È costato 25 milioni Ma non serve a nulla

Il potabilizzatore di San Martino, lo spreco più grande di tutti
CHIETI. Una storia che, a raccontarla, sembra incredibile, quella del potabilizzatore di contrada San Martino, nel cuore della Val Pescara, perché si parla di quasi venticinque milioni di euro finanziati dal Ministero del Lavori pubblici e dalla Unione Europea, tutti spesi per realizzare un'opera che non potrà mai assolvere il compito di rendere potabili le acque del Pescara, perché il fiume ha livelli di inquinamento che nessun macchinario può riuscire a sanare.
La cosa incredibile è che nessuno si è sognato di analizzare quelle acque prima di dar corso all'opera. Eppure fin dagli anni ’90 la Provincia di Chieti aveva rilevato, valutando il risultato di analisi effettuate, che "bere l'acqua del Pescara significa rischiare il cancro", da qui erano partite campagne di sensibilizzazione per la popolazione perchè si evitasse anche di bagnarsi in quelle acque.
Questa situazione, che pure era conosciuta, non ha impedito che nel 2000 il progetto, risalente al 1970 ma finanziato nel momento in cui il ministero dei Lavori pubblici ha messo in campo i fondi europei appunto per realizzare potabilizzatori in tutta Italia, prendesse il via. A questo punto va precisato che la stessa legge assegna alla Regione il compito di far precedere ogni autorizzazione per questo tipo di interventi da analisi che garantiscano la fattibilità dell'opera.
Nel 2000, lo rilevò l'allora comandante della Forestale di Pescara Guido Conti. Lo stesso comandante, che indagò su tutta la vicenda, denunciando alla Corte dei Conti funzionari regionali, esponenti della Asl e dell'Aca con l'accusa di aver sperperato pubblico denaro, portò alla luce situazioni sconcertanti, che disegnano uno dei più grandi e ancora impuniti scandali che si sono verificati sul territorio abruzzese.
Rivelò infatti che l'Aca, chiamata a gestire l'appalto del potabilizzatore nel 2000, invia ogni anno, come procedura vuole, nel corso dei lavori per realizzare l'impianto, alla Regione la richiesta per l'analisi delle acque. Richieste a cui la Asl non risponde. Solo nel 2004, quando la struttura è stata realizzata, la Asl si decide a dare mandato all'Arta di fare le analisi.
Così il 26 novembre del 2004 si viene a sapere ufficialmente che l'inquinamento delle acque del Pescara che l'impianto dovrebbe rendere potabili è ben oltre la soglia massima consentita. La vicenda diventa paradossale nel 2006 quando si arriva a collaudare ugualmente il potabilizzatore, attestandone la funzionalità, malgrado l'ormai accertata impossibilità di rendere potabile il Pescara.
Un clamoroso falso, compiuto, come accertò l'inchiesta della Forestale, «senza far funzionare l'impianto». Un presunto imbroglio necessario «per ottenere i finanziamenti europei». Un quadro desolante, che rafforza il contenuto di un editoriale firmato dal direttore del Centro, Mauro Tedeschini lo scorso 14 agosto dal titolo "Diamo l'acqua a un papa straniero" .
Articolo che ha messo in chiaro risalto le responsabilità di chi nel passato anche recente (vedi le vicende dell'Aca e del cosiddetto partito dell'acqua, con polemiche feroci ancora in corso) ha gestito le situazioni dei depuratori e di tutto quanto fa parte del ciclo idrico abruzzese, per chiedere interventi di persone realmente competenti e capaci di risolvere le problematiche in campo, lontane dai partiti e dai loro interessi. L'attuale presidente della Regione Luciano D'Alfonso ha risposto garantendo che è intenzionato di chiedere che ad agire sia un commissario dotato di reale competenza e lontano da logiche partitiche. Si spera ovviamente che alle parole seguano fatti concreti. Intanto sarebbe auspicabile un impegno forte per far capire come sia potuto accadere una vicenda come quella appena raccontata, non solo per garantire che in futuro non possano più accadere, ma anche per dare dimostrazione che qualcosa sta davvero cambiando nelle nostre istituzioni.
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