A 15 mesi ingoia cocaina in casa: il bimbo muore, la madre indagata

L’inchiesta a Vasto per omicidio colposo. Il Pm: «La 30enne ha lasciato la droga in un punto facilmente raggiungibile dal figlioletto
VASTO. Quindici mesi sono l’età in cui i passi si fanno appena più sicuri e le mani di un bambino si allungano per afferrare qualsiasi cosa si trovi a portata di sguardo. Ramyr Tonio stava esplorando il suo mondo, l’appartamento nel centro storico di Vasto dove viveva con la madre. Quella domenica del 10 agosto scorso, tuttavia, le dita del neonato non hanno incontrato un giocattolo o un biscotto lasciato sul tavolo, ma una quantità letale di cocaina. Per quella morte improvvisa, provocata da un’«intossicazione acuta», la procura sta indagando sulla madre Laura Ionela Mitran, 30 anni, originaria della Romania, che ora deve rispondere dei reati di omicidio colposo e false informazioni al pubblico ministero. Una fine che, secondo le contestazioni, poteva e doveva essere evitata da chi aveva l’obbligo naturale e giuridico di proteggere una vita appena iniziata.
L’epilogo si è consumato quando mancavano pochi minuti alle sette di quella sera d’estate. L’arrivo al pronto soccorso dell’ospedale San Pio si è concluso con l’ingresso in reparto di un corpicino ormai in fin di vita. I medici dell’area di emergenza si sono mobilitati all’istante, mettendo in atto ogni protocollo di rianimazione. Hanno lottato contro il tempo, tentando di riattivare un battito cardiaco che andava inesorabilmente spegnendosi, sperando in una reazione che non si è verificata. Il cuore del piccolo Ramyr ha smesso di battere poco dopo il suo arrivo, lasciando i medici davanti a un decesso apparentemente senza spiegazione. Sul corpo del bambino non si notavano lividi, non c’erano escoriazioni, mancava qualsiasi segno evidente di violenza o di incuria fisica pregressa.
Nelle ore immediatamente successive alla tragedia, l’assenza di traumi esterni aveva fatto propendere per l’ipotesi di una fatalità legata a cause naturali. Gli investigatori e i medici guardavano alla sindrome della morte in culla, un evento drammatico quanto fulmineo, o magari a un tragico soffocamento causato dall'ingestione di un corpo estraneo. I dubbi, tuttavia, restavano troppo pesanti per archiviare il caso.
Per fugare ogni perplessità, il pm ha bloccato la restituzione della salma e ha ordinato gli accertamenti scientifici. La realtà è emersa dall’autopsia eseguita dal medico legale Pietro Falco: Ramyr è morto a causa delle conseguenze dell’assunzione di droga. La quantità di stupefacente ingerita non è quantificabile con esattezza matematica, gli inquirenti parlano di una dose «indeterminata», eppure abbondantemente sufficiente a sopraffare un organismo infantile in pieno sviluppo.
Dalla consulenza medico-legale ha preso forma un’inchiesta giudiziaria con accuse pesantissime, coordinata dal sostituto procuratore Silvia Di Nunzio. Alla donna viene contestata una forte «imprudenza», materializzatasi nell’aver lasciato la cocaina all’interno della propria casa, appoggiata in un luogo facilmente accessibile ai movimenti del figlioletto. Il pm individua anche un’inequivocabile «negligenza», ovvero la totale mancanza di vigilanza sul neonato. Il bambino è stato lasciato libero di muoversi abbastanza a lungo da trovare la sostanza, ingerirla e accusare il malore fatale, senza che nessuno intervenisse in tempo per bloccarlo o per lanciare un tempestivo allarme sanitario. Per la procura, in estrema sintesi, la madre avrebbe provocato il decesso del figlio per pura colpa.
A rendere ancora più complicata la posizione della trentenne si aggiunge una seconda accusa, altrettanto grave. Il giorno successivo alla morte del figlio, ancora nel pieno del clamore e del dolore per la tragedia, la donna è stata ascoltata dagli inquirenti che cercavano di ricostruire minuto per minuto la dinamica di quella domenica d’agosto. In quella precisa circostanza, la madre avrebbe mentito. L’indagata, secondo il pubblico ministero, ha deliberatamente omesso di riferire la presenza della sostanza stupefacente all’interno della casa e ha tenuto nascosto il fatto che il bambino avesse potuto assumere la droga. Questa reticenza viene letta come un ostacolo inaccettabile frapposto al lavoro degli investigatori proprio nelle ore più cruciali, quelle in cui la chiarezza dei fatti risulta determinante per indirizzare correttamente l’inchiesta.
Adesso la donna, difesa dall’avvocato difensore Alessandro Cerella, avrà modo di fornire la sua versione dei fatti e difendersi dalle contestazioni. Nel frattempo, l’appartamento Vasto rimane sotto sequestro, inaccessibile a chiunque non indossi un’uniforme. I carabinieri hanno già varcato quella porta per eseguire sopralluoghi accurati, misurando le distanze e analizzando gli spazi per accertare le esatte dinamiche di movimento del bambino.
Parallelamente, i militari dell’Arma hanno raccolto le testimonianze di conoscenti e vicini, con il compito di definire l’ambiente in cui la mamma e il suo piccolo vivevano. Dietro i sigilli di quell’abitazione, al di là delle responsabilità penali che l’inchiesta dovrà accertare, resta l’epilogo di una tragedia inaccettabile. La cronaca di una domenica d'agosto in cui a un bambino di quindici mesi, intento a esplorare il suo piccolo mondo, è bastato allungare le mani per trovare la morte.
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