Questa legge elettorale introdotta in nome della stabilità genera grande incertezza

10 Ottobre 2026

Gli scenari possibili sia nel centrodestra (con o senza Vannacci) sia nel campo largo. La sola critica che non si può fare, per paradosso, è che rende prevedibile il vincitore

ROMA. La grande domanda sulla legge elettorale, appena approvata in via definitiva, è sempre la stessa. Giorgia Meloni ha ottenuto la legge che le garantirà la riconferma o quella che sancirà la sua sconfitta? Proviamo a ragionare sugli scenari possibili. Intanto la premier è riuscita a compattare la coalizione: la terza lettura parlamentare, con il ritorno alla Camera, avrebbe potuto innescare una crisi di governo se la maggioranza fosse stata battuta nel voto finale segreto. La maggioranza ha tenuto, c’erano deputati a controllare i colleghi, per giorni il monitoraggio sul movimento delle dita degli eletti si è fatto intenso. Ma ha tenuto. E questo è un successo per la premier, che guida il governo più longevo della storia della Repubblica e che avrebbe avuto difficoltà ad affrontare una campagna elettorale sconfessata dai suoi stessi alleati. Resta da capire se questa legge favorisca il centrodestra oggi al governo oppure no. Il punto fondamentale della nuova legge, ufficialmente legge Bignami ma nota anche come Stabilicum o Melonellum, è che le coalizioni competono per arrivare al 42 per cento. Se la coalizione vincente raggiunge quella soglia in ciascuna delle due Camere, riesce a eleggere i parlamentari di un’apposita lista che garantiscono fino a 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, con un tetto complessivo di 220 deputati e 113 senatori, esclusi gli eventuali eletti all’estero.

Se nessuno arriva al 42, il premio non scatta e la legge produce gli effetti di un sistema proporzionale. Gli elettori votano a livello di collegio, si trovano sulla lista un capolista bloccato scelto dal partito e possono esprimere tre preferenze sugli altri candidati. Le candidature multiple in più collegi e il fatto che un candidato in un collegio possa essere anche presente nel listino della circoscrizione degli eletti in casi di premio di maggioranza rende piuttosto arduo per l’elettore prevedere a cosa servirà il suo voto. Esprimi una preferenza e aumenti la probabilità che quel candidato venga eletto, ma il risultato finale dipende da molte variabili fuori dal controllo dell’elettore. La sfida si concentrerà soprattutto sul raggiungimento del 42 per cento. Dalla prospettiva del centrodestra, questa legge sembra a un primo sguardo portare più problemi che soluzioni: se Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati non si alleano con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, rischiano seriamente di perdere.

Con una mera somma aritmetica del loro consenso attuale nei sondaggi, arriverebbero al 41 per cento. La somma del centrodestra con Vannacci sarebbe del 47,8 per cento, anche se è plausibile che una parte di elettori moderati si allontanerebbe. Con questi rapporti di forza, che sono però provvisori perché c’è quasi un 29 per cento di elettori che ancora non si esprime, Giorgia Meloni potrebbe trovarsi a negoziare comunque con Vannacci: o prima delle elezioni, per arrivare al premio di maggioranza, o dopo per costruire un’alleanza parlamentare necessaria a sostenere un governo. Ogni negoziato sulla maggioranza di governo sarà una partita in due tempi e comprenderà sia trattative per scegliere il presidente del Consiglio che per indicare il presidente della Repubblica a inizio 2029: sembra lontano, ma le elezioni potrebbero tenersi in primavera o al più tardi in autunno del 2027. Per la corsa al Quirinale un anno o poco più è un tempo breve.

Nei mesi scorsi la destra ha chiarito di considerare il Quirinale un obiettivo: Giorgia Meloni potrebbe davvero puntarci, se la sua indicazione fosse la contropartita per la nascita di un governo fondato su una maggioranza di destra larghissima con dentro Vannacci. Il problema, per Meloni, è che oggi nei sondaggi il centrosinistra sembra favorito. Potrebbe essere un’illusione ottica, però, perché i contorni della coalizione sono ancora più incerti che nel centrodestra e non c’è un leader. La somma dei consensi ai partiti del cosiddetto “campo largo” arriva al 44,8 per cento, se si includono anche Italia Viva di Matteo Renzi, +Europa e il PSI. Dunque, la destra di governo ha imposto al Parlamento – con un disegno di legge bloccato e voti di fiducia – una legge elettorale che potrebbe consegnare il Paese agli avversari che però, in Parlamento, protestano contro quella legge.

