Acea a Sasi: paga subito 6 milioni

2 Febbraio 2018

Prelievo dal fiume Verde, la società romana invia il decreto ingiuntivo. Basterebbe: ci opporremo

LANCIANO. L’Acea Energia di Roma chiede alla Sasi l’immediato pagamento di 6 milioni di euro. E lo fa con un decreto ingiuntivo arrivato mercoledì. Una batosta per la società del servizio idrico che deriva dalla volontà di Acea di dare seguito alla sentenza con cui il Tribunale superiore delle acque pubbliche (Tsap) di Roma, un anno fa, ha confermato la condanna in primo grado della Sasi al risarcimento per l’illegittimo prelievo di acqua dal fiume Verde. I 6 milioni, tra spese legali e interessi, lievitano fino a 7,5. La richiesta potrebbe avere ripercussioni anche sulle tasche dei cittadini. La Sasi, infatti, ha accantonato circa 4 milioni di euro per questo contenzioso: dove troverebbe gli altri 3,5 milioni mancanti?
«Il decreto ingiuntivo è un fulmine a ciel sereno», commenta Gianfranco Basterebbe, presidente della Sasi finita in questi giorni nel mirino della Procura per il concorso da 67 posti (è stata aperta un’inchiesta), «eravamo in trattativa con i vertici Acea per trovare un accordo, in attesa del pronunciamento della Cassazione. Non ci aspettavamo l’arrivo dell’ingiunzione di pagamento, a cui faremo opposizione». Basterebbe, subito dopo la sentenza del febbraio 2017, ha incontrato i vertici Acea per proporre una transazione che avrebbe chiuso ogni contenzioso. «I vecchi vertici avevano respinto la nostra offerta di 4,2 milioni», spiega Basterebbe, «e anche quella successiva di 4,8. Poi i vertici sono cambiati e, tramite i nostri legali, abbiamo proposto di pagare 500.000 euro annue fino al pronunciamento della Cassazione: se avesse rigettato il ricorso avremmo pagato la somma restante, se l’avesse accolto avremmo riavuto indietro quanto versato. Dovevano valutare. Invece è arrivato il decreto ingiuntivo. Tornerò a Roma subito per capire cosa è successo. È una sentenza, legittima, di una vicenda nata negli anni ’80 e di cui noi paghiamo le conseguenze».
L’Acea, concessionaria della derivazione delle acque del fiume Verde per la produzione di energia elettrica dal 1961 al 2013, ha cominciato a chiedere danni dal 1985, citando in giudizio l’allora Cassa per il Mezzogiorno, rea di captare le acque dal fiume Verde senza autorizzazione e creando danni alla società perché, sottraendo l’acqua, diminuiva la capacità di produrre energia. Diverse cause che negli anni hanno tirato in ballo la Cassa, il Consorzio acquedottistico e, dal 2003, la Sasi. La prima sentenza contro la società frentana l’ha emessa il Tribunale regionale delle acque di Roma che ha stabilito un risarcimento danni di 9 milioni. Sentenza impugnata dalla Sasi al Tsap che ha solo ridotto l’importo a 6 milioni. «Il ricorso in Cassazione è stato depositato», chiude Basterebbe, «i nostri avvocati presenteranno subito opposizione al decreto e torneremo a discutere con Acea per individuare altre soluzioni».
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