Angelini è malato: evita il carcere «Domiciliari almeno per un anno»

15 Novembre 2019

La condanna per bancarotta è definitiva e i giudici confermano la detenzione nella villa di Francavilla Può uscire solo un’ora al giorno. La difesa: «È una decisione giusta, in linea con la tutela della salute»

CHIETI. Vincenzo Maria Angelini è malato: l’ex imprenditore delle cliniche private, 67 anni, evita il carcere. Dopo la condanna per la bancarotta fraudolenta del gruppo Villa Pini, diventata ormai definitiva, i giudici confermano per Angelini la detenzione domiciliare per almeno un anno, «alla luce del grave quadro patologico comunque destinato ad evolversi e meritevole di una rivalutazione alla scadenza dei 12 mesi». Lo ha deciso ieri il Tribunale di sorveglianza dell’Aquila, che si è pronunciato sulla «richiesta di differimento dell’esecuzione di una pena cumulata di 9 anni» presentata dall’avvocato Vittorio Supino, che difende Angelini. Le condizioni di salute del grande accusatore della Sanitopoli abruzzese «sono incompatibili con il regime detentivo», scrive nella perizia il medico legale Vittorio Sconci. Ma la legge consente ai giudici di ordinare la detenzione domiciliare «anche quando potrebbe essere disposto il rinvio della pena. Nel caso di specie, appare opportuna l’applicazione di tale disposizione legislativa in quanto consente al condannato il trattamento della patologia da cui è affetto e nel contempo contribuisce alla sua rieducazione, assicurando la prevenzione del pericolo di commissione di nuovi reati». Angelini sconterà la pena nella sua villa di Francavilla al Mare: potrà allontanarsi dal proprio domicilio solo un’ora al giorno per «soddisfare le primarie esigenze di vita», si legge sul provvedimento firmato ieri dal presidente Francesca Del Villano (estensore Mirko Monti). L’ex imprenditore ha il divieto «di ricevere in casa, di frequentare e comunicare con persone estranee al nucleo familiare».
«Il provvedimento», spiega l’avvocato Supino, «è in linea con quelli che sono i principi costituzionali del diritto alla salute e soprattutto del fatto che una persona, pur se ha commesso un reato e deve scontare una pena, la pena deve tendere alla rieducazione. Per cui si riconosce sia il diritto alla salute sia il diritto alla possibilità di rieducarlo attraverso questa misura che viene concessa. Il Tribunale ha fatto un vaglio molto severo di tutte le relazioni, si è munito di una nuova consulenza, ed ha valutato serenamente e coscienziosamente ma con scrupolo il provvedimento prima di emetterlo».
Secondo i giudici della Cassazione, Angelini ha «contribuito, consapevolmente e volontariamente e per trarne anche personale profitto, al riconosciuto diffuso malgoverno della sanità pubblica nella regione». In un passaggio del ricorso presentato dalla difesa contro la condanna a 8 anni di carcere per il crac Villa Pini, si sosteneva che ad Angelini «erano state negate le attenuanti generiche nonostante lo stesso fosse stato costretto alle contestate distrazioni per la diffusa corruzione nella sanità abruzzese». Il processo per il fallimento, infatti, prese il via dall’inchiesta sulla sanità regionale che sfociò negli arresti del 14 luglio del 2008. Angelini decise di vuotare il sacco, raccontando di aver pagato milioni di euro di tangenti ai politici. Ma, secondo la Cassazione, «le tangenti costituivano anch’esse delle distrazioni dal patrimonio della società, essendo illecite perché volte a costituirsi vantaggi indebiti sui concorrenti».