today

30 marzo

30 Marzo 2026

Oggi, ma nel 1947, a Desenzano del Garda, in provincia di Brescia, alle 2.20 di notte, nel giardino della sua abitazione, il conte Giovanni Pellegrini Malfatti, di 62 anni, proveniente da casata originaria di Avio, in quel di Trento, ex podestà durante il ventennio fascista e nella mussoliniana Repubblica sociale italiana, veniva ucciso con due sferzate di alabarda, appartenente ad una antica panoplia, vibrati di punta alla testa e tra gli occhi. Poi gli venivano anche indirizzati due colpi calibro 9 di pistola tedesca P38 alla nuca. L’11 maggio 1949 verrà condannato all’ergastolo Alfredo Faotto, di 49, cognato della vittima, avendo sposato la contessa Maria Paola Pellegrini Malfatti, che era ospite della villa con la moglie. La sentenza di primo grado dell’assise bresciana verrà depositata l’1 novembre 1949. Verrà poi confermata in appello e la pena diverrà definitiva dopo il passaggio in Corte di cassazione, il 16 febbraio 1954. Anche se il "faccendiere" seguiterà a ritenersi innocente. L'omicidio dell'alabarda, come verrà indicato dai media, diverrà estremamente popolare in quel torno di tempo e verrà annoverato tra i casi di scuola della cronaca nera del Belpaese. Faotto, che aveva impalmato la contessa Maria Paola dopo aver vinto una feroce resistenza allo sponsale da parte del conte Giovanni, il 2 febbraio 1963 si separerà dalla consorte -che in buona sostanza, a 60 anni, lo ripudierà- mentre sarà ancora detenuto. Quindi verrà graziato l’1 giugno 1970 dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Poi passerà a miglior vita l’8 novembre 1980. Verosimilmente il sicario agiva per impedire al conte Pellegrini Malfatti (nella foto, particolare, immortalato sul giornale torinese “La Stampa”, del 29 aprile di quel 1947) di sposare una giovane romana ventenne conosciuta a Bari ultimamente. Il matrimonio e l’eventuale arrivo di un figlio avrebbe spostato l’asse ereditario. E il lascito alla sorella si sarebbe notevolmente assottigliato. Ma essendo la contessa gravemente malata il beneficiario del testamento originario sarebbe stato soprattutto Faotto. Per giunta il conte Pellegrini Malfatti aveva in animo anche di trasferirsi a Milano e di avviare, con un sodale, un’intrapresa commerciale d’importazione di carne e pellami dall’Argentina. Come riporterà il quotidiano meneghino “Corriere della Sera”, del 10 agosto 1954, la dimora del delitto diverrà, su impulso della contessa Pellegrini Malfatti, un richiesto orfanotrofio. Che ospiterà 200 piccoli rimasti senza genitori e affidati alle cure dei padri rogazionisti, seguaci di Sant’Annibale Maria Di Francia. I religiosi faranno crescere e studiare gli orfanelli assistendoli nel percorso dell’asilo, della scuola elementare, dell’avviamento professionale.