Al bar invece che al lavoro: inflitti 20 mesi

11 Luglio 2018

San Vito. Patteggia il custode assenteista dei cimiteri, ma i legali impugnano il licenziamento del Comune

SAN VITO CHIETINO. Andava al bar anziché a lavoro. Accusato di assenteismo, truffa aggravata nei confronti del Comune e falsa attestazione della presenza in servizio Vito Di Paolo, 58 anni, custode dei cimiteri di San Vito, ha patteggiato un anno e 8 mesi di reclusione, pena sospesa, e mille euro di multa. L’uomo, rappresentato dall’avvocato Guido Giangiacomo, era stato anche licenziato. Ma il licenziamento è stato impugnato dal legale, coadiuvato dal collega Pierpaolo Andreoni, ed è pendente di fronte al giudice del lavoro. Invece dinanzi al gup Marina Valente si è chiusa la parte penale della vicenda. Secondo le indagini dei carabinieri, coordinate dal procuratore capo Mirvana Di Serio Di Paolo, pedinato dal 15 ottobre al 15 novembre 2017, durante le ore in cui doveva essere in servizio andava invece nel bar del centro o nelle vicinanze, ben distante dai cimiteri che doveva custodire. Arrivava a lavoro, timbrava il cartellino marcatempo e poi lasciava i sepolcri incustoditi per recarsi al bar. Qui a volte stava ore, a volte pochi minuti, ma vi passava anche più volte al giorno. Una condotta che non è passata inosservata in paese. Infatti le indagini sono scattate in seguito ad un esposto anonimo, di un cittadino, in Procura. Alla fine delle indagini sono state formulate le accuse di truffa aggravata nei confronti del Comune e falsa attestazione della presenza in servizio. Come dipendente del Comune, cioè, ometteva l’annotazione sul cartellino elettronico marcatempo degli allontanamenti dal luogo di lavoro, inducendo in errore l’amministrazione comunale e procurandosi l’ingiusto vantaggio patrimoniale pari alla retribuzione indebitamente percepita. Inoltre, sempre omettendo il timbro dell’uscita, attestava falsamente la sua presenza in servizio. A gennaio gli era stata notificata la misura cautelare della sospensione dal servizio di custode a firma del giudice Massimo Canosa, a cui è seguito il licenziamento alcuni giorni dopo. Come riferito dall’avvocato Giangiacomo, l’allontanamento di Di Paolo era causato dal fatto che i locali in cui doveva lavorare erano malsani e lui soffriva di alcune patologie che rendevano ancora più arduo lavorare in quegli ambienti. C’era stato anche un sopralluogo dell’amministrazione comunale per constatare quando denunciato dal dipendente, costretto quindi ad allontanarsi da quei luoghi. Per questo è stato impugnato il licenziamento dai legali che hanno chiesto il reintegro del dipendente al giudice del lavoro: l’udienza è fissata a settembre.
Teresa Di Rocco
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