«A 17 anni ho rischiato di morire»

Sveva Lamberti: sono finita in ospedale perché non mangiavo più
MILANO. «Era nata come una passione ed è finita come un incubo. Era partito tutto da “mamma domani uso il nastro in palestra per la prima volta” ed è finita con “non posso mangiare né bere, domani l'allenatrice porta la bilancia e se ho messo su peso mi toccherà correre per un'ora con la fune ed i pesi sulle caviglie, come fanno fare a Giulia, che deve perdere peso”». Sono le parole di Sveva Lamberti, 18 appena compiuti, ex ginnasta che ha gareggiato per diverso tempo con una società milanese, costretta a rinunciare al sogno della ginnastica ritmica, a un passo dalla morte a causa dell'anoressia. «Io sono sempre stata molto sottopeso, ma ero terrorizzata, Giulia era una mia grande amica e temevo», racconta in una testimonianza all’organizzazione di volontariato anti abusi nello sport “Change the game”, «che ciò che facevano a lei, come ad altre compagne, potesse essere fatto anche a me. Una volta mi ero messa in body, la mia allenatrice mi disse “settimana prossima hai gli allenamenti nazionali, dove credi di andare con quel sedere? Guarda che vi peseranno!”. Quando mangiavo poco venivo elogiata e così mi convinsi che stavo facendo la cosa giusta. La ginnastica era la mia vita, o forse anche di più ma, a causa degli inevitabili problemi con il cibo che ne sono conseguiti, ad agosto 2020 ho dovuto smettere. Non avevo più forze. Da lì è iniziato il declino. Dopo 8 mesi», sono le parole di Sveva, «sono stata ricoverata in neuropsichiatria d'urgenza per anoressia. Ero in fin di vita, avevo 30 battiti al minuto e rischiavo l'arresto cardiaco. Mi hanno messo il sondino, non volevo mangiare. Non riuscivo a guardarmi allo specchio, mi vedevo sempre grassa, pesavo 37kg ed ero alta 1,73. Mi pesavo 30 volte al giorno. Ero convinta fosse giusto così, o meglio era quello che mi avevano fatto credere fosse giusto. Uscita dall'ospedale mi misero subito in attesa per un altro ricovero in un centro per disturbi alimentari. Quando venni ricoverata, la mia situazione era talmente critica che non potevo fare nulla, non potevo andare a scuola, non potevo camminare. I medici, giustamente, mi avevano impedito di fare tutto ciò per salvaguardare la mia vita che stava per essere inghiottita dalla morte. Questo centro per disturbi alimentari mi ha salvato».

