Anziana costretta a vivere in catene: il figlio e la nuora rischiano il processo

La procura teatina contesta alla coppia di Ortona le accuse di sequestro di persona e maltrattamenti in famiglia: «Hanno segregato la 85enne nell’appartamento, lasciandola del tutto isolata e privandola di ogni relazione»
CHIETI. L’hanno costretta a vivere in catene, immobilizzata al letto o su una poltrona, all’interno di una mansarda sporca. Sono le accuse, pesantissime, mosse dalla procura di Chieti nei confronti del figlio e della nuora di un’anziana di 85 anni, liberata dai carabinieri della stazione di Ortona lo scorso 10 ottobre. Il pubblico ministero Giuseppe Falasca ha firmato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto prodromico alla richiesta di processo. L’uomo di 59 anni e la moglie di 53 (di cui non indichiamo il nome per tutelare l’identità della vittima), assistiti dall’avvocato Rocco Giancristofaro, devono rispondere di concorso in sequestro di persona aggravato e maltrattamenti in famiglia.
LE ACCUSE
Entrambi, sempre in base alla ricostruzione degli inquirenti, hanno segregato la pensionata nell’appartamento sovrastante al loro, al centro di Ortona, con la caviglia sinistra e il polso destro ancorati a una parete con tanto di lucchetti. In questo modo, i due indagati si sono resi protagonisti di comportamenti «lesivi dell’integrità, della libertà e dell’onore» dell’anziana, lasciandola anche «del tutto isolata e priva di relazioni», chiusa in quell’appartamento definito dai militari «in pessime condizioni igieniche e maleodorante», con il lavello pieno di posate e piatti sporchi e una poltrona con le macchie di sangue. Ora la vittima vive in una residenza sanitaria assistenziale.
LA SCOPERTA
Erano le sei di sera di un lunedì quando l’anziana ha implorato un tecnico del gas che, per controllare il contatore, ha bussato alla porta dell’appartamento-mansarda. Il letturista, pochi secondi prima, era stato invitato a entrare da una voce femminile. Una volta varcato l’uscio, il ragazzo si è trovato davanti una scena da film horror: l’85enne ha raccontato di essere incatenata da undici ore. Quel giovane è rimasto sotto choc, ma non ha esitato a telefonare al 112. È questo l’antefatto che ha consentito ai soccorritori di precipitarsi nella casa trasformata in una sorta di prigione e di slegare la pensionata che, prima di essere trasportata in ospedale, si è lasciata andare a un pianto liberatorio e ha abbracciato una giovane carabiniera. I ferri per impedire all’anziana di muoversi non erano solo sul letto. Una catena, fissata a un mobile di legno, si trovava anche accanto a un vecchio divano con evidenti tracce ematiche.
LA DIFESA
L’anziana abitava nello stesso palazzo del figlio e della nuora da 18 anni e percepisce, tra la pensione da portantina dell’ospedale, assegno di reversibilità e invalidità, circa 2.600 euro al mese. «Lei vive nell’appartamento in mansarda, intestato a mio marito, ma passa quasi tutta la giornata con noi, nell’appartamento sottostante», aveva detto la donna, che era finita agli arresti domiciliari, durante l’interrogatorio. «Quando era stanca, era lei stessa a chiedere di tornare in mansarda e accettava di essere legata con le catene. Questa situazione va avanti da circa due mesi. È una scelta condivisa anche da mio marito. Lo facciamo per la sua sicurezza, per evitare che si faccia male, o che butti gli oggetti dalla finestra».

