Trump riprende la guerra e chiede il pizzo a Hormuz

In pezzi il memorandum mediato neanche un mese fa da Jd Vance. Il Tycoon rilancia: «Siamo i guardiani dello stretto, ma per il servizio pagateci»
PESCARA
La guerra in Iran riprende a pieno ritmo. E lo Stretto torna chiuso alla navigazione. Dall’altro ieri sera nessuna nave varca le acque del Golfo Persico e, dopo neanche un mese dalla firma del memorandum in quattordici punti che sanciva una tregua e tracciava i possibili step verso la pace a Hormuz, si è tornati a sparare. È di ieri sera la dichiarazione iraniana che, nei fatti, straccia i fragili accordi garantiti dal vicepresidente americano J.D. Vance.
Donald Trump, dal canto suo, alza la posta e si proclama il padrone dello Stretto: «Lo Stretto di Hormuz è APERTO e rimarrà APERTO, con o senza l’Iran. Stiamo ripristinando il blocco iraniano. Tutti gli altri Paesi avranno un utilizzo equo e libero dello Stretto. Gli Stati Uniti saranno da questo momento conosciuti come i “Guardiani dello Stretto di Hormuz”, ma, per una questione di equità, saranno rimborsati nella misura del 20% su tutte le merci trasportate per coprire i costi necessari a garantire la sicurezza di questa zona del mondo».
Nei fatti un pedaggio. Un pizzo da pirata. Più costoso, peraltro, di quello imposto finora dai Pasdaran. Il capolavoro di The Donald: essere riuscito a trasformare la vittoria del regime nello scenario economicamente più conveniente per il resto del mondo. Perché, al netto della propaganda trionfale, Washington rivendica per sé il diritto di far pagare il transito della merce nella principale arteria energetica del pianeta.
Risponde a tono il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi: «Il presidente degli Stati Uniti ha assolutamente ragione. Chiunque garantisca il passaggio sicuro delle navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz dovrebbe essere compensato per questo servizio. L’Iran è sempre stato il GUARDIANO dello Stretto e lo rimarrà PER SEMPRE. Il 20% è ovviamente troppo. Saremo equi».
Più che una battuta, la certificazione che lo status quo di Hormuz è cambiato. Israele, per ora, resta ai margini. Forse frenato dagli stessi Stati Uniti, che non possono permettersi di consumare altri intercettori dal costo elevatissimo per difendere Tel Aviv mentre il fronte del Golfo torna ad allargarsi.
Sullo sfondo si prepara ad entrare nel conflitto lo Yemen. Gli Houthi, milizia sciita pro Teheran, e l’Arabia Saudita sono tornati a scambiarsi missili dopo anni di relativa tregua. Riyad ha colpito la pista dell’aeroporto internazionale di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo proveniente dall’Iran, mentre i ribelli hanno risposto minacciando una nuova escalation contro infrastrutture saudite. Nei fatti guerra su due mari. Se Hormuz è il primo collo di bottiglia del commercio mondiale, Bab el-Mandeb è il secondo perché punta dritto al Canale di Suez. E gli Houthi hanno fatto capire di essere pronti a chiudere anche quello, estendendo il conflitto dall’ingresso del Golfo Persico fino alla porta del Mar Rosso. Uno scenario che, per noi europei e italiani, è peggio di un horror.
La battaglia per gli stretti, dunque. Le giugulari infiammate di un mondo sempre più in guerra.