A Chieti 45 detenuti speciali: hanno commesso reati sessuali

Il Carcere di Madonna del Freddo tra i pochi in Italia che li recupera con gli psicologi dell’Ateneo La direttrice Ruggero: «Li aiutiamo a tornare in società». Premiati gli agenti di lungo corso
CHIETI. Li hanno mandati nel carcere teatino forse grazie alla buona fama della struttura, tranquilla e ben gestita. Ma per la polizia penitenziaria di Chieti rappresentano un problema, essendo detenuti da “proteggere” di più. Proteggere da cosa? Innanzitutto dai detenuti comuni, che li chiamano “infami” e con cui non possono convivere.
Loro sono i “sex offenders”, etichetta che l’ordinamento penitenziario italiano ha mutuato dall’inglese, quasi a sterilizzarne il tipo di reato. È la categoria di chi si è macchiato di molestie, abusi e violenza sessuale, ci sono i pedofili, i femminicidi e persino gli infanticidi. Nel carcere di Madonna del Freddo ce ne sono 45, quasi la metà della popolazione detenuta, che ammonta a 110 unità. Sui 110, 21 sono le donne, 3 di loro sono “sex offenders”. La sezione è stata aperta a marzo 2015 e richiede un tipo di lavoro particolare da parte degli 80 agenti di polizia penitenziaria. Ma il carcere teatino si è distinto anche questa volta. Oltre ad aver avviato un progetto di integrazione dei “sex offenders” con i detenuti comuni, permettendo loro di partecipare ad alcune attività insieme agli altri, è uno dei sei penitenziari italiani ad aver avviato un progetto di ricerca e intervento sugli autori di violenza nelle relazioni intime, diretto a prevenirne la recidiva.
«E’ un progetto altamente qualificante», ha detto il comandante della polizia penitenziaria teatina, Alessandra Costantini, «che pone l’attività di osservazione e la competenza dei poliziotti penitenziari in prima linea, al fine di monitorare questo tipo di criminali e operare su di loro un tentativo di contenimento e, dove è possibile, di recupero».
«Questa iniziativa», ha aggiunto la direttrice del carcere, Giuseppina Ruggero, «ci pone tra i sei istituti di pena italiani di riferimento sui reati a sfondo sessuale e ci dà il grandissimo compito di comprendere i fattori scatenanti di questi crimini per restituire alla società persone migliori. Posto che non esiste né la pena di morte, né il carcere a vita, prima o poi questi soggetti devono infatti tornare in società».
Per svolgere questo compito, il penitenziario ha attivato collaborazioni sia con la facoltà di Psicologia dell’università d’Annunzio sia con gli psicologi della Asl teatina. Il progetto è stato illustrato nel corso delle celebrazioni per il 199° anniversario della polizia penitenziaria festeggiato ieri a Madonna del Freddo anche dagli agenti del carcere di Vasto, diretto sempre dalla Ruggero. La casa lavoro di Vasto, la più grande d’Italia, ospita circa 150 persone (tutti maschi), di cui una trentina di detenuti e circa 120 internati. Per internato si intende un soggetto sottoposto ad espiazione di misura di sicurezza perché ritenuto socialmente pericoloso.
«Per loro», ha spiegato il comandante della polizia penitenziaria di Vasto, Nicola Pellicciaro, «è obbligatorio il lavoro in carcere, ma il problema è che a Vasto il lavoro non c’è e, ad eccezione di chi fa lavori domestici e in campagna, un terzo degli internati è costretto ad oziare». La cerimonia è continuata con il conferimento della Croce d’oro per anzianità di servizio al sovrintendente capo Cesare Di Michele e della Croce d’argento per anzianità di servizio all’ispettore superiore sostituto commissario, Sandro Garofalo. Poi gli istruttori Mario Prete e Claudio Cauti e gli assistenti capo Gabriele Di Giovanni e Antonio Gervaso si sono esibiti in pratiche di autodifesa. A chiudere la Festa c’è stata l’esibizione al sax di Antonio D’Avanzo.

