Angelini condannato a 4 anni di reclusione Marino lo incastra

16 Novembre 2016

L’ex sindaco di Roma testimone chiave contro di lui Stessa pena a moglie e figlia del re delle cliniche private

CHIETI. Condannato a quattro anni per abbandono di incapace. Per l’ex re delle cliniche private, Vincenzo Angelini, arriva una nuova condanna dal tribunale di Chieti, dopo quella di dieci giorni fa a sette anni per truffa ai danni della Regione. Questa volta è stato assolto dal reato di truffa ma è stato condannato per quello di abbandono. Stesso destino anche per la moglie, Anna Maria Sollecito, e la figlia Chiara Angelini, tutti difesi dall’avvocato Gianluigi Tucci. Assolti da tutti i reati, invece, gli altri imputati: Giovanni Pardi (difeso dagli avvocati Sandro Campobassi ed Emanuele Di Pietro), coordinatore delle strutture psicoriabilitative della vecchia Villa Pini, accusato di aver concorso agli stessi reati della famiglia Angelini, Vincenzo Recchione (assistito da Domenico Budini), responsabile del Dipartimento assistenza ospedaliera della Asl teatina, accusato di omesso controllo, e Claudio Cignarale (difeso dall’avvocato Roberto Di Loreto), psichiatra del Centro di salute mentale, delegato dalla Asl all’attività di vigilanza e controllo delle strutture residenziali psichiatriche della ex Villa Pini, anche lui accusato di omesso controllo. Degli imputati erano presenti in aula solo Cignarale e Recchione che, prima delle requisitorie finali, hanno rilasciato delle dichiarazioni spontanee davanti al collegio giudicante presieduto da Geremia Spiniello e composto da Isabella Allieri e Andrea Di Berardino. Oltre alla pena di quattro anni e all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, Angelini, la moglie e la figlia sono stati condannati anche a dare 20 mila euro alla parte civile, rappresentata dalla Asl Lanciano Vasto Chieti, assistita dall’avvocato Cristiano Sicari, che aveva presentato una domanda di risarcimento nella misura indicata nel capo di imputazione relativa alla truffa aggravata nei confronti della Regione per 24 milioni di euro, chiedendo anche una provvisionale, ovvero una sorta di anticipo, di 2 milioni di euro. Il processo era da tempo arrivato alle battute finali, mancava però un ultimo teste da ascoltare a cui non si riusciva a recapitare la citazione, perché non si trovava il suo indirizzo. Si trattava dell’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, alla fine rintracciato grazie all’impiego dei carabinieri di Roma. Ieri è stato dunque finalmente ascoltato e la sua testimonianza ha riportato sotto gli occhi di tutti le pesanti conclusioni di quella ispezione parlamentare che diede il via all’inchiesta sulle cosiddette “villette lager”.

Era il 25 luglio 2009 quando Marino, allora senatore, piombò nelle strutture di riabilitazione psichiatrica della vecchia Villa Pini. Accompagnato dai carabinieri del Nas di Pescara, visitò l’ex Paolucci, Villa Pini e le Villette. «Quando entrammo all’ex Paolucci rimanemmo colpiti dalle condizioni della struttura», ha cominciato a raccontare alla corte, «c’era un ascensore grande come quello di un ufficio, dove non entrano più di tre persone. Ci fu detto che, in caso di decesso, la salma vebiva scesa in piedi ai piani inferiori. L’edificio era in cattivo stato di manutenzione. C’erano impianti di riscaldamento vetusti e soggetti a rotture. Non esistevano impianti di climatizzazione. Non c’era carrello attrezzato per la gestione delle emergenze. In alcune camere di degenza e in alcuni bagni l’impianto di illuminazione non era funzionante, così come alcuni campanelli di sicurezza».

La situazione trovata alle “Villette” era, a detta dell’ex sindaco, ancora peggiore: «Pavimenti luridi e appiccicosi, odore di urina, servizi igienici rotti o malfunzionanti, quadri elettrici danneggiati con presenza di fili scoperti e notammo anche la presenza di cani e gatti». Marino ha riferito anche di aver incontrato pazienti molto anziani: all’ex Paolucci che aveva 87 posti letto, tutti occupati, solo due pazienti avevano un’età tra i 50 e i 60 anni, tutti gli altri erano più vecchi e c’erano anche tre ultranovantenni. Marino ricordava perfettamente tutti i dettagli di quella ispezione, la cui relazione, inviata alla Procura, portò all’apertura dell’inchiesta che si muoveva sostanzialmente attorno a due ipotesi principali di reato: abbandono di incapace e truffa aggravata ai danni della Regione. La prima ipotesi di reato era dovuta al modo in cui erano tenuti quei pazienti, “figli di un Dio minore”, come li ha definiti il pm Marika Ponziani, nelle strutture psico-riabilitative della vecchia Villa Pini (che un anno dopo quella ispezione, all’inizio del 2010, andò in fallimento e poi fu smembrata e venduta all’asta). La truffa, invece, era stata ipotizzata in quanto si sarebbero fatti passare per pazienti psichiatrici, la cui assistenza ha costi molto alti a carico della sanità regionale, malati che invece non lo erano e avrebbero avuto bisogno, dunque, di un altro tipo di assistenza, meno costosa e di tipo geriatrico.

Il pubblico ministero Ponziani aveva chiesto la pena di cinque anni per Pardi e gli Angelini e tre anni per Cignarale e Recchione.