Ad oggi non è davvero sicuro neppure che esista una coalizione di centrosinistra: anche nel 2022 l’alleanza dei principali partiti progressisti sarebbe stata competitiva, ma il PD di Enrico Letta si è trovato a perdere sia i Cinque Stelle a sinistra che Azione al centro. E la destra ha stravinto. La legge elettorale prevede, tra le novità, che le coalizioni indichino il loro candidato premier: un impegno verso gli elettori, non un vincolo per il Quirinale, come ha osservato il politologo Salvatore Vassallo. Il presidente della Repubblica rimane autonomo nelle sue decisioni, ma i partiti devono presentare un nome prima del voto. Questa norma è considerata di solito un trucco della destra, che ha una leader forte, per alimentare il caos dall’altra parte: da mesi il presidente dei Cinque Stelle Giuseppe Conte chiede primarie di coalizione, che potrebbe vincere, mentre la segretaria del PD Elly Schlein temporeggia e si moltiplicano i retroscena sui tentativi – sempre falliti – di trovare un altro nome di sintesi.

Questa paralisi, però, è storia recente: il PD, fin dalle sue origini, ha sostenuto la necessità di far conoscere agli elettori il candidato alla presidenza del Consiglio, che per statuto deve essere il segretario. Al suo debutto sulla scheda, nelle elezioni politiche 2008, infatti, il simbolo del PD guidato da Walter Veltroni includeva la scritta “Veltroni presidente”. Il problema è che nei successivi vent’anni è fallito il progetto del PD di inglobare le varie forze dell’area di centrosinistra e di sviluppare una “vocazione maggioritaria”: oggi è soltanto il maggiore tra i partiti di una variegata coalizione alla quale non può imporre la segretaria come candidata premier senza passare da primarie dall’esito incerto. Le nuove regole, insomma, non penalizzano in automatico il centrosinistra ma lo condannano all’irrilevanza se non trova una sintesi adeguata a presentare un’offerta coerente con una competizione tra due grandi coalizioni.

La soglia di sbarramento al 3 per cento è un forte incentivo per i partiti più piccoli, come Italia Viva, +Europa e Azione a stare in coalizione: i sondaggi, per esempio, danno il partito di Calenda al 3,1 per cento. Considerato il margine di errore dei sondaggi, Azione quindi non ha alcuna certezza di entrare in Parlamento, men che meno di essere decisiva. C’è una norma che prevede il ripescaggio del partitino sotto al 3 per cento, primo degli esclusi della coalizione, pensata per favorire Noi Moderati nel centrodestra. Ci sono mille punti critici nella legge, per esempio il fatto che rispettare l’equilibrio di genere tra gli eletti – non solo tra i candidati – sarà molto difficile, poi che ai partiti non presenti in Parlamento è richiesto di raccogliere un numero enorme di firme per presentare candidature, infine concede eletti ad alcuni partitini, i primi esclusi di ciascuna coalizione, ma non ad altri, così da lasciare potenzialmente molti voti senza rappresentanza. L’unica critica che non si può fare, per paradosso, è che rende prevedibile il vincitore.

Una legge introdotta in nome della stabilità, genera grande incertezza. Entrambe le coalizioni debbono formare cartelli elettorali per puntare al premio di maggioranza pur non avendo programma e identità comune. Se tutti prevedessero il mancato raggiungimento della soglia al 42 per cento, avrebbero tutto l’interesse a smarcarsi dagli alleati e a competere nelle rispettive aree prima di tutto con i partiti affini. In una logica proporzionale, il M5S ha interesse a sottrarre voti al PD, Lega, FdI, Forza Italia ad Azione, Italia Viva e così via. Forse la vera scommessa della Meloni, molto più cinica di quelle che le vengono attribuite, è che proprio questa indeterminatezza spingerà elettori ed eletti a cercare di aggrapparsi a qualche boa di stabilità. E il capo del governo più longevo della Repubblica, che rimarrà comunque in carica per gli affari correnti nella fase elettorale, sarà la scelta più ovvia per chi insegue quella stabilità che la legge elettorale non può garantire. Poi si vedrà se Giorgia Meloni rimarrà a garantire stabilità da palazzo Chigi o proverà a farlo dal Quirinale, nella realizzazione nei fatti di un presidenzialismo che non è riuscita a imporre per legge.

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