«Acqua dai pilastri che sorreggono l’edificio dell’Ater»

18 Novembre 2016

La denuncia degli inquilini delle case popolari di Filippone La portavoce Monica: sono decine le famiglie preoccupate

CHIETI. Monica infila la mano sinistra nel muro squarciato. «Guarda», dice estraendola, «è bagnata». Da quel muro, dove passa anche un pilastro, sgorga acqua come una fontanella. Siamo nel quartiere di Filippone, in via De Pasqua, dove il bus della Panoramica fa capolinea. Negli otto palazzi a schiera, costruiti dall’Ater, vivono 96 famiglie. Qualcuna ha anche sei figli. E’ come stare in un paese satellite della città, dove dai muri esce acqua.

Alle 9 di ieri, Monica Toracchio si è rivolta al Centro: «Venite a vedere con i vostri occhi. Noi inquilini siamo molto preoccupati». Alle 11, scattiamo le fotografie all’ingresso del palazzo 19A. Dai mattoni, coperti di muffa, zampilla acqua. E Monica, che lavora con la Teate Soccorso, comincia a raccontare di quando, pochi giorni fa, è stata a Tolentino, tra le case lesionate dal terremoto e la disperazione della gente. «Ciò che mi ha colpito è che quelle povere persone ripetevano “l’avevamo segnalato ma nessuno interveniva”. Anche noi, delle case popolari di Filippone, l’abbiamo segnalato all’Ater. Ma nessuno è intervenuto». Mentre lei parla sul posto arrivano altri inquilini preoccupati, la signora Tina che porta a spasso tre cagnolini, poi Antonietta che arriva con il carrello della spesa e il signor Pino, un falegname in pensione molto conosciuto. Gli amministratori dei condomini, che si sono succeduti negli ultimi due anni, hanno inviato almeno cinque segnalazioni all’Ater, che prima ha nicchiato e poi si è trincerata dietro un laconico “non ci sono soldi!”. Tant’è che alla manutenzione dei giardini oppure alle toppe sull’asfalto provvedono gli inquilini, nel primo caso pagando una ventina di euro a un giovane che abita in quei palazzi, nel secondo autotassandosi fino a raccogliere trecento euro necessari per chiudere le buche. Ma per l’acqua che sgorga dai muri il fai-da-te non va bene. Occorrono invece persone esperte per rassicurare decine di famiglie. «Sì, abbiamo chiamato un idraulico», continua Monica, «ma neanche lui è riuscito a capire la causa della perdita di acqua». Così il muro all’ingresso del palazzo continua ad impregnarsi, l’umidità affiora anche all’interno, sotto alle cassette della lettere. Insomma quel muro portante è una spugna. É anche se nessuno si azzarda a parlare di rischio crollo, e quindi a fare del pericoloso allarmismo, la gente del quartiere satellite lo pensa, e non dorme tranquilla. «Vede lì sotto?», conclude Monica, «quel cantiere fermo, con le pozzanghere intorno dove sguazzano le paperelle, è del Cocea. Temiamo anche per quei palazzi in costruzione. Ho chiesto spiegazioni al sindaco, mi ha risposto che debbo rivolgermi al geometra della cooperativa».

Il cantiere di cui parla Monica è sub judice. Ci sono segni di frana, ma lavori non andranno avanti. Sarà venduto all’asta. Questa però è un’altra storia molto più complessa.