sempre più ampie di pubblico giovanile e laureato.
Dall’altra parte, la tempesta perfetta scatenata contro il conduttore. Il momento decisivo è il 16 ottobre scorso, quando un ordigno devasta le automobili di Ranucci davanti alla sua abitazione. Il giornalista, sotto tutela delle forze dell’ordine da oltre un decennio, è la vittima riconosciuta dell’attentato, come mette nero su bianco dal giudice per le indagini preliminari. Ma, quando si scopre che il mandante della bomba è il faccendiere Valter Lavitola, amico fraterno di Ranucci, la solidarietà istituzionale – è sostenuto nel documento – sfuma, sostituita da una campagna denigratoria tesa a trasformare il bersaglio dell’esplosione in un soggetto ambiguo, insinuando subdolamente che possa essere il beneficiario dell’intimidazione subita.
Gli ultimi mesi segnano un’accelerazione fatale. Le pressioni politiche si fanno esplicite e martellanti. I vertici del governo e della maggioranza intervengono in sequenza ravvicinata. A metà luglio il ministro Alfonso Urso interroga l’amministratore delegato della Rai sulle presunte interferenze nel programma. L’iniziativa ministeriale anticipa un audit interno e un’istruttoria della commissione etica che si concludono senza alcun addebito a carico del conduttore. Ad agosto il vice premier Matteo Salvini dichiara apertamente l’inadeguatezza di Ranucci alla conduzione. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari rincara la dose, parlando di perdita di credibilità del giornalista. Il presidente del Senato Ignazio La Russa auspica un cambiamento profondo della trasmissione, lamentando che le inchieste avrebbero colpito a senso unico. Una pioggia di dichiarazioni ostili prepara il terreno all’epilogo di fine agosto.
La lettera di rimozione inviata da Corsini giustifica la sostituzione immediata evocando una «obiettiva situazione di incompatibilità». Il testo aziendale menziona «continue pressioni» che avrebbero gravemente compromesso l'attività della redazione. Si parla di «percezioni di opacità, commistione e interferenze» capaci di incrinare l’indipendenza e l’imparzialità del programma. Formule che gli avvocati di Ranucci definiscono generiche, fumose e pesantemente allusive. Di fronte alla formale richiesta di chiarimenti e documenti avanzata dai legali del conduttore, l’azienda pubblica si barrica dietro il potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro. Rifiuta di indicare un solo fatto concreto a supporto di quelle affermazioni, trincerandosi dietro generiche esigenze editoriali.
«Un'obiettiva situazione di incompatibilità». Queste parole rimbalzano nel vuoto di un documento aziendale che omette la provenienza degli attacchi e condanna chi subisce le pressioni. Se la redazione è sotto scacco, osserva la difesa nel ricorso, l’obbligo del servizio pubblico si traduce nel fare quadrato per difenderla e proteggerne il responsabile, evitando la decapitazione del vertice lavorativo.
Le alternative offerte all’ormai ex conduttore rappresentano – per i legali – un’ulteriore anomalia. Entro il 27 settembre, Ranucci è chiamato a scegliere tra tre opzioni lavorative. Le prime due (a Rai 3 e Rai News 24) – è spiegato sempre nel ricorso – consistono in ruoli burocratici senza poteri reali né responsabilità di conduzione, confinati nella redazione speciali di una testata o in un canale di informazione continua. La terza opzione è l’incarico di corrispondente dal Cairo. Quest’ultima destinazione assume contorni surreali. Si propone di inviare in Egitto l’autore delle più penetranti inchieste televisive italiane sul sequestro e il brutale assassinio di Giulio Regeni. Trasferendosi in quella sede, peraltro, Ranucci perderebbe automaticamente la scorta assegnatagli dalle autorità italiane di pubblica sicurezza, finendo esposto a gravissimi e incalcolabili rischi personali. Un demansionamento inaccettabile, denunciano i legali, che mortifica un patrimonio professionale costruito in decenni di lavoro investigativo, umiliando la storia del conduttore premiato con i maggiori riconoscimenti nazionali.
Il ricorso demolisce le ragioni organizzative addotte dall’azienda televisiva. I difensori evidenziano la nullità del provvedimento per discriminazione politica e per palese violazione delle direttive europee sull’indipendenza dei media dal potere governativo. La motivazione della rimozione nasconderebbe un intento puramente sanzionatorio mascherato da riassetto interno. Le percezioni di opacità e le asserite interferenze, mai circostanziate con prove, assumono le sembianze di una contestazione disciplinare occulta, privata delle garanzie di difesa previste dalla disciplina sui diritti e sulle tutele dei lavoratori. L’azienda ha allontanato la figura simbolo di Report proprio alla vigilia della nuova stagione, la cui prima puntata è in palinsesto per l’8 novembre. Nel frattempo la conduzione è stata affidata a Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi, salutati dagli auguri di Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni, che ha chiesto esplicitamente di liberare il programma dal «sospetto di collateralismo politico».
L’ultimatum aziendale scade alla fine del mese di settembre: in mancanza di una scelta volontaria da parte del giornalista, la televisione pubblica procederà d’ufficio all’assegnazione del nuovo incarico non concordato. Un eventuale rifiuto potrebbe aprire la strada a un ben più grave licenziamento in tronco. Il ricorso d’urgenza mira a bloccare questo conto alla rovescia che, conclude il documento, ha già avuto «conseguenze sul piano della condizione personale e della salute» di Ranucci.

