Addio a Fraticelli, il cantore degli umili

2 Novembre 2021

Il poeta teatino si è spento ieri a 97 anni. Nelle sue opere ha celebrato la città e le tradizioni dell’Abruzzo tanto amato

CHIETI. M mmezz’a li ggente, pi’ li crucivije, m’assette e cante le cose di Ddije. È la frase che campeggia sul manifesto funebre di Raffaele Fraticelli, il poeta teatino scomparso ieri a 97 anni. Sono stati i figli ad averla scelta, «perché», spiega il figlio Marco, «lui il suo funerale lo avrebbe voluto così: in mezzo alla gente, in mezzo alla strada, a dare testimonianza di quella fede incrollabile che lo ha aiutato a vivere fino all’ultimo con serenità e di quell’amore grandissimo verso la sua terra».
Chieti perde il suo poeta. Il “cantore degli umili”, come è stato definito. Con i suoi versi in lingua dialettale ha saputo celebrare la sua amatissima città e la cultura e le tradizioni dell’intera regione, diventandone un simbolo. Disegnatore cartellonista, Fraticelli ha iniziato giovanissimo a comporre i primi versi in dialetto. Dal 1954 per 30 anni è stato collaboratore della Rai regionale come autore di testi e attore con il celebre personaggio di Zi’ Carminuccio. Tante le opere in dialetto, tra cui la particolarissima traduzione del Vangelo, Parole de Vangéle, o la trasposizione dialettale della Figlia di Iorio o ancora l’accurato libro di ricette La cucine di mamme. Chieti lo ricorderà per sempre soprattutto per la poesia dedicata alla processione del Cristo morto, Vinirdì SSante, in cui ha saputo cogliere come pochi lo spirito vero della tradizione più cara alla città. Nella poesia Le fèmmene de Chiete, invece, racconta un momento drammatico, quello della Seconda guerra mondiale che lui trascorse per mesi nascosto nel campanile della chiesa della Trinità, al riparo dal pericolo della deportazione.
La vita del poeta era negli ultimi anni ristretta tra le mura della casa di via Quarantotti, dove viveva insieme all’amata moglie Giuliana. Il 20 marzo scorso avevano festeggiato i 67 anni di matrimonio. Un’unione da cui sono nati 7 figli, Paolo, Cecilia, Marco, Andrea, Giacomo, Chiara e Luca, 17 nipoti e 5 pronipoti. Lucido fino alla fine, il poeta viveva tra le sue carte, i suoi riti, le amicizie care. Era ancora preso dalla volontà di aggiornare le sue antologie, le sue raccolte di versi: un modo per non disperdere il grande patrimonio culturale della sua terra. È stata una caduta, a metà ottobre, a innescare una serie di problematiche che lo hanno portato alla morte.
Nella casa di via Quarantotti le stanze con i suoi libri, i suoi quadri, le sue illustrazioni, il cortile che guarda la Maiella, a lui così cara: tutto fa pensare a una piccola casa-museo che Fraticelli apriva ai tanti amici. Tra di loro c’è il regista Dino Viani che insieme al figlio Marco ha raccolto un vasto archivio di immagini filmate del poeta. «È stato un grandissimo», dice Viani, «non mi piace neanche definirlo con l’aggettivo “dialettale”, preferisco dire “poeta e basta”. Ha saputo elevare il dialetto abruzzese a lingua universale, dandogli dignità e nobiltà. Ha saputo raccontare la storia degli ultimi, la storia minuta di quel Paradise Piccirill dove ora io lo immagino. Per me non è morto, ma è andato a incontrare i personaggi del suo Paradise così tanto legati alla storia della città».
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