Appello per il Pronto soccorso: accessi separati e più personale

Il primario Iacovella: «Serve una riorganizzazione delle attività dopo il periodo dell’emergenza» Tornano ad aumentare i pazienti assistiti: «Per mantenere percorsi diversi, necessarie nuove risorse»
CHIETI. Chiusa l’emergenza Covid-19, al Santissima Annunziata tornano i problemi di sempre, aumentati dalle criticità dovute al coronavirus. Finita la cosiddetta Fase 1, si è ridotta anche l’attenzione riservata alle strutture di emergenza-urgenza, a partire dai Pronto soccorso, che invece durante la Fase 2 rischiano di essere le più esposte e in sofferenza in ambito ospedaliero. «Il problema non è solo del nostro ospedale», dice il direttore del Pronto soccorso Antonio Iacovella, «ma di tutto il sistema sanitario nazionale. Ad esempio si stima che per le patologie cardiovascolari tempo-dipendenti la mortalità sia salita del 10%. Parallelamente si registrano ritardi negli screening e nei trattamenti per i tumori: basti pensare che in Italia sono stati rinviati circa 400.000 interventi chirurgici. Per porvi rimedio l'attività ordinaria dovrebbe aumentare di un 20%».
A Chieti il Pronto soccorso si è preparato all’emergenza modificando strutture, percorsi e modalità di gestione delle emergenze, a cominciare dai percorsi separati per chi potrebbe essere affetto da coronavirus. «Ci siamo dati nuovi e flessibili modelli organizzativi e di gestione del personale», spiega il primario, «siamo riusciti a garantire una buona performance sin dal primo picco di accessi della Fase 1». Attualmente si sta registrando un continuo incremento degli accessi e per Iacovella è l’ora di «ripensare interventi strutturali e procedure, tenendo presente che mantenere i doppi percorsi, Covid e non-Covid, comporta inevitabilmente nuove risorse umane». Insomma, il Pronto soccorso teatino che già presentava criticità prima dell’emergenza epidemiologica, dovendo ora mantenere le nuove regole di sicurezza, si trova ancora più in difficoltà, anche solo dal punto di vista della capacità di accoglienza. «Una riflessione va fatta», aggiunge il primario, «sui dovuti processi di distanziamento, talvolta eccessivamente enfatizzati. Con una situazione di tamponi positivi ormai inferiori all’1%, bisogna mettere sul piatto della bilancia il possibile rischio che vogliamo evitare e gli effetti indesiderati negativi che invece si accompagnano alle procedure disposte. Ne è un esempio la riduzione del numero dei posti letto dei due reparti di Medicina, ridotti a poco più della metà. La carenza di posti aumenta notevolmente il disagio gestionale del Pronto soccorso e spesso causa prolungati stazionamenti dei pazienti in barella, sia in Pronto soccorso che nel reparto di Osservazione breve, cosa che lede la dignità, la qualità di cura nonché la riservatezza e il minimo distanziamento sociale di cui si ha diritto. I posti letto delle aree grigie sono la prima e immediata risposta al rischio infettivo ma il sistema va rielaborato con interventi strutturali, organizzativi e formativi in quanto non esiste solo il rischio Covid ma un più generale rischio infettivo o di contagio che non si risolve con lo screening del tampone, che fra l’altro non riusciamo ancora a garantire con la rapidità necessaria». Iacovella chiede, dunque, più attenzione alla centralità del sistema di emergenza-urgenza, proprio per la funzione strategica che riveste, auspicando investimenti «a partire dalla reale applicazione di quanto previsto per i Dea di primo e secondo livello, per poi prevedere una revisione degli standards strutturali e delle dotazioni organiche dei Pronto soccorso, che ad oggi viene sempre valutata in termini numerici (accessi, codici, tempi attesa, percentuale ricoveri/dimessi) e non per la complessità sia assistenziale quanto organizzativa che si affronta quotidianamente».

