Abusi dal padre, chiedono i danni

Ascoltate in aula le figlie dell’imputato, una minorenne: violenze confermate
VASTO . L’accusa è pesante: abusi sulle figlie. Il protagonista è un collaboratore di giustizia con un passato ingombrante alle spalle, una lunga latitanza all’estero, il carcere e l’inserimento nel percorso di protezione dello Stato. L’uomo rigetta l’accusa con disperazione. «Ho commesso tanti errori ma non ho mai toccato le mie figlie», ripete dal giorno dell’arresto, avvenuto a Vasto. Martedì, davanti al collegio dei giudici vastesi (presidente Bruno Giangiacomo, a latere Iannetta e Izzi) si è tenuta una drammatica udienza. I giudici hanno ascoltato dodici testimoni e fra loro la moglie del collaboratore e le figlie. Le donne, che si sono costituite parte civile e sono rappresentate dall’avvocato Arnaldo Tascione, hanno ribadito le accuse e risposto alle domande senza esitazione, raccontando la loro verità. La figlia più piccola è ancora minore e la sua posizione è seguita da un tutore. Anche il Comune di Vasto, che ospitava l’uomo come collaboratore di giustizia, si è costituito parte civile. Il processo è stato aggiornato al prossimo 6 aprile per ascoltare altri testimoni. La storia è delicatissima. Secondo l’accusa, dal 2013 al 2016 l’uomo avrebbe avuto un atteggiamento “strano” nei confronti delle figlie. La polizia, prima di arrestarlo, ha indagato per un mese ricorrendo alle intercettazioni. Dopo l’arresto il dirigente, nel corso di una conferenza stampa, parlò di abusi sessuali e maltrattamenti in famiglia. L’accusato è assistito dall’avvocato Vincenzo Gabriele D’Agostino. Attraverso il suo legale l’imputato ha prodotto alla Procura numerosi documenti e manoscritti redatti dalle figlie in tempi non sospetti, che racconterebbero una verità diversa fatta di istigazioni alla calunnia e pressioni culminate nell’avversione verso il padre. Una delle figlie già in passato aveva rivolto accuse gravissime al padre, formalizzate in querele anche di un altro familiare e di un amico. Le accuse, però, si erano rivelate infondate. La difesa confida nella valutazione attenta del materiale probatorio e soprattutto nell’analisi della personalità delle presunte vittime e nella possibilità che possano essere state manipolate vista la loro giovane età. Il collaboratore di giustizia è stato a lungo lontano dalla famiglia perché latitante all’estero, sotto protezione o detenuto per altre cause. Il Tribunale per i minori dell’Aquila ha affidato nel frattempo la figlioletta di 7 anni a una casa famiglia. Ma anche la nipotina, figlia della primogenita dell’imputato (che ha 19 anni e che ha denunciato il padre), è stata affidata a un istituto. Il caso è seguito da un pool di periti, psicologi e terapeuti, per stabilire l’attendibilità degli accusatori e scoprire la verità. (p.c.)
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