6 OTTOBRE

5 Ottobre 2023

Oggi, ma nel 1981, in Vaticano, Papa Giovanni Paolo II, a mille anni di distanza dall’elevazione al soglio pontificio, avvenuta il 6 ottobre 891, tornava ufficialmente, a nome della Chiesa cattolica romana, sulla scabrosa questione di Formoso, 110° pontefice, e del macabro Sinodo del cadavere.

Formalmente per ottenere vere scuse da parte dal vicario di Cristo sulla terra, servirà altro tempo, ma di fatto, l’intervento del polacco Karol Wojtyla, tra l’altro provato dall’attentato di piazza San Pietro del 13 maggio precedente, era un’apertura del tutto nuova. Formoso, romano dell’816, successore di Stefano V, era stato seduto sul soglio di San Pietro fino al 4 aprile 896, data della morte.

Il trapasso terreno, avvenuto con buona probabilità per avvelenamento, era accaduto nel mezzo di feroci rivalità per occupare lo scranno più alto della Santa sede da parte di famiglie illustri. Da un lato, I duchi di Spoleto, con Guido II e il figlio Lamberto II, dall’altro, Arnolfo di Carinzia, re dei franchi orientali, e il suo protetto Berengario, marchese del Friuli.

Il mese di febbraio 897, su decisione di Stefano VI, successore di Formoso, eletto grazie all’appoggio del “partito spoletino”, era stato dedicato al tremendo processo post mortem a carico di Formoso. Non bastava, infatti, il trapasso a miglior vita dell’ex numero uno della cristianità occidentale, ma il suo corpo mummificato era stato sottoposto a pubblico ludibrio, avente crisma giuridico (nella foto, particolare, dipinto di Jean Paul Laurent, del 1870, olio su tela di 100 per 152 centimetri, conservato nel Museo delle belle arti di Nantes, in Francia).

I resti mortali di Formoso erano stati esumati, vestiti dei paramenti pontifici, collocati sul trono della basilica lateranense e costretti a rispondere delle accuse di tradimento nei confronti del clero romano. Secondo quanto avanzato da Giovanni VIII nel Concilio del Pantheon, del 19 aprile 886. Addirittura, un diacono, rimasto senza nome, aveva prestato la sua voce al defunto. Al termine il simulacro era stato amputato delle tre dita usate per benedire, straziato, trascinato per le vie dell’Urbe e gettato nel Tevere. Prima dell’intervento di Giovanni Paolo II, gli atti del processo contro Formoso erano stati dati alle fiamme da Giovanni IX e la decisione processuale annullata del valore. Ma la riabilitazione spirituale era rimasta parziale.